8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Mag, 2026

Se vincono gli scettici sarà ancora Europa?

L’Europa si trova adesso di fronte alla prova della classe dirigente. C’è infatti il rischio che vincano gli euroscettici


Con quello che correttamente Sergio Fabbrini ha definito in un recente volume lo “Tsunami Trump”, il continente europeo ha perduto l’asse portante della sua rinascita successiva alla tragica prima metà del ‘900, cioè il legame euro-atlantico. Decisivo da un punto di vista economico e commerciale, in particolare sino ai primi anni Settanta, e costantemente determinante da quello della difesa, il rapporto con Washington è entrato da tempo in una fase di mutazione. Trump l’ha accelerata e vi ha aggiunto il suo volgare nazionalismo unilateralista. Niente sarà più come prima, questo deve essere chiaro. E lo deve essere soprattutto per quello che riguarda la gestione della sicurezza e della difesa dello spazio europeo, a maggior ragione dopo la tragica invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022.

LEGGI Fabbrini: «Trump? Uno tsunami. Ma gli Usa hanno anticorpi»

Chi gestirà la difesa

Ebbene non poche voci si sono levate per esprimere giustificate perplessità riguardo ai progetti europei di riarmo, giudicati in realtà riarmi nazionali e non concepiti all’interno di una cornice istituzionale comunitaria. La perplessità è legittima quando si osserva la crescita esponenziale di Alternative für Deutschland in Germania e quando si da per scontata la presenza di un candidato del Rassemblement National al prossimo ballottaggio presidenziale francese della primavera 2027. Saranno Alice Weidel e Marine Le Pen (o Jordan Bardella) a gestire la prossima difesa europea?
La domanda è inquietante, ma mi permetto di andare oltre e fare qualche considerazione sulle principali tendenze politiche nel continente europeo. Ripartiamo proprio da Germania e Francia, ma poi allarghiamo il discorso all’Europa dell’est e facciamo anche una puntata nell’Europa del nord.

Germania e Francia

Merz è diventato cancelliere esattamente un anno fa (peraltro solo al secondo tentativo di fiducia) e ad oggi solo due tedeschi su dieci ritengono i suoi primi dodici mesi di governo soddisfacenti. Ma elemento forse ancor più grave guida una “grande coalizione” con una socialdemocrazia che è uscita dal voto del 2025 con il peggior risultato dalla nascita della Repubblica Federale Tedesca. Garanzia per un governo forte e legittimato.


Emmanuel Macron affronta il suo ultimo anno del secondo mandato con una sola certezza: il Rassemblement National otterrà oltre il 30% al primo turno ed è sicuro di avere un suo candidato al ballottaggio delle prossime presidenziali. Intanto il tribuno della gauche populista Mélenchon ha già annunciato la sua quarta candidatura presidenziale e gollisti, centristi e socialisti di varia sfumatura rischiano, come accaduto nel 2022, di fare nuovamente le comparse la prossima primavera (nel 2022 le due candidate, gollista e socialista, avevano ottenuto in totale il 6,5% dei suffragi).

Lo scenario nel Vecchio Continente

Se dalla cosiddetta “vecchia Europa” passiamo ai Paesi di più recente ingresso, il quadro che più emerge è quello che alcuni acuti osservatori hanno definito la vera e propria “estinzione” dei socialisti dell’est. L’emblema di tutto ciò si è verificato qualche giorno fa in Romania, con i socialdemocratici romeni che si sono alleati con l’estrema destra per far cadere il governo liberale ed europeista del quale facevano parte. E cosa dire dei socialdemocratici ungheresi, che alle ultime trionfali elezioni che hanno visto uscire di scena Orban, si sono fermati poco sopra all’1%? E anche laddove ad est la socialdemocrazia guida un governo, in Lituania, la Prima ministra Inga Ruginiene pare non vada oltre il 15% del sostegno dell’opinione pubblica.

Se infine gettiamo uno sguardo all’Europa del Nord, in tutte le recenti elezioni legislative gli avanzamenti più rilevanti sono stati quelli del Partito dei Democratici Svedesi, del Partito dei Veri Finlandesi, del Partito del Progresso Norvegese (tutti e tre orientati verso la destra radicale ed euroscettica) e del Partito Popolare Socialista in Danimarca, una sorta di radical-ambientalismo all’opposizione dei socialdemocratici del Primo ministro Mette Frederiksen.

Si potrebbe andare avanti, magari parlando di Spagna e anche allargare lo sguardo oltre Manica, dunque fuori dallo spazio Ue, sottolineando gli affanni del laburista Starmer con addirittura Reform UK di Farage dato in prepotente crescita in bastioni impensabili come il Galles e soprattutto la Scozia.

La crisi delle forze politiche tradizionali

Senza procedere oltre ci sia consentito, se possibile, rincarare la dose. Il vero rischio non è quello di avere una difesa europea in contesti nazionali guidati da partiti di estrema destra o comunque radicali. La preoccupazione deve essere più ampia e complessiva e riguardare il futuro dell’Europa comunitaria. Quale coalizione dei volenterosi o quale Europa a più velocità o dei cerchi concentrici potrà promanare da uno spazio politico continentale nel quale in un numero sempre maggiore di Stati-nazione ad essere in profonda crisi sono le tradizionali forze di governo, popolari, socialdemocratiche e liberali, impegnate a garantire soluzioni il più possibile consensuali e antitetiche alla polarizzazione imperante?

Il paradosso di oggi

Il processo di integrazione europeo post 1945 ha letteralmente salvato gli Stati nazionali, permettendone la ricostruzione e depurandoli dagli istinti sciovinisti ed autoritari. Per fare questo lo strumento operativo è stato quello dei partiti politici che possiamo in maniera generalista, ma efficace, definire “centristi”. I vasi sanguigni che hanno irrorato il corpo del processo di integrazione europeo erano proprio quei partiti politici “centristi” che garantivano la formazione della classe politica dei singoli Paesi membri e la selezione delle leadership di governo. Ora che tale apparato è stato destrutturato con quale nuova linfa possiamo irrorare le nostre democrazie?

Il paradosso attuale è quello di un processo di integrazione che se vuole avere un futuro deve tornare a produrre classi dirigenti nazionali degne di questo nome. In caso contrario credo non ci si dovrà preoccupare dell’Europa della difesa, perché non ci sarà alcuna Europa unita o da unire.

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