I medici di base indicono uno sciopero contro la riforma voluta dal ministro Schillaci, in Italia è crisi di personale sanitario
I medici di famiglia sono pronti a sfilarsi il camice. La Fimmg, il principale sindacato della categoria, ha proclamato lo stato di agitazione contro la riforma del ministro della Salute Orazio Schillaci che, dopo il via libera delle Regioni, entro la fine del mese approderà in Parlamento. Sul tavolo, avverte il sindacato, c’è una trasformazione “di portata sistemica” destinata a cambiare il rapporto tra medico e paziente, l’organizzazione della medicina territoriale e perfino la natura stessa della professione. Tradotto dal burocratese sanitario: preparatevi alla guerra dei camici bianchi.
Del resto in Italia la riforma dei medici di famiglia viene annunciata con la stessa puntualità con cui si annunciano le grandi opere incompiute: conferenze stampa, tavoli tecnici, commissioni, slogan sulla sanità del futuro e immancabile promessa di “voltar pagina”. Poi, regolarmente, tutto si arena tra interessi di categoria, resistenze sindacali, regioni in ordine sparso e lobby sanitarie che riescono sempre a trovare il modo di rinviare il cambiamento. Stavolta però il governo sembra deciso ad andare fino in fondo, (nonostante le perplessità di Forza Italia che potrebbe mettersi di traverso) E infatti la categoria è salita subito sulle barricate.
La riforma contestata
La riforma punta a superare l’attuale modello del medico convenzionato, libero professionista pagato a quota capitaria, per inserirlo stabilmente nel Servizio sanitario nazionale con un rapporto molto più vicino alla dipendenza pubblica. Oggi un medico di medicina generale percepisce circa 91 euro l’anno per ogni assistito. Più mutuati, più compensi. A prescindere dal numero delle prestazioni. Domani cambierebbero orari, organizzazione del lavoro e presenza obbligatoria nelle Case di comunità. Il nuovo schema prevede 38 ore settimanali distribuite tra studio, attività territoriali e strutture sanitarie.
Ed è proprio qui che esplode lo scontro. I sindacati temono la fine dell’autonomia professionale e accusano il governo di voler trasformare i medici di famiglia in dipendenti col badge, schiacciati dalla burocrazia. Il ministero replica che il vecchio sistema non regge più: troppi pensionamenti, pochi giovani disposti a scegliere la medicina generale e intere aree del Paese ormai scoperte.
La sanità territoriale
Perché mentre si discute di modelli organizzativi, la sanità territoriale italiana continua a perdere pezzi. Nel Nord produttivo, quello che per anni ha impartito lezioni di efficienza al resto d’Italia, mancano centinaia di medici di base. Lombardia, Veneto, Piemonte faticano a coprire gli ambulatori. Nemmeno l’aumento del numero massimo di assistiti per medico è riuscito a colmare i vuoti. In alcuni territori trovare un medico è diventato un percorso a ostacoli.
Nel frattempo il Pnrr ha disseminato il Paese di Case della comunità, le strutture destinate a diventare il cuore della nuova assistenza territoriale. Entro il 2026 ne dovrebbero essere operative 1.288 grazie a quasi due miliardi di investimenti europei. Sulla carta saranno presidi aperti dodici ore al giorno con medici, infermieri, specialistica ambulatoriale, screening, vaccinazioni, telemedicina e percorsi dedicati ai malati cronici. Una sorta di mini ospedali di prossimità pensati per ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso.
I numeri della crisi
Ma finite le inaugurazioni con fascia tricolore e fotografie di rito, adesso arriva il problema vero: chi ci lavorerà dentro? Perché le mura si costruiscono con i fondi del Pnrr, ma il personale va assunto e pagato. E qui il Mezzogiorno continua a inseguire. Molte Case della comunità al Sud sono ancora incomplete oppure prive dei servizi essenziali. La sfida non è più edilizia ma organizzativa: integrare medici di famiglia, pediatri, infermieri e assistenza sociale in una rete che oggi semplicemente non esiste.
I numeri raccontano un sistema già in sofferenza. Secondo il rapporto Ocse rilanciato dal sindacato Nursing Up, l’Italia è prima in Europa per numero di medici ma ultima per infermieri. Ci sono 5,4 medici ogni mille abitanti ma appena 6,9 infermieri, ben al di sotto della media europea. Il rapporto infermieri-medici è fermo a 1,3 contro il 2,2 dell’Unione europea. Tradotto: abbiamo tanti camici bianchi che prescrivono ma troppo pochi professionisti che assistano davvero i pazienti sul territorio. E senza infermieri, le Case della comunità rischiano di trasformarsi in scatole vuote.
Il cerchio che si chiude
Nessuno dimentica il tributo in vite umane dei medici di famiglia durante il Covid. Molti hanno continuato a visitare pazienti senza protezioni adeguate, pagando anche in vite umane il prezzo della pandemia. Hanno rappresentato un argine mentre ospedali e pronto soccorso collassavano. Ma proprio l’epidemia ha mostrato tutte le fragilità della nostra sanità territoriale: assistenza domiciliare insufficiente, medicina di prossimità disorganizzata, integrazione quasi inesistente tra ospedali e territorio.
Ora Schillaci tenta di chiudere il cerchio con una riforma che promette di cambiare tutto. Ma la sensazione è che la politica – in un clima già elettorale – stia provando a ristrutturare un edificio mentre mancano muratori, elettricisti e perfino i custodi. Il timore è che l’ennesima rivoluzione sanitaria finisca come sempre: annunciata, e infine rinviata.


















