23 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Mar, 2026

La sfiducia nella politica che diventa paura di cambiare

Il giorno del voto al referendum

Il referendum rivela un Paese bloccato, diviso e incapace di affrontare riforme strutturali. La sfiducia nella politica si trasforma in paura di cambiare.


La sconfitta del «SÌ» al referendum ha due ragioni che purtroppo avevamo denunciato in queste settimane. Anzitutto la riforma è stata raccontata male, come il mezzo per regolare e riequilibrare il rapporto tra magistratura e politica. Non è giunta all’elettorato la sua funzione più nobile: quella di offrire la garanzia di un giudice autenticamente terzo e imparziale al cittadino, di fronte all’impatto violento dell’azione penale. In secondo luogo la premier è scesa in campo tardi e nel modo peggiore, offrendo con i suoi attacchi alla magistratura una conferma agli argomenti del fronte del «NO»: cioè all’idea che il governo volesse usare la riforma per minare l’autonomia del pm e attaccare lo Stato di diritto.

Chi sospettava della contiguità culturale tra Meloni e Trump è stato scoraggiato dal sostenere un cambiamento della Costituzione, di fronte all’atteggiamento aggressivo della premier verso le toghe. Così il feticcio della Carta esibita come salvaguardia delle libertà individuali ha avuto ancora una volta buon gioco nei confronti di un elettorato sostanzialmente conservatore, che diffida della politica. E perciò non riconosce a nessun attore il potere di smuovere le fondamenta del sistema.

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Strategia debole e contraddizioni del centrodestra

La sconfitta non impone le dimissioni a Giorgia Meloni, ancorché scarica sulla sua maggioranza un contraccolpo di non facile gestione, suggerendo un cambiamento netto nella sua strategia di governo sulla giustizia, con le opportune dimissioni del ministro guardasigilli. Ma scopre un deficit di strategia: la premier ha dimostrato di avere per gli affari interni un solo spartito, quello dell’underdog. Questa postura funziona dentro la contrapposizione frontale tra destra e sinistra in un paese immobile, ma non è in grado di produrre cambiamento. È probabile che la discesa in campo della leader con i toni da combattimento abbia mobilitato parte del suo elettorato, inducendolo a recarsi alle urne. Ma altro è convincere la maggioranza del Paese a condividere una trasformazione delle regole democratiche, poiché le regole del processo sono parte del funzionamento di una democrazia.

È mancata anzitutto una coerenza politica con cui adottare una riforma scritta da altri – il copyright del progetto è delle Camere penali – e mai compresa e digerita dalle élite del centrodestra e dalla stessa premier, che purtroppo hanno dimostrato di non conoscere né praticare, nelle opzioni di governo e nei discorsi pubblici, il garantismo. Così, mentre promuovevano la separazione delle carriere, varavano misure di stampo securitario o incitavano al punitivismo penale, in tal modo risultando assai poco convincenti per i sostenitori e spaventevoli per gli avversari. L’attacco di Giorgia Meloni alle sentenze con cui i magistrati avrebbero liberato stupratori e trafficanti è stato, per dirla con un ossimoro, un capolavoro autolesionista.

Una magistratura politicizzata e un sistema bloccato

Se questo è l’esito disastroso della campagna referendaria per la leader populista, i riflessi più gravi per il Paese si colgono sul fronte opposto. Ne è specchio il brindisi in tribunale di una cinquantina di magistrati napoletani, tra cui il capo della procura generale, sulle note di «Bella ciao». C’è una magistratura ideologizzata che è scesa apertamente in campo attraverso il proprio sindacato. Ha chiesto direttamente il voto ai cittadini e oggi ottiene dal risultato elettorale una legittimazione democratica al pari di un partito. Con questa forma surrettizia di rappresentanza popolare, che si pone come alternativa e antagonista rispetto a quella formale sancita dal voto parlamentare, qualunque forza politica, di destra o di sinistra, dovrà fare i conti.

Il Pd di Elly Schlein porta una grave responsabilità di questo esito, avendo sponsorizzato acriticamente lo slittamento politico della magistratura al fine di lucrarne elettoralmente, ma la storia insegna che il metodo togliattiano del fine che giustifica ogni mezzo è spesso foriero di un’eterogenesi dei fini. Nelle urne del referendum c’è, da ultimo, un verdetto politico che suona come un’ipoteca sulla Repubblica.

Il bipolarismo muscolare è lo specchio di un sistema che rinuncia a cambiare. Non è né sarà mai in grado di attivare processi trasformativi significativi, di cui pure un Paese in declino ha tanto bisogno. Vale oggi per la giustizia, domani per la riforma della sanità, dopodomani per le liberalizzazioni, per fare solo degli esempi. Se il cambiamento presuppone la rottura dello schema bipolare, non c’è da illudersi che a produrla possa essere una legge elettorale partorita da una classe dirigente nata e cresciuta tra le contrapposizioni e il disconoscimento reciproco propri della Seconda Repubblica.

Mai come da oggi in poi ci sarebbe bisogno di una cultura politica autenticamente riformista. Capace di una coerenza strategica che, a prescindere da qualunque sistema elettorale, possa farsi massa critica in base alla chiarezza del suo progetto. Al rigore del suo esempio, al metodo democratico del suo confronto-ascolto con gli altri attori. Di questa educazione politica non c’è traccia in nessuna delle forze che occupano Montecitorio e Palazzo Madama. Né a destra, né a sinistra, né in mezzo ai due poli tra le cicatrici di una litigiosità personale e di un tatticismo esasperato e poco credibile. Nel risultato del referendum c’è sotto traccia un appello a quel che resta delle residue energie della società. La politica chiede già nuovi protagonismi e nuove leadership.

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