A prescindere dai successi ottenuti in patria, Macron rappresenta l’idealtipo del leader liberaldemocratico: con il chiodo fisso dell’autonomia europea e l’avversione al populismo
Perché Donald Trump sembra avere una passione particolare nell’attaccare Emmanuel Macron? Nel contesto italiano i recenti commenti su un presidente francese che non si sarebbe ancora ripreso dal “pugno sferratogli dalla moglie” hanno galvanizzato quei settori che hanno fatto della competizione tra Eliseo e Palazzo Chigi un vero e proprio leitmotiv.
Ma dietro l’ennesima uscita grossolana ed inappropriata del Tycoon, si cela un significato ben più rilevante.
Macron rappresenta l’idea di una azione politica condotta da un’élite colta, preparata che riconosce meriti e mancanze della globalizzazione, che la vuole governare e sfruttarne le possibilità e che soprattutto si oppone ad una politica che ha fatto della rivolta contro le élites in nome della volontà di un non meglio definito “popolo” la sua bandiera e in molte occasioni la sua carta vincente. Per colui che ha ispirato l’orrenda rivolta del 6 gennaio 2021 e l’ha condotta dentro le istituzioni del potere statunitense, Macron è il simbolo da combattere per eccellenza, che si tratti del suo agire in politica interna o a livello internazionale.
Un leader liberaldemocratico
Una rapidissima premessa prima di entrare nel cuore della questione: in questa sede il punto non è giudicare i risultati dell’operato macroniano in nove anni di presidenza francese.
Non si vogliono commentare gli errori, le mancanze o gli azzardi (ad esempio il discusso scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale del 2024), né tanto meno gli umori ondivaghi di un’opinione pubblica come quella francese che da Sarkozy in avanti ha creato miti per poi “ucciderli” nei sei mesi successivi. Qui si guarderà a Macron come idealtipo del leader centrista e liberaldemocratico, sostenitore dell’europeismo e del multilateralismo ovvero l’antitesi del trumpismo.
Macron viene eletto per il suo primo mandato nella primavera del 2017. Meno di un anno dopo lo storico referendum britannico su Brexit e a pochi mesi dal primo insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Tra il 23 giugno 2016 e l’8 novembre dello stesso anno, Farage in UK e Trump negli Stati Uniti rappresentano l’apice della cosiddetta rivolta populista. Il 7 maggio 2017 Macron si dirige verso la Piramide del Louvre accompagnato dall’Inno alla gioia per pronunciare il suo primo discorso da presidente eletto della V Repubblica. Ha stravinto il ballottaggio presidenziale contro Marine Le Pen, dopo aver impedito il passaggio al secondo turno al populista di sinistra Mélenchon. È il simbolo di una élite tecnocratica ma attenzione, dettaglio non trascurabile, ha ottenuto quasi nove milioni di voti al primo turno e quasi 21 milioni al ballottaggio, praticamente doppiando la candidata della destra radicale. Non ha una carriera politica consolidata alle spalle, ha una formazione da enarca e un passato nella finanza? Certo ma ha anche un potente mandato popolare. Sarà anche un tecnocrate, ma il suffragio lo ha ampliamente premiato.
Il chiodo fisso dell’autonomia europea
Il tentativo di riforma del modello economico-sociale francese e la sua difficoltà a dotarsi di uno strumento partitico idoneo ben presto lo portano a scendere nel gradimento dei suoi cittadini. Ma come già anticipato non è questo il punto per noi interessante. Macron è l’anti-Trump per eccellenza ogni volta che prova a proporre un attivismo francese nello spazio europeo e globale.
Con il discorso della Sorbona a pochi mesi dall’elezione inizia la sua costante azione pedagogica sul tema della necessaria “autonomia strategica” europea. In una lunga intervista dell’anno successivo insiste sul “ritorno del tragico” nell’evoluzione del mondo, da interpretare come minaccia ma anche come una sorta di sveglia nei confronti del “borghese europeo”. Sul finire del 2019, in un’altra nota intervista al settimanale Economist, parla della Nato in stato di «morte cerebrale». Il commento è relativo alle contraddizioni interne, nello specifico una Turchia che acquista sistemi missilistici da una sempre più minacciosa Russia.
Una vecchia conoscenza
Se questo è il Macron del primo mandato trumpiano, quando il Tycoon torna alla guida del Paese nel 2024 non trova molti dei leader europei che aveva conosciuto nel corso della sua prima presidenza. Non trova più Merkel, né Johnson, né Giuseppe Conte solo per citarne alcuni. Tra i pochi ancora in carica vi sono il socialista Sanchez in Spagna e appunto Macron in Francia. Nessuna simpatia da parte di Trump come è ovvio per Pedro Sanchez, ma il socialista iberico rappresenta per certi versi un prodotto della politica destra versus sinistra del XX secolo.
Il bersaglio non può che essere il centrista ed europeista (che si è presentato come né di destra, né di sinistra o anche sia di destra, sia di sinistra). Soprattutto Macron nella primavera 2022 ha nuovamente sconfitto Marine Le Pen. È vero che la sua performance è stata meno scintillante, ma ha comunque bloccato l’ingresso della destra radical-populista all’Eliseo, staccandola di oltre cinque milioni di voti.
Il futuro di Macron
Il secondo Macron uscirà di scena la prossima primavera, politologi e storici analizzeranno il suo bilancio e non è nemmeno scritto che la sua carriera politica sia conclusa. Ciò che interessa per il nostro ragionamento è però il suo costante attivismo pro-ucraino, la sua insistenza sul necessario salto di qualità a livello di sicurezza nello spazio europeo, i suoi azzardi tra “volenterosi” e un concetto di “deterrenza nucleare diffusa” mai giunto prima da Parigi, o ancora i suoi richiami alla necessità di procedere con un approccio “buy european” per il riarmo e il suo attivismo per tassare i giganti statunitensi del web. Ma soprattutto nella prossima primavera si eclisserà (almeno temporaneamente) il simbolo dell’élite che si è fatta potere politico non per via tecnocratica, ma passando attraverso il suffragio universale.
Difficilmente ripartirà l’Europa se mancano élite pronte a passare attraverso il suffragio universale ma che allo stesso tempo non temono di proporre ricette e governare utilizzando la competenza messa al servizio della cosa pubblica. Così facendo esse si tramutano negli oppositori più temibili dei paladini della politica che invece si limita a riflettere gli umori delle opinioni pubbliche, cioè i cosiddetti populisti. Trump non può che odiare Macron. Quest’ultimo è l’antipopulista per eccellenza, in grado di unire dimensione elitaria e sovranità popolare ovvero esercitare quel minimo di dimensione populista di cui la democrazia necessita, ma che poi opera per contrastarne ogni deriva.


















