19 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Ott, 2025

Carlo Galli: «Tra Israele e Hamas uno scontro tra teologie politiche»

Il filosofo e politologo in dialogo con l’Altravoce dà la sua interpretazione del conflitto mediorientale e della tregua appena firmata

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«In questo momento è cessata la violenza e non possiamo che dire “evviva!”, tenuto conto che né Hamas Netanyahu sembrano interessati alla pace se non quando viene loro imposta dalle circostanze». Carlo Galli è filosofo e politologo, oltre che ex deputato del Pd, dal quale si è chiamato fuori nel 2015. Da poco è in libreria il suo ultimo libro, Tecnica (il Mulino). «Questa tregua – continua Galli – è un successo di Trump, che non ha fatto cessare le sette guerre di cui lui favoleggia, ma sicuramente è riuscito a bloccare questa guerra in una tregua d’armi».

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Un successo di Trump, quindi?

«Sì, che nasce dal disastro combinato da Netanyahu. Israele si era avvitato in una logica puramente militare e quasi sterminazionistica che di per sé non ha sbocchi possibili. Alla fine di questo vicolo cieco Netanyahu è andato a sbattere con il fallito colpo in Qatar contro i vertici di Hamas. Ha così compattato il fronte arabo, che non ha mosso un dito in difesa dei palestinesi e che è stato silenziosamente solidale con Israele, ma che di fronte alla sciagurata prepotenza di Netanyahu si è dimostrato disposto a seguire l’input che veniva dagli Usa».

La “diplomazia del pazzo” di Trump in questo caso ha pagato.

«Questo è anche il caso in cui Trump si è comportato in modo più lineare. Non aveva mai offerto altre ipotesi oltre a questa: Israele è un alleato strategico ma deve smetterla di ammazzare, Hamas è un’organizzazione terroristica e i palestinesi non hanno diritto a uno Stato. È stato molto più ondivago e ambiguo con Putin, mentre in questa circostanza ha tesaurizzato l’enorme errore di Netanyahu di cui dicevo, e che era anche un atto di ostilità contro gli Usa, i quali il giorno dopo hanno convocato una delegazione qatariota a Washington».

Vede elementi critici in questo accordo?

«Siamo poco informati del disegno complessivo. Rimane in sospeso il discorso dei due Stati. E poi, quale sarà lo status internazionale di Gaza? Un protettorato anglo-americano? Magari retto da Tony Blair, che da un lato rievoca il mandato britannico sulla Palestina, dall’altro la guerra in Iraq, e che quindi non è figura gradita né ai palestinesi né agli israeliani».

Che genere di conflitto è stato quello tra Israele e Hamas?

«Volendo essere cinici si potrebbe dire che Israele ha fatto una sorta di pesca a strascico. Ha ammazzato 70 mila persone per colpire 10-20 mila miliziani di Hamas. Ma va detto che la logica sterminazionistica di Israele trova un corrispettivo in quella di Hamas. Quella non era una guerra, ma uno scontro tra teologie politiche radicali che vivono solo della morte dell’altro. È una questione di vita e di morte, di una vita benedetta da Dio, la mia, e una vita maledetta da Dio, la tua».

Ritiene che la “logica sterminazionistica” di Israele sia una logica genocidiaria?

«Esistono molte definizioni di genocidio che, come tutte le definizioni giuridiche, si prestano a infinite interpretazioni. Secondo me non è opportuno adoperare la parola genocidio per rinfacciare agli ebrei, che il genocidio lo hanno subito, di essere come i nazisti. Si può essere dalla parte del torto anche senza commettere un genocidio. Io non so se l’intenzione di Netanyahu fosse quella di distruggere dalle fondamenta il popolo palestinese. Ma è relativamente poco importante decidere se usare l’espressione “genocidio”, “pulizia etnica” o “massacro”. Quello che conta è che il messaggio che Israele e Hamas hanno dato al mondo è quello di essere entità inaffidabili».

Insomma, il diritto internazionale è il vero grande sconfitto di tutta questa vicenda.

«Sì, perché Israele e Hamas vogliono far valere quello che ritengono essere il loro diritto con ogni mezzo e per questo costituiscono una minaccia per la pace. Si sentono benedetti da Dio e minacciati da tutto il resto del mondo. Chi ragiona così è inevitabilmente portato alla dismisura nelle relazioni internazionali. Questo dimostra che affinché ci sia il diritto internazionale – cioè un sistema di norme – deve esserci prima una situazione normale, politica e intellettuale. Quando la situazione è anomala, eccezionale, è inutile appellarsi al diritto. Ma proprio per questo è necessario ricondurre quella situazione a normalità».

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Intende dire che la questione israelo-palestinese si è sviluppata all’interno di una stato d’eccezione che, essendo per sua natura la sospensione del diritto, rende inapplicabile qualsiasi norma internazionale?

«In questo caso non siamo neppure alla sospensione del diritto, ma alla sua totale assenza. Ma perché l’invocazione del diritto abbia un minimo di possibilità di concretizzarsi, l’eccezione va chiusa. Altrimenti rimane una ferita da cui continua a sgorgare sangue».

La tregua è un modo per cercare di ricondurre questa eccezione a normalità?

«Se intendiamo una normalità empirica certamente sì. Il minimo sindacale è smettere di ammazzare la gente, ma il grande problema è se si vuole un solo Stato sovrano che abbia al suo interno una minoranza, che è la tesi di entrambi i contendenti (naturalmente con segno opposto), oppure due Stati sovrani. Questo problema non è nemmeno stato preso in considerazione, e al momento è insolubile».

Israele è stato criticato per la risposta sproporzionata al massacro del 7 ottobre.

«C’è una sproporzione insita nella questione palestinese fin dalla sua nascita, per i motivi che dicevo. Perché la tesi di entrambi i contendenti è che in due soggetti politici, in quella terra, non si può stare. Alla sproporzione di Hamas e del 7 ottobre Israele ha risposto con un’altra sproporzione. Ma Israele non ha combattuto una guerra giusta: in tutta la storia del pensiero politico si sostiene che una reazione legittima deve essere proporzionata al danno subito. Ma tutto questo è il risultato della condizione di eccezionalità che domina quei territori. Per questo non sono stupito di quanto è successo. Sono addolorato, certo, ma non stupito».

Sul fronte interno il governo italiano rivendica un ruolo silenzioso ma importante. È così?

«L’Italia non ha avuto un ruolo rilevante né nel bene né nel male, né sul fronte della diplomazia silenziosa né nelle piazze. Credo che i veri attori di questa vicenda quasi ignorino che cos’è l’Italia, anche perché un vero ruolo lo hanno avuto in pochi, cioè coloro che hanno la potenza economica e la potenza politico-militare per contare davvero. Non ce l’abbiamo noi ma non ce l’hanno neanche Francia e Germania. L’Italia si è limitata a mandare segnali diplomatici di amicizia con Israele, ma anche se avessimo fatto il contrario Netanyahu non si sarebbe strappato i capelli. Se l’Italia ha avuto un ruolo, ha avuto un ruolo di partecipazione “emotiva”».

Da questo punto di vista pensa che le manifestazioni di piazza abbiano svolto un ruolo importante?

«Hanno avuto una funzione, quella di non infrangere un fronte internazionale di riprovazione nei confronti dei crimini del governo israeliano. Detto questo, certo non hanno pesato più di tanto».

La sinistra sulla questione palestinese ha avuto parecchi svarioni. Mi riferisco sia alla sinistra del Parlamento, con l’elevazione a guru di personaggi come Francesca Albanese, sia a quella delle piazze, con gli striscioni che inneggiavano al 7 ottobre.

«La sinistra della piazza non ha niente a che vedere con quella del palazzo. Anzi, è lì proprio perché non si riconosce in quella del palazzo. I partiti hanno cercato di cavalcare, per quanto potevano, i movimenti di piazza, che però sono nati in maniera autonoma. La sinistra di palazzo non è interessata ad interpretare, dare forma e struttura alla politica che nasce dentro la società. Non sa e non vuole farlo. Il Pd non è interessato a sacrificare nulla dei suoi precarissimi equilibri interni, e per questo non prende posizione praticamente su nulla. La piazza ha invece dato il segnale dell’esigenza di prendere posizione».

Di prendere posizioni anche parecchio discutibili. Oltre agli striscioni sul 7 ottobre abbiamo visto atti vandalici e scontri.

«Nelle piazze c’è sempre una percentuale di idioti provocatori. L’elogio del 7 ottobre è qualcosa che fa parte del problema, dell’ideologia di Hamas, non della soluzione. Una volta nei cortei c’erano i servizi d’ordine che allontanavano i disturbatori con modalità sbrigative. Oggi questi ragazzi non hanno idea di come costruire un corteo e quindi si infiltra chiunque».

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