14 Ott, 2026

Irpef, come alleggerire il peso delle tasse sul ceto medio

Il ceto medio continua a sopportare la maggior parte del peso delle tasse, a cominciare dall’Irpef: una riforma autenticamente liberale dovrebbe prevedere una sola imposta progressiva con tre aliquote


Luigi Einaudi diffidava delle aliquote alte: a suo giudizio colpiscono chi lavora e produce di più, e spingono gli altri a nascondere il reddito. Difficilmente avrebbe approvato un’Irpef che applica il 43 per cento già a 50mila euro, circa il doppio del reddito medio dichiarato, e che pesa così su impiegati, quadri e pensionati, mentre redditi di altra natura pagano aliquote fisse più basse.

Il taglio che rischia di saltare

Il taglio annunciato nelle scorse settimane voleva alleggerire proprio questa fascia, ma ora rischia di saltare. Il governo pensava di alzare a 60mila euro il tetto dello scaglione al 33 per cento; dal vertice di maggioranza del 13 ottobre è emerso che mancano le coperture. Resta in discussione, come proposta, l’innalzamento da 85 a 100mila euro del limite per il regime forfettario. Le due misure vanno in direzioni diverse. La prima alleggerisce il prelievo su chi supera i 50mila euro; la seconda amplia la platea di chi paga un’imposta sostitutiva, fuori dalla progressività. Conviene allora domandarsi quale riforma renda il sistema più semplice ed equo e dia un sollievo stabile a chi vive di stipendio o di pensione.

La proposta del Centro Einaudi

Un’alternativa esiste, costruita al Centro Einaudi elaborando i dati delle dichiarazioni dei redditi 2024. Tutti i redditi personali confluirebbero di nuovo in un’unica imposta progressiva con tre aliquote: 20 per cento fino a 27mila euro, 33 fino a 75mila, 43 oltre. Il primo scaglione scende per gradi: 22 per cento nei primi tre anni, 21 dal quarto, 20 dal settimo. Scaglioni e detrazioni si adeguano ogni anno all’inflazione, così gli aumenti solo nominali di salari e pensioni smettono di spingere i contribuenti verso aliquote più alte. Fine dell’ingiusto fiscal drag.

Il diverso approccio del governo

L’approccio è differente dall’ipotesi del governo. Spostare a 60mila euro il limite del 33 per cento premia chi sta sopra i 50mila e lascia l’imposta frammentata com’è. Con tre aliquote la soglia del 43 salirebbe a 75mila e il 33 coprirebbe una fascia media ben più ampia. Affitti, redditi forfettari e premi di produttività tornerebbero nella stessa scala: a parità di reddito si pagano le stesse imposte, qualunque sia la fonte.

Come funziona oggi

Oggi accade il contrario. Un dipendente con 40mila euro versa 9.532 euro di Irpef erariale; un forfettario con lo stesso reddito ne paga 6mila di imposta sostitutiva. Con la riforma il dipendente scenderebbe a 9.362 euro nei primi tre anni e a 8.822 dal settimo. Il professionista salirebbe a circa 10mila euro, perché il suo reddito sarebbe tassato con le regole valide per tutti. È il costo della parità di trattamento, e da qui vengono le risorse per abbassare le aliquote in modo duraturo. Portare il forfettario a 100mila euro allargherebbe invece l’area sottratta alla progressività.

I conti e la gradualità

La gradualità ha un motivo. Gli impegni presi vanno onorati: le rate dei bonus edilizi maturati continuerebbero a essere pagate e gli interessi dei mutui in corso sarebbero detraibili. Le risorse arriverebbero via via, con la chiusura dei bonus per le nuove spese e l’aggiornamento delle rendite catastali. Il vantaggio per il contribuente arriverebbe comunque subito: 250 euro l’anno con 25mila euro di reddito, circa 170 con 40mila, 1.170 con 60mila, e cresce con i passaggi al 21 e al 20 per cento. Un decennio è quanto servirebbe a completare la riforma tenendo in ordine i conti: il saldo cumulato delle amministrazioni pubbliche tornerebbe positivo dal terzo anno e al decimo toccherebbe 17,7 miliardi. Sono stime, legate all’efficacia dei controlli e alla revisione del catasto.

Il mosaico da ricomporre

L’Irpef nacque nel 1974 con molti scaglioni e aliquote alte, ma con un disegno: un’imposta personale e progressiva che guardava ai redditi nel loro insieme. In cinquant’anni detrazioni, regimi sostitutivi ed eccezioni hanno moltiplicato i modi di calcolare il prelievo, come ha documentato la Banca d’Italia. Ricomporre il mosaico richiede tempo. Una riforma liberale dovrebbe dare regole leggibili, trattare allo stesso modo redditi uguali e ridurre le aliquote con coperture certe e tempi credibili. È la strada più lunga, ma l’unica che alleggerisce davvero il ceto medio. Non prima delle elezioni; per sempre.

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