8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Apr, 2026

Piantedosi, Delmastro e la bava alla bocca dei benpensanti

La vicenda Piantedosi, come quelle Delmastro e Sangiuliano, portano il dibattito a pescare nel torbido della politica con la bava alla bocca


Che cosa hanno in comune la vicenda di Piantedosi e quella di Del Mastro e quella, ancora prima, di Sangiuliano? Soprattutto il ridicolo, nel senso però dell’irrilevanza di queste storie di piccolissimo formato, di trascurabile significato, che stanno al mondo e balzano agli onori della cronaca solo perché i loro protagonisti hanno qualche responsabilità pubblica. Il fatto che l’esercizio di quelle responsabilità non risulta, allo stato, che sia stato minimamente toccato dalle avventure e dalle disavventure degli involontari protagonisti non toglie che quelle storie vengano lette, rilette, ripetute, rilanciate, sviscerate, commentate, chiosate, variamente riproposte con le spezie assortite dell’ironia e dello sdegno, della severa censura morale e della più pensosa analisi politica. Due cose che non si toccano possono però essere accostate, e tanto basta.

Accostamenti audaci

C’è un celebre passo del «Fedone», il dialogo platonico in cui il filosofo ateniese racconta la sua navigazione alla scoperta delle idee, in cui Socrate non si capacita del fatto che, per essere stati messi l’uno accanto all’altro, due cose diventino per l’appunto «un» due. Una faccenda per nulla banale: non basta infatti la vicinanza spaziale, ci vuole un nesso logico-ideale, e Platone (e la filosofia occidentale) lo stanno «vedendo» per la prima volta.

Invece, per vedere Delmastro compromesso con il clan Senese, con il riciclaggio, con il malaffare, con la criminalità organizzata, basta per gran parte dell’opinione pubblica l’accostamento più o meno allusivo, e il gioco è fatto. L’altra sera, in televisione, uno scrittore molto compito spiegava che nemmeno uno sceneggiatore dalla fantasia galoppante avrebbe potuto immaginare la trama di una serie criminale in cui un viceministro alla giustizia fa il socio di un signore che ricicla i soldi per conto della mafia.

Chi non ha bisogno di dimostrare

Parlando così, lo scrittore molto compito non deve dimostrar nulla: non deve preoccuparsi di responsabilità più o meno accertate, non deve chiedersi se il viceministro, proprio lui, ricicli o sia complice di riciclaggio, se sia accusato e di cosa, e nulla deve dire quanto alla politica giudiziaria o penitenziaria del governo italiano, se e in qual misura sia anche lontanamente sfiorata dalla vicenda in questione.

L’accostamento, condito da etichette orrorifiche come «Gomorra» o «Romanzo criminale», è più che sufficiente, e diamine: c’è anche la foto nella bisteccheria! (Peraltro, lo scrittore molto compito, e molto preciso, che dice che mai nessuno avrebbe potuto immaginare che, eccetera, sa perfettamente di non dire il vero, perché sceneggiature e saggi e romanzi se ne sono scritti a bizzeffe, per accostare alle peggiori trame ministri e capi di governo – Giolitti e la malavita, JFK e la mafia, Andreotti e Cosa nostra e giù per li rami –. Ma sa anche, evidentemente, come si usa la retorica e come si manomettono le parole).

Il torbido della politica

Ora, non voglio dire che Delmastro non avrebbe dovuto mettere molta più attenzione nel modo in cui ha agito (mentre francamente, nel caso di Piantedosi, non posso neppure dire che sia stato disattento, o imprudente, anzi: non saprei dire nemmeno di cosa l’opinione pubblica precisamente lo accusi, mentre si getta con la bava alla bocca sulla sua vita privata). Voglio però sottolineare il ridicolo, cioè la sproporzione, fra il merito di queste vicende e le conseguenze politiche che si producono o, meglio, si vogliono produrre.

Perché in gioco non è la poltrona di Delmastro, e nemmeno quella di Piantedosi, proprio come non era, un anno fa, la poltrona di Sangiuliano: è invece cucire addosso al governo un vestito fatto di inadeguatezze imbarazzi incidenti e grane più o meno grandi, a fini esclusivamente elettorali. Qualcuno dirà forse: è la politica, bellezza. E la politica la si fa anche frugando nella spazzatura, pescando nel torbido o tirando trappole, pazienza se nel frattempo su questioni ben più dirimenti si vorrebbe capire cosa pensi di fare il governo (e cosa l’opposizione, beninteso, visto che nessuno lo sa) – dico ad esempio questioni di politica estera, in cui vacilla la Nato e l’intero ordine geopolitico uscito dalla seconda guerra mondiale, o di politica economica, in cui si torna a parlare di un possibile sforamento del tetto del 3% fra deficit e PIL.

La moglie di Cesare

Sia pure. Senza tirare alcuna conclusione, vorrei però chiedere almeno un supplemento di riflessione su un certo ordine di conseguenze. Che non riguardano la maggioranza o l’opposizione, o chi vincerà alle prossime elezioni, ma la sfera pubblica tutta intera: le ragioni che la sostengono e le istituzioni, formali e informali, che la innervano. Si tratta della quota enorme di ipocrisia che si immette nel dibattito pubblico.

Pensiamo pure il peggio possibile di Claudia Conte e Matteo Piantedosi: si tratterebbe del primo caso, o del millesimo, in cui si incontrerebbero, nei pressi del potere, debolezze e arrivismi? E l’ipoteca moralistica sotto cui viene messa la politica tutta, vista sempre solo attraverso il buco della serratura: se quella è la prospettiva, e l’unità di misura, potrà far meraviglia che il suo oggetto ne esca sempre più immiserito? Di cosa parliamo, quando parliamo di politica: è una domanda che possiamo tornare a farci, oppure dobbiamo davvero dedicarci solo ed esclusivamente a maldicenze e colpi bassi, finte indignazioni e modestissime ambizioni? Insomma: la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto, e va bene. Ma possiamo sempre solo occuparci della moglie?

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