Tim Parks commenta con l’Altravoce le elezioni nel Regno Unito, analizzando il voto di protesta che premia Reform Uk e gli indipendentisti
«I numeri di Reform sembrano straordinari ma non sono in gioco tutte le città: sono seggi molto piccoli riferiti a singoli quartieri. Il governo locale non cambierà più di tanto: molti comuni avranno un mix di laburisti e conservatori e, senza maggioranza, ci sarà da negoziare». Nato nel ’54 a Manchester, Tim Parks, romanziere, saggista e traduttore britannico naturalizzato italiano, da anni residente a Verona, getta acqua sul fuoco dei risultati che arrivano da oltremanica.
«È stato quasi un sondaggio di opinione sul governo attuale, ma è difficile che questo voto si riproduca nelle elezioni politiche. Quando vinse Ukip, il partito della Brexit, tutti gridarono al cambiamento, ma poi vinsero di nuovo i conservatori. Il sistema maggioritario secco inglese, tanto criticato da chi non vince, ha un effetto positivo: costringere i partiti a fare i compromessi prima delle elezioni e non nel parlamento e spinge i cittadini a votare chi può davvero superare un avversario sgradito piuttosto che il partito che vorrebbero in un mondo ideale».
Intanto l’elettorato britannico si orienta di nuovo lungo le linee di faglia della Brexit…
«C’è stato malumore sulle modalità di gestione della Brexit, ma nel paese non c’è un vero ripensamento. Del resto, negli anni ’70 erano proprio i laburisti quelli che volevano lasciare l’Unione. Del resto, la stessa Unione Europea non ha le braccia aperte e chiede sempre condizioni impossibili o assurde. In ogni caso, non è nel dna del Regno Unito restare chiuso nell’abbraccio europeo».
Il Labour è il grande sconfitto. Come lo spiega?
«Il primo ministro è privo di carisma e di una linea chiara. Ogni volta che c’è una crisi ha bisogno di consultarsi prima di esprimersi. Uno stile che non lo porterà da nessuna parte. I laburisti hanno vinto perché i conservatori avevano governato per molti anni, ma sono in difficoltà come tutta la sinistra in tutta Europa. Restano ancorati ai diritti umani generali ma il legame con gli operai è venuto meno. Le ultime riforme mettono in difficoltà l’economia: difficile capire cosa possano inventarsi per farsi amare».
Laburisti e conservatori sono destinati a sparire?
«Non credo. Il voto per Reform è volatile, c’era tanta gente arrabbiata. Queste elezioni non cambiano nulla. Del resto, anche in Italia il referendum è stato usato contro il governo: ho sentito tanti che hanno votato “No” pensando alla Palestina, ma io pensavo che il referendum avesse a che fare con la riforma della giustizia! Starmer sopravviverà: il risultato non è poi così disastroso e i suoi antagonisti non prenderanno il potere perché sono più a sinistra di lui. E poi il premier laburista è un osso duro».
Eppure i Verdi crescono: che cosa rappresentano per la sinistra inglese?
«Mi risulta difficile vedere il futuro nei Verdi. Zack Polanski ha carisma, ma ha successo solo dove ci sono concentrazioni di studenti. Il partito, più che verde, è ideologico e antagonista. E poi conta sul voto musulmano: ma la cultura islamica è l’opposto di una sinistra europea.
LEGGI Regno Unito, aperti i seggi per elezioni locali: Starmer rischia una debacle
I Verdi insistono sulla difesa della Palestina ma non capisco che cosa possa fare materialmente la Gran Bretagna in Israele. Inoltre, i partiti legati a gruppi religiosi o etnici sono contro la tradizione della politica inglese: non credo che i Verdi andranno lontano. È un voto di protesta, in gran parte giovanile. Ma i cittadini che vorranno impedire la vittoria di Reform voteranno laburista».
Il duopolio laburisti-conservatori è finito? Sarà sostituito dal binomio LibDem-Reform?
«All’inizio del ‘900 il vecchio partito liberale fu spazzato via dai laburisti. Oggi potrebbe accadere che Reform prenda il posto dei conservatori. Mi pare più difficile che i libdem prendano il posto dei laburisti: è un partito troppo “gentile”, come Calenda dice pure cose buone ma non c’è attaccamento profondo da parte degli elettori. Più probabile uno scontro tra Labour e Reform».
Dobbiamo prepararci alla vittoria di Farage?
«La Gran Bretagna è una realtà molto grande e possono succedere ancora molte cose da qui alle prossime elezioni politiche. Basta poco: per esempio che Farage faccia una mossa sbagliata provocando una reazione popolare. Se parlerà di deportazione di immigrati, per esempio, credo che perderà molto: sicuramente serve una migliore gestione degli arrivi, ma quel che è successo in America con Trump mi sembra molto difficile che venga accettato qui. In generale, sono scettico sui titoli a effetto. Gli intellettuali devono dire grandi cose per farsi notare e il mondo dei media è quello che è: ma io non sono convinto che queste elezioni siano il terremoto».
Che cosa dice il risultato britannico agli altri paesi europei?
«I vertici della Ue che pensavano di negoziare con Londra devono prepararsi alla possibilità che il prossimo governo interrompa quei negoziati. Per il resto non cambia molto. La Gran Bretagna e i paesi europei sono alleati naturali e condividono l’atteggiamento verso la Russia: non c’è nessun motivo per rapporti negativi anche se Londra non vuole fare parte del blocco».


















