Raid aereo colpisce la centrale nucleare di Bushehr senza causare perdite radioattive. In Iran, intanto, prosegue la ricerca del pilota Usa disperso.
Decine di elicotteri, aerei rifornimento e droni. Questo è il vasto dispiegamento di mezzi aerei inviato dagli Stati Uniti sopra i cieli iraniani a pattugliare la zona dove potrebbe trovarsi l’ultimo membro dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto in Khuzestan. Lo specialista dei sistemi d’arma dell’apparecchio, stando a quanto fatto trapelare dalle autorità, visto che il pilota è stato tratto in salvo già venerdì.
Un’operazione ad altissimo rischio
Quella che gli Usa stanno conducendo nella zona è un’operazione SAR (Search and Rescue) ambiziosa e imponente. Nonché molto rischiosa, come dimostra l’abbattimento avvenuto venerdì di uno dei mezzi inviati in missione, un aereo d’attacco ravvicinato A-10. In quell’occasione, il pilota è riuscito a portare l’apparecchio oltre il confine iraniano e a schiantarsi in sicurezza in territorio sicuro, in Kuwait, evitando di essere catturato.
Tuttavia, quanto avvenuto evidenzia plasticamente quanti rischia stia correndo Washington ordinando ricerche a tappeto in pieno territorio nemico. Operazioni che richiedono l’esposizione diretta di dozzine di mezzi, costretti a volare bassissimi e ad esporsi al fuoco della contraerea. Per salvare un singolo aviere, in sostanza, gli americani stanno rischiando le vite di molti altri militari.
Ma per gli Stati Uniti l’intera faccenda del caccia abbattuto è già sufficientemente imbarazzante senza aggiungere al danno anche la beffa di un militare catturato e in mano nemica. E i nemici, in questo caso, stanno facendo tutto quanto in loro potere, arrivando a offrire taglie considerevoli, pur di poter esibire «vivo» un prigioniero di così alto valore. La posta in gioco è soprattutto simbolica, oltre che militare.
Una corsa contro il tempo
In tutta l’area interessata, dunque, è in corso una duplice corsa contro il tempo: nei cieli i militari dell’aviazione americana volano senza sosta cercando il proprio compagno; sul terreno militari e civili iraniani battono ogni pista per rintracciare l’aviere disperso. Due cacce parallele, destinate a incrociarsi in uno scenario sempre più instabile.
Nel frattempo, non si ferma l’escalation militare nel Golfo Persico, che ha visto bersaglio di nuovi raid Usa anche la preziosa centrale nucleare di Bushehr, nel sud dell’Iran, colpita da pesanti attacchi aerei. Secondo l’Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana (AEOI), un missile è caduto all’interno del perimetro dell’impianto, danneggiando una struttura secondaria e causando la morte di una guardia.
Le autorità hanno precisato che i sistemi principali non sono stati compromessi e che la produzione elettrica prosegue regolarmente, un fatto che fa tirare un sospiro di sollievo vista la pericolosità potenziale di un danneggiamento della struttura nucleare. Si tratta del quarto attacco con la centrale dal 28 febbraio, giorno dello scoppio delle ostilità. Un fronte sempre più caldo.
Le accuse di Teheran
«Ricordate l’indignazione occidentale per le ostilità vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina? Israele e Stati Uniti hanno bombardato la nostra centrale di Bushehr per ben quattro volte», ha scritto sui social il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il ministro ha poi avvertito che ulteriori attacchi potrebbero causare perdite radioattive. Perdite che potrebbero «porre fine alla vita nelle capitali del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), non a Teheran». Parole che alzano ulteriormente la tensione.
Per quanto riguarda il lato negoziale, invece, Araghchi ha smentito le indiscrezioni secondo le quali Teheran avrebbe rifiutato di negoziare con gli Usa tramite i mediatori pakistani. Il ministro, in tal senso, ha dichiarato che «la posizione dell’Iran viene travisata dai media statunitensi». Aggiungendo che il suo Paese è profondamente grato «al Pakistan per i suoi sforzi» in campo negoziale.
Nonostante questa gratitudine, però, è fin troppo evidente che allo stato attuale del conflitto l’Iran non ha particolare interesse a negoziare seriamente un accordo. Specialmente qualora il successo nell’abbattimento dell’F-15E americano dovesse replicarsi dimostrando un rafforzamento delle capacità antiaeree della Repubblica Islamica. Il dialogo resta fragile.
La pressione di Trump
Il presidente americano Donald Trump, dal canto suo, è tornato ieri a premere su Teheran affinché accetti un accordo che garantisca la riapertura dello Stretto di Hormuz al più presto. La deadline data giorni fa agli iraniani, del resto, è quasi scaduta. «Ricordate quando diedi all’Iran dieci giorni per FARE UN ACCORDO o APRIRE LO STRETTO DI HORMUZ? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!», ha scritto su Truth Social il tycoon con i suoi soliti modi enfatici.
Un avvertimento che però dalle parti di Teheran non sembrano prendere particolarmente sul serio, specialmente alla luce degli sviluppi recenti, che stanno garantendo agli iraniani la possibilità di rivendicare, almeno dialetticamente, un importante vittoria strategica. La pressione aumenta, ma senza risultati immediati.
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Tutta la partita, comunque, si gioca adesso attorno allo specialista di sistemi d’arma disperso. Qualora Teheran dovesse riuscire a catturarlo, infatti, gli Stati Uniti riceverebbero un colpo durissimo a livello d’immagine. Un colpo che andrebbe ad aggiungersi alle altre dozzine di fallimenti strategici ormai accumulatisi in più di un mese di guerra.
Ed è chiaro che l’eventuale cattura del militare avrà dei risvolti drammatici sul piano interno, un fronte lungo il quale Trump e la sua amministrazione stanno perdendo sempre più consensi e supporto. Se quell’aviere dovesse cadere vivo nelle mani iraniane, la guerra cambierebbe dunque volto in un istante: da confronto militare a sconfitta simbolica che provocherebbe effetti politici forse più devastanti di qualsiasi danno causato dai missili lanciati da Teheran.


















