2 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Apr, 2026

Netanyahu alla nazione: «Ruggiamo da leoni». La guerra con l'Iran smentisce

Benjamin Netanyahu

Netanyahu parla alla Nazione annunciando una vittoria che non ha ancora conquistato sul campo contro l’Iran, paventando una nuova “dottrina” che rischia di isolare Israele ben oltre il periodo di guerra


«Il mondo intero sente il nostro ruggito da leone nella lotta contro il regime malvagio in Iran, una lotta nella quale abbiamo raggiunto risultati immensi, enormi». Non ci è andato piano il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel discorso rilasciato alla nazione. Un discorso pensato tanto per chiarire il posizionamento internazionale del suo Paese quanto per rivendicare i successi del suo governo e delle guerre combattute da Tel Aviv. Per Netanyahu, dopo i danni causati a Teheran «Israele è più forte che mai», visto che «l’Iran non può più minacciare la nostra esistenza».

A suo dire, gli attacchi hanno colpito tanto a fondo la Repubblica Islamica da averne minato le fondamenta. Motivo per cui Netanyahu lascia persino intendere la possibilità, nel breve termine, che il Nezam (il Sistema Islamico iraniano) possa cadere. Una lettura enfatica di ciò che è successo e sta succedendo in Medio Oriente, rivolta a un’opinione pubblica israeliana che fatica a vedere i risultati del caos scatenato da Netanyahu e Donald Trump nella regione. E che, soprattutto, vede le proprie città continuo bersaglio di missili balistici e droni iraniani nonostante le ripetute rivendicazioni di presunte vittorie da parte del fronte israelo-americano.

Il divario tra retorica e realtà

Ai suoi concittadini Netanyahu prova dunque a presentare una versione degli eventi che però, anche al meno attento degli osservatori, appare decisamente distorta. Difficile, del resto, dichiararsi vittoriosi mentre i colpi continuano a cadere e mentre in Iran, nonostante i danni subiti, la leadership del Nezam continua a promettere guerra ad oltranza. Ma al di là di queste affermazioni, il discorso di Netanyahu risulta rilevante anche sotto un altro punto di vista, vale a dire quello relativo a quella che è già stata definita la “dottrina Netanyahu” che dovrebbe, almeno nelle intenzioni del Primo ministro, diventare il perno della strategia geopolitica d’Israele.

Stando al Primo ministro, infatti, Israele dovrà d’ora in avanti diventare un Paese molto più assertivo, pronto a lanciare devastanti attacchi preventivi contro qualsiasi potenziale minaccia a Tel Aviv. Non importa quanto sia effettivamente pericolosa questa minaccia. La semplice esistenza della stessa giustificherebbe una risposta immediata, volta a mantenere lo status quo e a prevenire la rinascita di un sistema tanto pericoloso quanto quello creato dall’Iran in gran parte del Medio Oriente.

L’idea di una nuova alleanza regionale

Allo stesso tempo, secondo Netanyahu gli attacchi iraniani contro i Paesi arabi del Golfo Persico garantiscono ad Israele il necessario leverage politico per poter negoziare con le monarchie arabe una nuova tipa di partnership regionale. Non più degli “accordi” di Abramo, ma una vera e propria «alleanza» volta a rendere Tel Aviv un interlocutore credibile per gli Stati arabi moderati, oltre che il perno di un Medio Oriente senza più l’ombra geopolitica dell’Iran e dei suoi alleati. Si tratterebbe chiaramente di una rivoluzione non da poco. Ma al di là delle dichiarazioni, questo progetto risulta difficilmente credibile.

Anche al netto di rapporti più complessi e ostili tra l’Iran e i suoi vicini del Golfo, infatti, non si comprende come le monarchie arabe della Penisola potrebbero effettivamente trattare, o addirittura scegliere di allearsi formalmente, con un Israele come quello immaginato da Netanyahu. Un Paese molto più assertivo che in passato, disposto a colpire preventivamente altri Stati anche in assenza di una minaccia diretta e immediata. Una mina vagane, in poche parole, da cui è possibile supporre che anche le estremamente pragmatiche monarchie moderate vorrebbero tenersi ben distanti.

Due strategie incompatibili

Le due “rivoluzioni” strategiche della dottrina proposta da Netanyahu, in buona sostanza, sono mutualmente esclusive. Una postura più attiva nella regione più che favorire una distensione con le popolazioni arabe provoca infatti l’accelerazione di quel processo di radicalizzazione regionale iniziato con la guerra di Gaza. E ciò potrebbe rendere Israele persino più isolato di quanto non sia al momento.

Oltre a questo, poi, non è chiaro come si possa presentare, seppur semplicemente accennandola, una rivoluzione di questo tipo in un contesto di guerra aperta i cui esiti sono ancora molto incerti. Per ragioni di opinione pubblica Netanyahu parla infatti come se avesse già vinto la guerra con l’Iran, quando i fatti raccontano una storia ben diversa. La coalizione israelo-americana, dal punto di vista strategico, sta perdendo.

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Per questo, ragionare in grande su un “dopo” conflitto dando per scontata una vittoria è un azzardo programmatico che potrebbe pagare nel breve periodo in termini di consensi ma che potrebbe rivelarsi disastroso sul lungo periodo. Il rischio, dunque, è che la dottrina Netanyahu Medio Oriente finisca per essere meno una bussola strategica e più un atto di fede politica, costruito su presupposti che il campo di battaglia continua a smentire. E nella storia del Medio Oriente, le strategie fondate su percezioni di forza più che su equilibri reali hanno spesso prodotto l’effetto opposto: non sicurezza, ma instabilità crescente e isolamento.

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