Dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente a una possibile crisi più profonda: la guerra non più come strumento, ma come impulso ciclico della storia e delle società
E se, dietro la sequenza ormai quasi continua di guerre e focolai — Gaza e l’intero teatro israelo-palestinese, l’Ucraina trasformata in una lunga guerra d’attrito nel cuore dell’Europa, l’improvvisa e drammatica estensione del conflitto all’Iran con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti — ci fosse qualcosa di più profondo delle spiegazioni abituali? Nel caso russo-ucraino, la guerra si sta prolungando oltre ogni previsione iniziale; nel caso dell’attacco USA all’Iran, perfino la coerenza strategica dichiarata da Washington è apparsa incerta e passibile di diverse interpretazioni. La storia, in parte, aiuta a leggere i fenomeni attuali.
La celebre triade basata su interesse, onore e paura della trappola di Tucidide, relativa alla famosa contrapposizione tra Sparta, potenza consolidata, e Atene, potenza ascendente, fornisce una chiave potente di analisi che spiega la reazione delle potenze in ascesa, l’ansia delle potenze consolidate, il gioco degli equilibri che si spezzano quando un ordine non riesce più a contenere le ambizioni e le insicurezze dei suoi protagonisti. Ma forse, oggi, questa spiegazione non basta più. O almeno: non basta da sola. Perché a colpire non è soltanto la presenza del conflitto, ma la sua quasi ineluttabilità. Come se la guerra, in molti casi, non fosse più solo uno strumento per ottenere qualcosa, ma diventasse essa stessa una forma di liberazione. Come se, dietro gli obiettivi dichiarati — sicurezza, deterrenza, frontiere, corridoi energetici, risorse, influenza regionale, supremazia tecnologica — si muovesse un impulso più oscuro e più antico.
La causa interiore
E se allora la causa più profonda delle tensioni geopolitiche contemporanee non fosse soltanto esterna, materiale, strategica, ma interiore? E se avesse a che fare con una dimensione dell’animo umano che, dopo un certo periodo di tempo, tende naturalmente a inclinarsi verso la rottura? Non per una necessità economica immediata, ma per una sorta di saturazione morale e storica. Come se esistesse un limite temporale dell’equilibrio, oltre il quale la stabilità non genera più pace, ma compressione.
È un’ipotesi scomoda, ma forse necessaria. Dopo lunghi periodi di ordine relativo, di accumulazione economica, di istituzionalizzazione dei rapporti di forza, sembra affacciarsi periodicamente un bisogno di scossa, di movimento, di frattura. Non solo nei singoli individui, ma soprattutto nelle classi dirigenti, nei gruppi dominanti, nei sistemi politici che si sentono arrivati a un punto di stagnazione. A quel punto la guerra non appare più come l’ultima ratio, ma comincia a presentarsi come la via attraverso cui scaricare l’aggressività accumulata, rigenerare gerarchie, ridefinire identità, ritrovare una missione.
Analogie storiche
In questa prospettiva, gli interessi materiali non scompaiono affatto, ma cambiano piuttosto posto. Non sono più la causa originaria, ma diventano il linguaggio della causa. Nuovi spazi, nuovi mercati, nuove risorse, nuove sfere di influenza: tutto questo conta, certo, ma potrebbe essere l’effetto visibile di un’esigenza più radicata, quella di dare uno sbocco storico a una pulsione aggressiva che, se trattenuta troppo a lungo, finisce per cercare un varco. Qui l’analogia con le onde di Kondratiev può diventare utile, non in senso strettamente economico ma antropologico e politico. Come esistono cicli lunghi di espansione e crisi nell’economia, così potrebbero esistere cicli lunghi della psicologia collettiva e del potere. Fasi di consolidamento, di crescita, di pacificazione relativa, cui segue una lenta accumulazione di tensione. Poi, a un certo punto, la rottura. La storia, del resto, suggerisce prudenza verso ogni ottimismo commerciale.
Prima della Prima guerra mondiale l’Europa era attraversata da scambi intensi e da interdipendenze profonde, come quelle tra Regno Unito e Germania, eppure il conflitto scoppiò ugualmente. Norman Angell, premio Nobel per la Pace, aveva creduto, con la sua celebre opera The Great Illusion, che l’integrazione economica rendesse la guerra irrazionale, dunque sempre meno probabile. La storia lo smentì e con lui smentì, almeno in parte, anche la fiducia di Montesquieu nel doux commerce e la celebre intuizione di Bastiat secondo cui dove passano le merci non passano gli eserciti. Gli eserciti passarono eccome. E passarono proprio in un continente che commerciava. Quella che doveva essere una barriera si rivelò insufficiente. Non falsa in assoluto, ma insufficiente. Perché il commercio può attenuare gli incentivi al conflitto, ma non annulla la possibilità che una civiltà, a un certo punto, senta il bisogno di precipitare nella violenza.
La guerra come costruzione di identità
In Medio Oriente non vediamo soltanto una contesa per il territorio o per la sicurezza, ma anche la trasformazione del conflitto in condizione permanente dell’identità politica, così in Ucraina non solo una guerra per confini e zone d’influenza, ma anche il ritorno dell’idea imperiale e nell’attacco americano all’Iran non soltanto una mossa strategica ma anche la difficoltà di ricondurre la forza a una razionalità finalizzata. Forse, allora, gli analisti fanno fatica non perché siano deboli gli strumenti di indagine, ma anche per effetto di quella che un altro premio Nobel per l’Economia, Herbert Simon, chiamava “razionalità limitata”. La geopolitica tende a descrivere interessi, ma la storia, talvolta, è mossa da passioni che gli interessi rivestono e mascherano. Onore, interesse e paura restano veri, ma dietro di essi potrebbe agire qualcosa di ancora più elementare come una ciclica volontà di rottura, una necessità quasi biologica o spirituale di liberare aggressività.


















