8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Ott, 2025

Lo psichiatra Cancrini: «Il raptus non esiste. Ma segnali di rischio»

Nella giornata della salute mentale il professore, tra i massimi esperti di relazioni familiari e violenza, su prevenzione e reti di tutela

di

Dopo la strage di Paupisi, il dibattito pubblico torna a intrecciare violenza domestica e salute mentale, spesso con parole sbagliate. Alla luce della recente condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo all’Italia per mancata protezione delle vittime e dei 70 femminicidi registrati nel 2025, abbiamo chiesto al professor Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta tra i massimi esperti italiani di relazioni familiari e violenza domestica, di aiutarci a capire come smontare etichette affrettate e ragionare su prevenzione, responsabilità e reti di tutela. E su media e servizi territoriali: cosa serve.

Ora. Professore, ancora una strage in famiglia. Nei titoli leggiamo subito parole come “psicosi”, “depressione”, “raptus”. Sono errori concettuali che facciamo spesso?

«È un riflesso frequente. “Psicosi”, “depressione”, “raptus” vengono usati come etichette-spiegazione, ma mischiano piani diversi: disturbo mentale, tratti di personalità, violenza organizzata. Senza conoscere bene la storia clinica e relazionale delle persone coinvolte, quelle parole rischiano di essere scorciatoie». Quindi, prima di “dire la nostra”, bisognerebbe conoscere la situazione. «Esatto. E capire non solo l’eventuale diagnosi, ma come la nostra società regge le crisi familiari. L’assetto attuale spesso delega tutto alle forze dell’ordine dopo che il danno è fatto, mentre nelle famiglie in cui emergono segnali di rischio servirebbe assistenza psichiatrica e psicologica territoriale vera, continuativa, accessibile».

Come distinguere la crisi psichiatrica acuta dalla storia relazionale che degenera in violenza domestica?

«La crisi acuta la vediamo anche in pronto soccorso o in carcere: c’è scompenso, bisogno di contenimento clinico, talvolta ricovero. Ma più spesso, nei casi familiari gravissimi, troviamo una relazione complessa, multiproblematica, con conflitti, dipendenze, isolamento, stress cronico. È l’escalation relazionale, non “il raptus”, a precedere la tragedia».

È possibile intervenire?

«Sì. Lavoriamo moltissimo con coppie in crisi, anche dove c’è già maltrattamento. Si può ridurre il rischio, ma bisogna essere messi nelle condizioni di farlo: tempi adeguati, équipe, protezioni per le vittime e presa in carico dell’autore». Nelle famiglie multiproblematiche esistono pattern ricorrenti che possono precipitare in esiti catastrofici? «Spesso coesistono violenza da parte di uno e incapacità dell’altro di liberarsi in tempo per ragioni economiche, organizzative, affettive. Lo “scoppio” appare inaspettato, ma la vittima da tempo fa fatica a parlare, cercare fiducia, chiedere aiuto. Se denuncia senza adeguate protezioni, può ottenere un aumento dell’odio e della rabbia dell’autore. Serve un contesto in cui la vittima sia protetta e l’autore sia contenuto e trattato».

In questo caso c’è una figlia gravemente ferita: quale può essere il suo futuro psicologico?

«Durissimo, ma non senza speranza. Con psicoterapia, sostegno sociale e un lavoro lungo, è possibile elaborare il trauma. Ho seguito figli di donne uccise che hanno perso anche il padre: non è una vita “senza futuro”. Servono condizioni adatte, fra cui un ascolto psicoterapeutico continuativo per anni».

L’omicida ha dichiarato a caldo che la vittima era “aggressiva”, quasi ad autoassolversi.

«Sono narrazioni culturalmente frequenti e clinicamente povere: spostano la responsabilità sulla vittima. Nelle coppie in crisi ci si ferisce anche con le parole; chi ha più risorse può ferire verbalmente, chi ne ha meno può reagire in modo impulsivo e primitivo. Ma questo non giustifica la violenza: indica solo la sofferenza relazionale di tutti i membri, che va trattata, non spettacolarizzata».

Sui media in questi anni è migliorato il modo di raccontare questi fatti?

«Troppo spesso prevale il semplicismo. Servirebbero tempo, dubbio, capacità di entrare nella complessità umana. C’è anche uno sdoganamento della violenza nel nostro immaginario — televisione, cinema, soprattutto social — che normalizza l’aggressività. La fretta nel raccontare e la ricerca del titolo ad effetto non aiutano».

Cosa manca nella collaborazione tra Procure, forze dell’ordine e salute mentale nei casi ad alto rischio domestico?

«In genere manca proprio la collaborazione strutturata. Servirebbe una valutazione psichiatrico-psicoterapeutica obbligatoria quando emergono segnali di maltrattamento: non per “medicalizzare” il reato, ma per valutare il rischio reale e modulare protezioni e trattamenti. Oggi tutto si gioca tra adempimenti giudiziari e polizia; l’occhio clinico aiuta a distinguere le situazioni e prevenire».

Le reti territoriali (comunità, case famiglia, centri per minori) funzionano meglio di quelle giudiziarie? Penso anche alla sua esperienza con Domus de Luna.

«Le reti territoriali funzionano quando ci sono ascolto periodico, pazienza, continuità. Molte donne maltrattate chiedono di proteggere sé e i figli e, passo dopo passo, si ricostruisce un progetto. Ma le reti non hanno poteri coercitivi: senza integrazione con magistratura e forze dell’ordine, restano limitate. E culturalmente poche donne riescono a chiedere aiuto in modo strutturato».

Spesso si parla di “follia improvvisa”. Lei preferisce “violenza di genere” e “degenerazione dei rapporti”. Perché?

«Sì. Lo “scoppio” non è mai improvviso: è preparato nel tempo e avviene in specifiche circostanze, spesso dentro la grande solitudine di queste coppie. Il linguaggio conta: “raptus” oscura la storia che porta alla violenza».

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA