In Iran la decapitazione della leadership in guerra ha prodotto profondi mutamenti ai vertici. Dopo la morte di così tanti leader, chi comanda a Teheran tra falchi e colombe?
L’incertezza sui negoziati di Islamabad e il profluvio di dichiarazioni contrastanti da parte delle fazioni in campo ha suscitato dubbi e confusione circa chi effettivamente stia prendendo le decisioni sulle trattative. In America il disordine può essere ricondotto al caos e al carattere istrionico che caratterizzano il presidente Donald Trump e la sua cerchia. In Iran invece la decapitazione dei vertici politici, religiosi e militari del Paese ha reso più difficile leggere il processo decisionale del regime.
Il passaggio automatico di Teheran al proprio schema di “difesa a mosaico”, cioè a un approccio alla guerra in cui ai singoli comandanti locali, attraverso ordini pre-autorizzati, è concessa una grande autonomia decisionale nel colpire i bersagli. In modo da non dover dipendere da una catena di comando e di comunicazione disarticolata dai raid nemici, ha aumentato la confusione.
Allo stesso però, il quasi immediato stop delle ostilità imposto ai propri combattenti a seguito del cessate il fuoco raggiunto con gli Stati Uniti l’8 aprile scorso ha disperso i timori che la “difesa a mosaico” avesse prodotto uno scenario in cui di fatto i militari iraniani agissero senza rispondere a nessuno. Le forze armate iraniane rispondono agli ordini, resta solo il dubbio su chi sia ad emanarli.
La “difesa a mosaico” e la catena di comando
Il passaggio alla “difesa a mosaico” ha reso più complessa la lettura della catena di comando, affidando ai comandanti locali maggiore autonomia attraverso ordini pre-autorizzati. Questo sistema, pensato per reagire a una struttura di comunicazione potenzialmente compromessa dai raid nemici, ha però generato una percezione di crescente confusione strategica.
Allo stesso tempo, il quasi immediato stop delle ostilità imposto dopo il cessate il fuoco raggiunto con gli Stati Uniti l’8 aprile scorso ha ridimensionato i timori di un esercito iraniano completamente sganciato dal controllo centrale. Il rientro delle operazioni belliche ha mostrato che i militari iraniani restano comunque vincolati agli ordini superiori. Smentendo l’ipotesi di una frammentazione totale della catena di comando.
Le forze armate iraniane continuano a eseguire ordini, ma rimane irrisolta la questione fondamentale: chi li emette effettivamente. L’opacità del sistema decisionale rende difficile identificare con precisione il centro politico e militare da cui scaturiscono le direttive operative, alimentando l’incertezza interna ed esterna sul funzionamento del regime.
Il vuoto di potere e la figura di Mojtaba Khamenei
In teoria, la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe la prima e l’ultima parola. Tuttavia, dalla sua elezione il leader del regime non è mai apparso in pubblico, ufficialmente per ragioni di sicurezza. E corrono voci sul suo stato di salute, dal momento che si ritiene sia rimasto ferito nell’attacco che è costato la vita a suo padre. Il vuoto di potere ha favorito l’emergere di linee contrastanti. Prima in occasione dell’elezione dello stesso Mojtaba a Guida Suprema, poi al momento di avviare i negoziati con gli Stati Uniti.
Proprio durante le trattative le contraddizioni si sono palesate. Dopo che venerdì scorso Trump ha annunciato di aver ottenuto la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato la tesi statunitense. Provocando però l’immediata reazione stizzita delle agenzie di stampa statali, storicamente vicine ai Pasdaran. Troppo trionfale e arrogante l’uscita americana, troppo affrettato e incompleto l’annuncio di Araghchi.
I Guardiani hanno immediatamente precisato che la riapertura sarebbe avvenuta alle condizioni di Teheran e sarebbe stata subordinata alla fine del blocco navale americano. Trump ha rifiutato, spingendo i Pasdaran ad annunciare nuovamente la chiusura di Hormuz e segnalando così il margine politico ridotto dei rappresentanti civili di Teheran.
Il potere civile ridotto e le figure riformiste
Tra questi figura anche il presidente Masoud Pezeshkian, che – sulla carta – sarebbe il capo del governo. Nella pratica però è stato invece quasi interamente tagliato fuori dal processo decisionale. Privo di esperienza militare, espressione di una stagione riformista ormai tramontata, la stessa tenuta politica di Pezeshkian sarebbe probabilmente in dubbio. O almeno lo sarebbe se i Pasdaran non avessero acconsentito a lasciarlo nominalmente alla presidenza come simbolo del “governo di unità nazionale”. La debolezza di Pezeshkian si era del resto palesata prima nel suo fallito tentativo di sbarrare la strada all’elezione di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema e poi nelle decisioni economiche e nelle nomine, subito scavalcate dai vertici militari come il generale Ahmad Vahidi.
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Il generale Vahidi è considerato uno dei principali falchi del regime e tra coloro che più si è battuto per imporre Khamenei come Guida Suprema. Il nuovo capo del regime, infatti, a differenza del padre ha svolto il servizio militare tra le fila dei Pasdaran ed era considerato il loro rappresentante ufficioso tra i ranghi del clero iraniano. Punto di equilibrio tra le varie correnti sembra essere diventato il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Anche lui un pasdaran ed ex sindaco di Teheran, è il più alto in grado nella gerarchia politica iraniana.
Una “giunta” militare che, secondo il generale Mohammad Bagher Zolghadr, continuerà a controllare il Paese anche dopo la fine della guerra. Il potere dei militari è evidente anche nella gestione dei negoziati con gli Stati Uniti, dove figure civili e militari si sovrappongono, mentre lo stesso Trump ha più volte espresso il desiderio di trattare direttamente con il volto politico dei Pasdaran.


















