4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Feb, 2026

La forza dello Stato si vede dalla misura

Torino mostra che la forza dello Stato non si misura nella repressione, ma nella capacità di reagire senza tradire le garanzie democratiche


Forse i fatti di Torino contano meno per ciò che sono stati e molto di più per ciò che stanno producendo. La violenza, in fondo, funziona come un reagente chimico: accelera processi già in corso, porta in superficie pulsioni latenti, svela fragilità che in tempi ordinari restano occultate. Le frange che hanno scelto lo scontro sanno perfettamente quello che fanno. Non cercano tanto consenso, puntano piuttosto a innalzare la tensione.

È una strategia antica: forzare l’istituzione a eccedere, a confondere ordine pubblico e dimostrazione di forza. Ma la differenza tra una democrazia fragile e una solida è che la prima funziona come un organismo immunodepresso – produce anticorpi ipertrofici, che per combattere il virus danneggiano l’organismo stesso -, mentre la seconda non abbassa la soglia delle garanzie.

Il vero termometro democratico

La storia insegna che il livello di reattività istituzionale è il vero termometro democratico. Non è un caso che, dopo la strage di Anders Breivik, nel luglio 2011, uno degli atti terroristici più devastanti della storia europea recente, la Norvegia non abbia cambiato le regole fondamentali del proprio ordinamento. Ventun anni di pena massima, discussi per anni, contestati, ma nessuna ridefinizione affrettata del perimetro dei diritti.

La scorciatoia securitaria italiana

In Italia, invece, i disordini di Torino hanno già avuto come conseguenza immediata l’accelerazione del decreto sicurezza e l’invocazione di nuovi strumenti repressivi: la richiesta di fermi prolungati, di ampliamento dell’uso della forza, di nuove immunità operative, non nasce solo da un’esigenza di sicurezza, ma da una visione muscolare dell’autorità, oltre che da un calcolo demagogico. È una scorciatoia che produce consenso immediato, ma logora lentamente l’architettura democratica. E finisce, inoltre, per creare le condizioni simboliche e materiali di una nuova escalation. Perché ogni abbassamento delle tutele viene letto, dall’altra parte, come una conferma della propria narrazione: lo Stato repressivo, l’autorità illegittima, la violenza come unica lingua rimasta. È un gioco di specchi che alimenta sé stesso.

L’errore del governo e la qualificazione penale

Sbagliata, in questo quadro, è stata la precipitazione – figlia dell’ansia di mostrarsi inflessibili – con cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito subito l’aggressione al poliziotto come tentato omicidio. Quando l’esecutivo anticipa la qualificazione penale di un fatto, entra in un terreno che non gli compete. Condiziona il clima, orienta l’opinione pubblica, esercita una pressione indiretta su chi dovrà indagare, prima ancora che giudicare.

Le ambiguità della sinistra

Ma altrettanto sbagliata da parte della sinistra – che evidentemente fatica a compiere l’operazione elementare di separare in modo netto il conflitto sociale dalla violenza organizzata – è stata la scelta di contestare uno sgombero giusto e doveroso nel nome di una generica difesa degli “spazi”. Askatasuna non è un semplice laboratorio di dissenso. È un nodo organizzativo di azioni eversive a bassa e media intensità, un luogo di addestramento politico-militante che da almeno venticinque anni usa il linguaggio del conflitto per legittimare lo scontro.

Dissenso, violenza e legittimazione

La sinistra riesce a capirlo? Non riconoscerlo equivale a offrire una legittimazione indiretta della brutalità della piazza. Il dissenso è una risorsa democratica solo quando resta tale, quando accetta le regole del confronto, quando produce organizzazione e pressione politica. Nel momento in cui si trasforma in violenza sistematica diventa altro.

Anche il racconto pubblico, del resto, sta contribuendo a deformare il quadro. Dire che un poliziotto, in quella situazione, avrebbe dovuto sparare ma non lo ha fatto perché privo di uno scudo penale, significa legittimare culturalmente l’idea che l’uso della pistola sia la risposta normale a uno scontro di ordine pubblico. È un salto concettuale di non poco conto, perché cancella la distinzione decisiva tra gestione proporzionata della violenza e reazione fuori controllo.

IL VIDEO COMMENTO di A. BARBANO Torino, contro la violenza meno spot più riforme

La proporzionalità come chiave dell’ordine pubblico

Se quel poliziotto non ha sparato non è stato per timore delle conseguenze, né per mancanza di tutele, ma perché sapeva che sparare, in quel contesto, sarebbe stato giuridicamente e operativamente sbagliato, perché avrebbe messo sé stesso in serio pericolo di vita, considerato il numero degli assalitori che aveva attorno. L’aggressione era violenta, organizzata, indiscriminata, certamente, ma non configurava un attacco con armi da fuoco e con esplicite finalità omicide.

L’effetto a catena degli errori di lettura

Nell’ordine pubblico, però, la capacità dimostrata dal poliziotto di leggere il livello dello scontro e rispondere in modo adeguato è tutto. E ogni errore di messa a fuoco in questi casi produce effetti a catena. Ma se una parte della maggioranza di centrodestra esaspera, una parte della sinistra minimizza, i media radicalizzano, allora le frange violente trovano conferma della propria narrazione.

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Calma e gesso come strategia politica

Il risultato è un circuito perverso in cui ciascuno alimenta ciò che dice di voler combattere. È il momento, dunque, di dimostrare calma e gesso, che non è un invito alla passività. È piuttosto una strategia politica. Significa non ricorrere a nessuna scorciatoia penale o deriva securitaria, né a strumentalizzazioni reciproche. Significa isolare le frange violente senza restringere lo spazio del dissenso e difendere le forze dell’ordine senza strumentalizzare ideologicamente. Significa, soprattutto, ricordare che ogni reazione sproporzionata è una vittoria regalata a chi cerca lo scontro.

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