3 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Mag, 2026

Butler, la performatività del genere

La filosofa Judith Butler da trent’anni analizza il rapporto tra ciò che chiamiamo naturale e le norme che rendono alcuni corpi riconoscibili, altri sospetti, altri ancora quasi invisibili


C’è qualcosa di rivelatore nel destino pubblico di Judith Butler. Pochi nomi della filosofia contemporanea sono stati letti, tradotti, contestati e semplificati con tanta intensità. Da oltre trent’anni il suo pensiero mette a nudo alcune paure più profonde del presente; quelle che affiorano quando ciò che sembrava “naturale” si rivela fragile e conteso, in particolare: sesso, genere, famiglia, vulnerabilità, violenza, diritto di esistere senza dover continuamente giustificare la propria esistenza.
La sua opera attraversa una zona sensibile: il rapporto tra ciò che chiamiamo naturale e le norme che rendono alcuni corpi riconoscibili, altri sospetti, altri ancora quasi invisibili.

Come diventiamo soggetti?


Butler nasce a Cleveland nel 1956 e si forma come filosofa, fino al dottorato a Yale nel 1984. Ma la biografia spiega solo in parte la portata del suo lavoro. La domanda che attraversa i suoi libri è più radicale: come diventiamo soggetti? In quali parole, istituzioni, aspettative impariamo a dire “io”? E che cosa accade quando l’ordine che ci rende intelligibili finisce per ferirci, escluderci o chiederci di somigliare a un modello che non abbiamo scelto? Per Butler l’identità non è un possesso custodito nel fondo dell’individuo. È una scena, un campo di relazioni, una grammatica pubblica.


Uno dei suoi saggi più significativi, Soggetti di desiderio, nasce da uno studio su Hegel e sulla filosofia francese del Novecento. Prima di diventare una figura centrale della teoria del genere, Butler lavora su desiderio, riconoscimento e dipendenza dall’altro. Questo retroterra è essenziale: il soggetto non è una coscienza sovrana che prima esiste da sola e poi entra nel mondo, ma qualcuno che prende forma perché viene chiamato, nominato, riconosciuto. La relazione precede l’autonomia.
Quando nel 1990 esce Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, il tema entra nel cuore del dibattito femminista. Il femminismo ha bisogno di un soggetto comune, “le donne”, per rivendicare diritti e libertà. Ma chi viene incluso in quella parola? E chi ne resta fuori? Butler non attacca il femminismo: lo costringe a interrogare le proprie categorie. La parola “donne” può essere necessaria nella lotta politica, ma può anche diventare una norma che stabilisce quali vite siano pienamente leggibili come femminili e quali differenze debbano essere messe a tacere.

Il genere performativo


La nozione più celebre, e più fraintesa, è quella di performatività del genere. Non significa che il genere sia una maschera scelta liberamente ogni mattina, come un abito nell’armadio. Significa, piuttosto, che ciò che chiamiamo genere prende consistenza attraverso atti ripetuti: parole, atteggiamenti, gesti, abitudini, sanzioni, aspettative, riconoscimenti. Maschile e femminile non sono semplici dati naturali che la società registra; sono anche effetti di pratiche sociali che li rendono stabili, credibili, apparentemente ovvi. Proprio perché devono essere ripetute per funzionare, queste norme possono slittare, fallire, essere abitate diversamente. Anche il drag, spesso evocato da Butler, non dimostra che il genere sia “solo teatro”: rende visibile che ogni genere, compreso quello considerato normale, vive di citazioni e di rituali.

L’io e le norme


Nel 1993, con Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Butler risponde a una delle critiche più ricorrenti: quella di aver dissolto il corpo nel linguaggio. In realtà, la questione è opposta. Butler chiede come alcuni corpi diventino riconoscibili, protetti, desiderabili, mentre altri vengano respinti ai margini della vita sociale. Il sesso non è pensato come un’invenzione arbitraria, ma come una materialità già interpretata da pratiche mediche, giuridiche, linguistiche e politiche. Il corpo non sparisce: diventa il luogo in cui le norme si depositano e spesso il bersaglio della violenza.

In La disfatta del genere, questa prospettiva si allarga alla questione della vivibilità: per molte persone il riconoscimento non è un lusso teorico, ma una condizione materiale, fatta di cure, protezione, possibilità di nominarsi. Un passaggio decisivo, spesso meno citato rispetto ai testi sul genere, è Dare conto di sé. Critica della violenza etica. In questo libro Butler conduce la domanda sul soggetto dentro il campo dell’etica. Che cosa significa rispondere di sé, se nessuno possiede fino in fondo la storia della propria formazione? L’io non nasce sovrano: viene al mondo dentro relazioni, linguaggi, norme e dipendenze che lo precedono. Per questo la richiesta di una coerenza assoluta, di una trasparenza morale senza residui può diventare una forma di violenza. Si delinea così una visione dell’etica come relazione costitutivamente aperta all’altro e segnata da una incompiutezza strutturale.

L’etica non violenta

Butler afferma che la responsabilità non può fondarsi sul mito di un soggetto completamente padrone di sé. Dare conto di sé significa raccontarsi a partire da una frattura: qualcosa della nostra origine ci sfugge, perché comincia negli altri, nella lingua ricevuta, nelle norme che ci hanno formato prima che potessimo nominarle. L’etica, allora, non coincide con il giudizio inflessibile. Richiede ascolto, cautela, capacità di riconoscere nell’altro una parte di opacità simile alla nostra. La violenza etica nasce quando pretendiamo dall’altro una trasparenza impossibile e trasformiamo quella mancanza in colpa. Si comprende così la traiettoria che conduce a Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza e a La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico. L’etica della vulnerabilità si prolunga così in una politica che pone al centro del “nostro agire la generosità nei confronti degli altri”. Se nessuno è autosufficiente, la violenza non colpisce mai soltanto un individuo isolato, ma lacera la rete di relazioni da cui dipende la possibilità stessa di vivere.

La nonviolenza, allora, non è semplice moderazione: è una pratica difficile fondata sull’interdipendenza. Il suo pensiero, come si può facilmente arguire, ha generato critiche, spesso serie, quando hanno discusso davvero le sue tesi. Molto diverso è l’uso caricaturale del suo pensiero, dove dire che il genere è costruito viene ridotto all’assurdità secondo cui nulla sarebbe reale. Ma per Butler una costruzione non è una finzione innocua. Una norma costruita può ferire quanto una pietra, proprio perché viene creduta naturale, sostenuta dalle istituzioni e ripetuta nei gesti quotidiani. Negli interventi più recenti, Butler torna esplicitamente alla questione del genere in un contesto mutato.

Il dibattito sul “gender”

Il termine “gender” non indica più solo un campo di studi o una categoria critica: è diventato, in molti discorsi politici, un fantasma polemico. Raccoglie paure diverse e le orienta contro i diritti riproduttivi, le persone trans e queer, l’educazione sessuale, gli studi critici, talvolta persino contro migranti e minoranze. Butler legge i movimenti anti-gender come formazioni transnazionali che trasformano l’uguaglianza in minaccia. Il punto non è soltanto difendere una parola, ma capire perché la libertà altrui venga percepita da alcuni come perdita, contaminazione, rovina. Il suo pensiero non si lascia ridurre a risposte semplici, né impone di accettarne ogni tesi senza discussione. Ma ci obbliga a sostare davanti a parole che crediamo di conoscere: uomo, donna, natura, famiglia, violenza, responsabilità, libertà.


Se il discorso pubblico si affida a slogan e formule riconoscibili, Butler invita a chiedersi quali regole e aspettative guidino il nostro modo di parlare, di giudicare e di riconoscere le identità e le vite delle persone. Il suo pensiero mette in crisi ciò che appare naturale, come se fosse dato una volta per tutte, e mostra che spesso è il risultato di pratiche sociali, decisioni istituzionali e abitudini consolidate. È da questo snodo critico che, nell’opera di Butler, si delinea la visione dell’etica come relazione che sappia riconoscere che le vite sono esposte le une alle altre e dipendono da condizioni condivise. La posta in gioco non è stabilire una volta per tutte cosa si debba intendere per “naturale”, ma capire come rendere il nostro mondo più abitabile e come le nostre differenze possano essere riconosciute e sostenute. In questo senso, il problema diventa come costruire un mondo in cui meno persone siano costrette a vivere come un errore

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