24 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Mar, 2026

La lezione del voto in Francia: vincere senza i populisti si può

Emmanuele Grégoire

Il voto in Francia dà una lezione alle forze politiche italiane: vincere le elezioni senza i populisti è possibile, come dimostrano i successi dei socialisti transalpini che hanno rinunciato all’alleanza con La France Insoumise e corso il rischio di favorire la destra


Una sinistra che, per vincere, non rinnega la propria anima riformista e non cede al populismo. E una destra che, per parlare a tutto il Paese, accantona temi e toni radicali. È una doppia lezione quella che arriva dalla elezioni locali francesi e che le principali forze politiche italiane, cioè il Partito democratico di Elly Schlein e Fratelli d’Italia della premier Giorgia Meloni, farebbero bene a interiorizzare.

Il no a Mélenchon

Partiamo dalla sinistra. In Francia i socialisti sono riusciti a vincere a Parigi, Marsiglia, Lilla e Lione, cioè nelle quattro principali città dove nello scorso fine settimana era in programma il ballottaggio. E lo hanno fatto rinunciando all’alleanza con La France Insoumise (LFI), il partito di Jean-Luc Mélenchon che ha assunto posizioni sempre più radicali. Nelle città dove l’alleanza tra socialisti e sinistra populista è stata formalizzata, invece, la coalizione ha perso: è andata così a Tolosa, Poitiers, Limoges e Tulle.

I casi di Parigi e Marsiglia

In questo scenario spiccano due casi specifici. A Parigi, Emmanuele Grégoire ha battuto Rachida Dati, candidata della destra post-gollista, con appena il 50,5% dei voti. E, per centrare l’obiettivo, ha rifiutato qualsiasi accordo con Sophia Chirikou, esponente di LFI, nonostante al primo turno la destra avesse riportato più voti. Stesso discorso per Marsiglia, dove Benoit Payan ha battuto il candidato lepenista Franck Allisio col 54% dei consensi, anche qui dopo aver detto no al patto con la sinistra radicale.

La rinuncia all’estremismo

Il valore e il coraggio di questa strategia risiedono nelle motivazioni che hanno spinto i socialisti a prendere le distanze dai populisti. Grégoire, Payan e gli altri hanno ritenuto insostenibile un programma elettorale basato su aumento del salario minimo e riduzione dell’orario di lavoro, più tasse su grandi imprese e patrimoni, sciopero e mobilitazione di piazza come strumento di lotta politica, euroscetticismo e anti-atlantismo. E, pur di non rinnegare la propria anima, hanno corso il rischio che gli avversari del Rassemblement National (RN) conquistassero le principali città francesi, inclusa Parigi.

Il Pd schiacciato su M5S, Avs e Cgil

Che cosa succede, invece, in Italia? Il Partito democratico, maggiore forza di sinistra nata nel segno del riformismo, si schiaccia sulle posizioni massimaliste del Movimento Cinque Stelle, di Alleanza Verdi e Sinistra e della Cgil. Il tutto col malcelato obiettivo di mantenere posizioni di potere, ma con l’esito di dividersi o mostrarsi ambiguo sulle questioni cruciali, oltre che dimostrarsi tetragono a ogni tentativo di riforma.

Ambiguità e contraddizioni

È così che oggi i dem italiani condannano gli attacchi di Israele ad Hamas ed Hezbollah in Medio Oriente ma balbettano sulla guerra mossa dalla Russia all’Ucraina; si spaccano sulle misure da adottare l’antisemitismo ormai dilagante; si oppongono a riforme come il Jobs Act di Matteo Renzi, disinvoltamente ripudiato dalla segretaria Elly Schlein, e quella della giustizia del governo Meloni, che conteneva la separazione delle carriere di pm e giudici e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare per i magistrati che pure il Pd aveva a suo tempo sostenuto. A differenza di quanto avviene in Francia, dove i socialisti si confermano forza riformista e moderata anche correndo il rischio di perdere le elezioni, il Pd italiano si trasforma in forza populista, giustizialista e “immobilista” nella speranza di non perdere la leadership del campo largo.

La mossa di Bardella

Da Parigi e dintorni, tuttavia, arriva una lezione anche per la destra italiana. In vista delle elezioni, i populisti e sovranisti del Rassemblement National hanno aperto per la prima volta alla destra post-gollista. L’obiettivo è quello di sottrarsi, in vista delle presidenziali del 2027, a quella conventio ad excludendum che per decenni ha impedito a Jean-Marie Le Pen prima e alla figlia Marine poi di conquistare l’Eliseo.

Il caso di Nizza

In questo senso è significativo il caso di Eric Ciotti. Dopo aver abbandonato Les Républicains in occasione delle legislative anticipate del 2024, domenica scorsa il dissidente post-gollista è riuscito a farsi eleggere sindaco di Nizza con il sostegno del Rassemblement National. Ciotti non è una figura qualsiasi: è il grande sostenitore dell’unione delle destre che il leader di Rassemblement National, Jordan Bardella, ha avallato nel corso dell’ultima campagna elettorale parlando di “mano tesa alle liste di destra sincera” e in aperto contrasto con Marine Le Pen, sostenitrice dell’idea di destra populista e sovranista che si oppone non solo a tutta la sinistra ma anche alla destra moderata.

Una destra più matura

Dietro questa mossa di Bardella, dunque, c’è il tentativo di fare dei lepenisti una forza politica non più “arrabbiata” e populista, ma finalmente matura e dialogante. È una strategia, quest’ultima, che la premier italiana Giorgia Meloni avrebbe fatto bene a seguire durante la campagna elettorale per il referendum sulla riforma della giustizia. Per sostenere le ragioni del Sì, la presidente del Consiglio ha cercato lo scontro frontale con la magistratura, accreditando l’idea di una riforma nata quasi per “punire” i giudici che adottavano decisioni sgradite in materia di migranti e sicurezza. Più saggio sarebbe stato dialogare con moderati, liberali e riformisti anche nell’ottica delle elezioni per il rinnovo del Parlamento nel 2027.

Il calcolo politico

Qualcuno obietterà, nel caso dei socialisti francesi, che prescindere dal voto populista è più facile con un sistema elettorale a doppio turno, dove il candidato che si afferma al primo turno può “trascinare” e non “essere trascinato” da altre forze politiche. Qualcuno, a proposito della strategia di Bardella, sosterrà che il parziale o apparente abbandono della linea radicale da parte della destra lepenista è frutto di mero calcolo politico in vista delle presidenziali. Entrambe le affermazioni corrispondono a verità.

Vincere senza vendere l’anima

Così come, però, corrisponde a verità la doppia lezione impartita dalla politica francese a quella italiana. E cioè che, da una parte, si può vincere senza “vendere l’anima” a populisti ed estremisti e che, dall’altra, la radicalizzazione dello scontro politico potrà anche pagare ricchi dividendi nell’immediato, ma di sicuro non aiuta nel lungo periodo, quando si è chiamati a governare la complessità e portare a compimento il faticoso cammino delle riforme istituzionali. Schlein e Meloni lo comprenderanno?

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