31 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Ago, 2026

Islanda, il referendum dice no all’Ue: Reykjavik respinge i negoziati

In Islanda il 52,8% dei votanti ha respinto il referendum sulla ripresa dei negoziati per l’ingresso di Reykjavik nell’Ue, dando forza alle critiche degli euroscettici


Reykjavik dice di nuovo “no” all’Unione Europea. E questa volta, al contrario di quanto successo più di un decennio fa, è stata direttamente la popolazione islandese a respingere la ripresa dei negoziati per l’ingresso nell’Ue. Il tanto atteso referendum di sabato scorso sull’apertura al negoziato in merito, infatti, ha dato risultati imprevisti rispetto a molte delle previsioni dei sondaggisti: dopo una lunga e angosciante notte per entrambi gli schieramenti, il fronte del “no” ha ottenuto il 52,8% dei voti, mentre quello del “sì” si è fermato a solo il 47,2% delle preferenze. L’affluenza alle urne è stata elevata, pari all’82,5%, segnale evidente della rilevanza della questione sulla quale i cittadini dell’isola sono stati chiamati ad esprimersi.

Il no dell’Islanda pesa sull’Europa

Per quanto possa sembrare un evento di poco conto – l’Islanda è del resto un piccolissimo Paese con meno di 400.000 abitanti – la sconfitta del fronte filo-europeista nell’estremo nord è un colpo importante per il progetto comunitario. Il risultato di Reykjavik, infatti, offre alla crescente ondata di sentimenti anti-Ue un’altra freccia da poter scagliare contro Bruxelles. Oltre, chiaramente, a privare l’Unione del possibile ingresso di una Nazione molto ricca e simbolicamente molto rilevante.

«In un momento in cui alcuni premono per un maggiore federalismo e per il trasferimento della sovranità alla Commissione europea, questo voto ci ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa di nazioni libere e sovrane che cooperano volontariamente su questioni di interesse comune», è stato in tal senso il commento affidato ai social della francese Marine Le Pen, a cui hanno fatto eco praticamente tutti i leader euroscettici del continente. Anche in Gran Bretagna, del resto, si sono spese parole sull’argomento, con Nigel Farage, leader di Reform UK e al tempo uno dei più rumorosi sostenitori delle Brexit, che su X ha esteso le sue congratulazioni all’Islanda «per aver votato a favore del mantenimento della propria indipendenza».

A trainare il fronte del “no” al referendum sono state prevedibilmente le paure della popolazione dell’entroterra islandese. I timori dei pescatori e dei piccoli allevatori – classi produttive molto importanti per il Paese, che deve alla sola pesca il 40% del suo export – spaventati dalla percepita perdita di sovranità e dalle possibili implementazioni delle stringenti normative europee in questi settori. A nulla sono valse, in tal senso, le rassicurazioni arrivate dal governo di Reykjavik e dalla Premier Kristrún Frostadóttir, la quale ha ripetutamente rassicurato i suoi concittadini che in sede negoziale l’esecutivo avrebbe tenuto bene a mente «questi problemi» e che le preoccupazioni di tutti sarebbero state affrontate con cura e dedizione.

La sconfitta complica il futuro europeo

Il problema, al netto di questi risultati, è però che l’esecutivo si è forse speso troppo su questo referendum. La stessa Frostadóttir, in fin dei conti, ha sempre presentato questo voto come l’ultima chance di adesione del Paese all’Unione, rendendo politicamente molto più difficile qualsiasi nuovo tentativo nel prossimo futuro. La sconfitta del “si”, sotto questo punto di vista, rischia di diventare un segnale fin troppo forte per i politici islandesi e un grandissimo disincentivo a tentare nuovamente la strada europea. Tanto più alla luce del fatto che i sentimenti anti-comunitari potrebbero guadagnare sempre più slancio nel prossimo futuro in seno all’Ue vista l’ascesa dirompente di partiti come l’AfD tedesco o il Rassemblement Nationale in Francia.

Interessante, in senso geopolitico, è però un aspetto apparentemente secondario della campagna politica islandese sul referendum. Il “no”, infatti, ha spinto molto anche su un tema apparentemente poco rilevante, ma che ha avuto un impatto rilevantissimo sull’elettorato: quello della sicurezza comunitaria. Gli analisti locali hanno in tal senso sottolineato dopo il voto che la guerra in Ucraina e la posizione europea in merito hanno spinto molti abitanti dell’isola a scegliere di votare “no” per timore, in futuro, di dover inviare «i propri figli nell’esercito europeo». Esercito che, ovviamente, non esiste. Ma questo non ha impedito alla percepita posizione anti-russa di Bruxelles, abilmente sfruttata dal fronte del “no” per racimolare voti, di avere un peso non irrilevante sul voto di sabato.

Il tema della sicurezza può pesare in Europa

È ancora poco chiaro se questo discorso sia una peculiarità islandese ma non è impossibile che, sulla falsa riga di quanto successo sull’isola del nord, altri in Europa possano sfruttare questo stesso tema per indebolire la tenuta dell’Unione sul continente.

A ben vedere, in conclusione, il problema per l’Ue non è soltanto aver perso una possibile futura adesione. È il rischio che l’Islanda diventi un esempio. Un Paese europeo può sentirsi parte dell’Occidente, condividere il mercato unico, partecipare a Schengen e alla cooperazione internazionale e, allo stesso tempo, decidere che il passo ulteriore verso l’integrazione non sia necessario.

Il “no” islandese non chiude quindi soltanto una porta a Reykjavik. Ricorda a Bruxelles che, in un continente sempre più attraversato dal confronto tra integrazione e sovranità nazionale, il problema dell’Europa non sarà soltanto convincere chi vuole entrarvi. Sarà anche riuscire a spiegare a chi già le è vicino perché dovrebbe scegliere di esserlo ancora di più.

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