4 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Mag, 2026

Guerra, l’Iran adesso rilancia: piano di pace in 14 punti

La Repubblica islamica di Teheran respinge il piano americano e presenta una sua offerta


Barchini assaltano navi nello stretto di Hormuz. «Un’epoca di pirati», quella che vive il mondo, parafrasando il presidente Trump che nei giorni scorsi, rievocando l’epoca delle scorribande sui mari, ha descritto perfettamente la situazione che la comunità internazionale osserva con il fiato sospeso davanti allo specchio d’acqua del Golfo Persico. Giugulare infiammata che getta nello scompiglio la globalizzazione e l’ordine mondiale in un colpo solo. Ieri mattina, una bulk carrier — una di quelle enormi navi da carico che trasportano materie prime sfuse, carbone, minerali, granaglie — navigava verso nord a undici miglia nautiche dalla costa di Sirik, sulla punta meridionale dell’Iran, all’imbocco del Golfo e «Il comandante ha segnalato di essere stato attaccato da più imbarcazioni di piccole dimensioni» — così segnala il centro di monitoraggio britannico UKMTO. Prova che se la diplomazia è ancora in piedi, la guerra aspetta nella stanza accanto.

La controproposta iraniana


Eppure una proposta c’è. Anzi: una controfferta. Teheran rilancia sul piano americano in nove punti e lo rispedisce indietro con cinque punti in più: quattordici divisi in tre fasi. La prima fase — da realizzare nei primi trenta giorni — trasformare il cessate il fuoco in pace permanente, riaprire gradualmente Hormuz, firmare una non-aggressione reciproca che includa anche Israele. La seconda fase: un accordo nucleare. Congelamento dell’arricchimento fino a quindici anni, poi un tetto al 3,67% — livello civile. La terza fase: un tavolo di sicurezza regionale per il Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri Araghchi ha già parlato con il suo omologo omanita al-Busaidi, il mediatore storico di questi colloqui. È una controfferta strutturata che testimonia una Teheran che vuole trattare — ma alle sue condizioni. Trump aveva già respinto una proposta la settimana scorsa. I colloqui, tuttavia, continuano. L’unità di intelligence dei Pasdaran ribadisce: «Trump deve scegliere tra un’operazione militare impossibile o un cattivo accordo con la Repubblica Islamica».

Hormuz


A Hormuz la situazione sul campo intanto dice che, tra un blocco e le razzie con i barchini, le petroliere iraniane trovano la strada. I dati di TankerTrackers certificano: ad aprile, su venticinque petroliere iraniane, sedici hanno attraversato il blocco indisturbate. Sette sono state respinte. Due sequestrate. Una consegnata. Il 64% del petrolio iraniano è arrivato a destinazione nonostante la Marina americana presidi lo stretto.

Il rovesciamento dei rapporti con Israele


Intanto qualcosa si muove anche nel blocco occidentale. Trump prova a tenere il pallino con Tel Aviv anche perché il momento è paradossalmente favorevole al tycoon: è la prima volta dall’ottobre del 2023 che Benjamin Netanyahu si trova in una posizione inedita: aprire un nuovo fronte non gli porta consenso. Netanyahu aveva venduto questa guerra come una partnership con gli Stati Uniti — Israele e Washington contro l’Iran, spalla a spalla. Ora le decisioni vengono da Washington. Il cessate il fuoco in Libano è dettato da Trump, e Israele ha dovuto adeguarsi.

Un’inversione di tendenza temporanea ma inedita. Sullo sfondo un’Europa che si arrabatta e tenta di cucire. Dopo le parole del cancelliere Friedrich Merz: gli Stati Uniti stanno subendo «un’umiliazione». Ora tocca ricucire. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul chiama il suo omologo iraniano Araghchi e si allinea pubblicamente alla linea Rubio: «Come stretto alleato degli Stati Uniti condividiamo lo stesso obiettivo: l’Iran deve rinunciare completamente e in modo verificabile alle armi nucleari e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz».

Rubio dal Papa


Tuttavia non solo i tedeschi devono lavorare di ago e filo. Anche Washington ha i suoi rammendi da fare. Marco Rubio è atteso a Roma questa settimana. Giovedì incontrerà Papa Leone XIV in Vaticano. Sarà il primo membro del gabinetto Trump a incontrare il nuovo pontefice — il primo dopo la visita di JD Vance e dopo la faida pubblica tra Trump e il Vaticano. Mentre la diplomazia gira impazzita, dentro l’Iran Al Jazeera ci racconta di una vita quotidiana sull’orlo del baratro. Prezzi in aumento. Famiglie che temono che il problema economico sopravviverà al conflitto. Il media di Stato Mehr, citando un economista, sostiene che «l’Iran deve passare a un’economia di guerra» — e indica come modello la Germania nazista. Le tattiche psicologiche di Goebbels, scrive Mehr, andrebbero adottate dal governo.

Gli altri nodi

Bei ricorsi storici ma c’è di più. Reuters ha ricostruito la storia di Nobitex, il più grande exchange di criptovalute iraniano. Fondato nel 2018 da due fratelli della famiglia d’élite Kharraz. Undici milioni di utenti registrati: più del dieci per cento della popolazione iraniana. Attraverso Nobitex, ricostruisce Reuters, sono transitati decine se non centinaia di milioni di dollari legati a entità sotto sanzione: la banca centrale iraniana, l’IRGC.

E poi c’è il Libano, continuamente martoriato. Ieri Hezbollah ha colpito veicoli e soldati israeliani a al-Bayyad e al-Qantara, con un drone kamikaze e armi a propulsione a razzo. Israele ha risposto con una cinquantina di raid aerei nelle ultime ventiquattr’ore e ha ordinato l’evacuazione immediata di undici villaggi nel sud. Giorni di studio e piraterie vicendevoli tra il golfo persico e le montagne libanesi. Teheran negozia in quattordici punti. Washington risponde in nove. Incontrarsi in mezzo alla differenza di 5 risulta ancora oggi difficile.

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