29 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Mar, 2026

L’Harem, sogno e abbaglio erotico dell’Occidente

Il significato che ha assunto oggi l’Harem ha poco a che fare con quello esso era in origine, un luogo interno alla famiglia e riservato alle donne


Nell’immaginario comune, di solito, un gruppo di donne riunito in un luogo separato dagli uomini non promette mai niente di buono.

Nel peggiore dei casi può trattarsi di un covo di Suffragette o di una congrega di streghe, ma per fortuna non è tutto Sabba quello che luccica: nel corso della Storia uomini e donne hanno quasi sempre interagito separatamente, ciascuno nel proprio ambiente e per svariati motivi. La vita pubblica e quella privata, l’educazione dei figli e il matrimonio, perfino i banchi della Chiesa: in qualche modo era scritto e stabilito che maschi e femmine dovessero dividersi.

Già nell’antica Grecia, ad esempio, esisteva il gineceo, uno spazio domestico riservato alle donne. Istituzioni analoghe si trovavano anche nelle corti imperiali della Cina e di altre civiltà asiatiche, con complessi sistemi di concubine e gerarchie interne. Ma c’è un esempio cardine di questa divisione, uno in particolare, che ha generato in seguito tutta una serie di conseguenze culturali di cui sentiamo l’eco anche nel 2026, e questo è l’Harem.

L’Harem

Persino nel mondo animale il termine “harem” viene utilizzato per descrivere gruppi in cui un maschio dominante controlla più femmine, a dimostrazione del fatto che alcune dinamiche di organizzazione sociale e riproduttiva finiscono con l’avere qualcosa in comune tra loro. Si tratta, per giunta, di uno di quei concetti che, nell’immaginario collettivo occidentale, è stato a lungo avvolto da un’aura di mistero, sensualità e, a volte, fantasia esotica.

In realtà, la sua origine e la sua funzione storica sono molto più complesse e meno romanzate di quanto spesso si creda. Per comprenderlo davvero, è necessario partire dall’etimologia: “harem” deriva dall’arabo Harim, che indica tutto ciò che è proibito, inviolabile. Nasce dunque come spazio separato, riservato alle donne della famiglia.

Nella sua forma più semplice, l’Harem era una parte della casa destinata esclusivamente alle donne e ai bambini, dalla quale gli uomini estranei erano esclusi. Questa separazione era pensata perlopiù per garantire protezione, controllo e ordine all’interno della struttura familiare, specialmente per i bambini. Con il tempo, tuttavia, il termine ha assunto un significato più ampio, arrivando a indicare non solo lo spazio fisico, ma anche l’insieme delle donne che vi abitavano e l’intero sistema sociale e collaborativo che ne regolava la vita.

Storia di un concetto

Sebbene si tratti di un luogo comune molto diffuso, l’Harem non nasce nell’Islam. Le sue radici sono più antiche e si trovano nelle civiltà del Vicino Oriente, in particolare in quelle persiane e bizantine, dove esistevano già forme di segregazione femminile e spazi domestici separati. Queste pratiche furono successivamente adottate e rielaborate nelle società islamiche, soprattutto a partire dal periodo delle grandi corti urbane, dove si svilupparono in forme più strutturate e istituzionalizzate.

L’esempio forse più famoso di Harem è senza dubbio quello dell’Impero Ottomano, che tra il XV e il XIX secolo trasformò questa istituzione in un vero e proprio centro di potere. Dimentichiamo però le ballerine sensuali rinchiuse tra quattro mura dorate che imboccano i chicchi d’uva al Sultano: nell’Impero Ottomano le donne facevano sul serio. L’Harem imperiale, qui, non era soltanto la residenza delle donne del Sultano, ma un ambiente altamente organizzato, regolato da gerarchie precise e profondamente intrecciato con la politica.

Al suo vertice vi era la madre del Sultano, figura di enorme influenza, seguita dalle mogli ufficiali, dalle concubine e dalle serve. Se mai pensassimo che le donne nell’Harem fossero confinate e vivessero una vita limitante, questo Harem in particolare ci smentisce, perché qui esercitavano un ruolo tutt’altro che marginale: in alcuni periodi storici, noti come il “Sultanato delle donne”, esse influenzarono direttamente le decisioni politiche e le dinamiche di successione.

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Controllo e libertà

In pochi sanno, poi, che un elemento distintivo di questi ambienti era la presenza degli eunuchi, incaricati della sorveglianza. Il loro scopo era quello di garantire l’isolamento delle donne da uomini esterni, rafforzando il controllo sulla loro vita e sulla loro sessualità – inutile dire che si trattasse di eunuchi per estendere questa garanzia di isolamento anche da loro stessi, in fondo. Il controllo rappresenta una delle caratteristiche fondamentali dell’Harem: la regolazione dei rapporti tra i sessi e, in particolare, della libertà femminile.

L’Harem si collocava quasi sempre in società patriarcali, nelle quali il potere economico e politico era concentrato nelle mani degli uomini e la famiglia era organizzata in funzione della trasmissione della ricchezza e dello status. In questo quadro, la certezza della paternità diventa un elemento centrale: sapere chi sono i propri figli è essenziale per garantire la continuità della linea familiare. Qual è quindi la risposta più immediata a questa esigenza? La segregazione delle donne e il controllo della loro sessualità.

Poligamia e crisi dell’Harem

A questo si aggiungeva la pratica della poliginia, ovvero la possibilità per un uomo di avere più mogli, diffusa in diverse società tradizionali. Mantenere un Harem richiedeva risorse economiche considerevoli, e per questo era un privilegio delle élite. Non era solo una questione privata, ma anche un segno visibile di potere e prestigio: più ampio era l’Harem, maggiore era lo status sociale dell’uomo che lo possedeva.

Con l’avvento della modernità, tra il XIX e il XX secolo, l’istituzione dell’Harem entra progressivamente in crisi: l’abolizione della schiavitù, le riforme politiche, l’influenza dei modelli europei e i cambiamenti nelle strutture familiari contribuiscono al suo declino. Nel caso dell’Impero Ottomano, per esempio, l’Harem imperiale viene formalmente abolito all’inizio del Novecento, segnando la fine di una lunga tradizione.

Ma il fatto che l’Harem si sia praticamente estinto non estingue la domanda che sta alla base della sua esistenza: da dove nasce questa tendenza, che definiremmo più un’esigenza maschile, di creare spazi in cui le donne vengono confinate? La risposta è racchiusa in una combinazione di fattori storici, sociali ed economici. In un tempo in cui le donne erano considerate quasi esclusivamente degli strumenti per generare prole, il bisogno di controllare la discendenza, la struttura patriarcale della società, la ricerca di prestigio e le dinamiche di potere hanno fatto il resto.

Un prodotto della fantasia occidentale

L’Harem è una costruzione storica che porta un profondo stampo maschile, legata a contesti specifici e a esigenze precise, ma non di rado la sua identità e quello che di esso si racconta si sono mescolati in una dimensione che diventava quasi l’ombra di una leggenda. Dal momento che nessun uomo poteva entrare in un Harem, era difficile confermare o smentire quanto si dicesse al riguardo.

Tanto per dirne una, non è raro che l’Harem venga descritto come una casa di piacere. Questa sovrapposizione nasce soprattutto nella cultura europea tra Settecento e Ottocento, quando viaggiatori, pittori e scrittori, impossibilitati ad accedere realmente agli spazi interni delle case orientali, iniziarono a immaginarli.

Un primo aneddoto significativo riguarda proprio i viaggiatori occidentali che visitavano l’Impero Ottomano. Molti di loro, per l’appunto, non videro mai un Harem con i propri occhi, eppure, nei loro racconti, descrivevano ambienti pieni di odalische sensuali, bagni profumati e scene di piacere. In pratica, si trattava di una narrazione che colmava un vuoto: ciò che non si poteva vedere, veniva reinventato secondo le aspettative europee sull’Oriente.

L’Harem dal punto di vista femminile

Le uniche voci autorevoli ci pervengono dalle testimonianze delle poche donne europee che riuscirono ad entrare negli Harem, proprio perché donne e quindi ammesse (in qualità di ospiti e visitatrici), ed è qui che le descrizioni si rivelano molto diverse: le donne occidentali raccontavano di ambienti organizzati, spesso anche severi, dove le donne trascorrevano il tempo tra attività quotidiane, conversazioni, educazione e rituali familiari. In alcuni casi, emergeva persino una certa solidarietà femminile, lontana dall’immagine di competizione (erotica, ma più in generale in termini di attenzione da parte del marito) che si trova nei racconti maschili.

La differenza fondamentale tra case di piacere e Harem sta nella funzione sociale delle due istituzioni: le prime, quali luoghi pubblici (o semi-pubblici), erano destinati esclusivamente a incontri sessuali a pagamento; per quanto costrittivo e restrittivo, invece, l’Harem afferiva all’ambiente familiare, era uno spazio privato, chiuso, legato alla riproduzione legittima.

A confermare la rigidità di alcune regole all’interno dell’Harem emerge il fatto che le concubine non erano libere di intrattenere rapporti con chiunque: al contrario, l’accesso al sovrano era rigidamente regolato. In molti casi, una moglie o una concubina poteva passare anche anni senza mai incontrarlo.

Esistevano però anche testimonianze di punizioni severe per chi violava le regole dell’Harem: le relazioni non autorizzate, infatti, potevano essere considerate gravi trasgressioni, proprio perché mettevano in discussione la certezza della discendenza.

Il significato traslato

Un ulteriore input ci perviene dalla lingua stessa. In molte lingue europee, soprattutto nel passato, la parola “Harem” era usata per indicare qualsiasi indiscriminato gruppo di donne legate a un uomo potente, spesso con una connotazione erotica. Ancora oggi, in contesti informali, si parla di “Harem” per descrivere situazioni che non hanno nulla a che vedere con la realtà storica.

Pur volendo riconoscere un fine differente tra Harem e case di piacere, però, non possiamo non soffermarci sulla natura coercitiva di entrambe le istituzioni. Non possiamo non soffermarci sul fatto che il primo sia un controllo della sessualità e il secondo pure, non possiamo esimerci dal pensare che entrambi siano un prolungamento del potere maschile nei confronti dello status femminile.

Perciò se la cultura e la storia di un popolo accettano e anzi, dettano la regolamentazione di un Harem, dall’altro lato non possiamo dimenticare che per quanto si tratti di una situazione circoscritta al privato e alla famiglia, lì quelle donne sono autonome soltanto in un perimetro ben definito. Possiamo chiamarla libertà o possiamo accettare il fatto che in alcune culture la libertà passi attraverso certe grate – venendone fuori, di fatto, del tutto smembrata. E facciamo così i conti con l’analisi nuda e cruda, con lo sviluppo del senso critico e del saper calare ciascun aspetto della vita nel rispettivo contesto, ma anche, in questo caso più che in ogni altro, con la consapevolezza di saper distinguere l’autonomia dai movimenti gentilmente concessi, la possibilità di amare dall’obbligo di farlo, la libertà pienamente intesa da un’enorme, protettiva e limitante gabbia dorata.

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