Taiwan, Iran, Nigeria sono i tavoli roventi di Trump al rientro dalla Cina. All’orizzonte nuovi interventi militari
Taiwan, Iran, Nigeria sono i tavoli aperti di Trump. Il suo rientro negli Stati Uniti apre più incognite di quante ne chiuda. I tavoli restano roventi e il presidente risponde, come di consueto, con la certezza di chi non ha dubbi — anche quando i dubbi sono tutti là fuori.
Il primo, e più urgente, è Taiwan. Come titola Fox News in diretta dall’intervista al presidente, “Pechino considera Taiwan la questione più importante nei rapporti con gli Stati Uniti”. Xi Jinping ha avvertito chiaramente che una gestione sbagliata del dossier può portare allo scontro diretto tra le due potenze. Trump è rimasto silente sulla vicenda durante la visita a Pechino.
Armi a Taiwan
Sull’Air Force One ha poi detto di non aver ancora deciso se procedere con la vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari. Xi gli aveva chiesto direttamente se gli Stati Uniti avrebbero difeso militarmente l’isola in caso di invasione. Risposta: «Non parlo di queste cose». E ancora: «Guardando le probabilità, la Cina è un Paese molto, molto potente. Quell’isola è piccolissima. Ci pensi: dista 59 miglia. Noi siamo a 9.500 miglia di distanza. È un problema un po’ complicato».
Taipei ha risposto in giornata attraverso la portavoce dell’Ufficio della Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan), in conferenza stampa ripresa da DRM News: «Taiwan è una nazione democratica sovrana e indipendente, e non è subordinata alla Repubblica Popolare Cinese». E ancora: «La Cina vira verso l’escalation delle minacce militari. Questa è l’unica fonte di insicurezza nello Stretto di Taiwan e nella regione indo-pacifica».
Iran, possibile ripresa del conflitto
L’altro tema incandescente è l’Iran, dove la ripresa dei combattimenti sembra più di una suggestione. Sempre rispondendo ai giornalisti sull’aereo presidenziale, il Tycoon dice di aver «spazzato via le forze armate iraniane di fatto». E aggiunge: «Potremmo dover fare un po’ di pulizie perché abbiamo avuto un piccolo cessate il fuoco di un mese». Alla domanda se avesse sottovalutato la resistenza iraniana è stato lapidario: «Potremmo abbattere i loro ponti e la loro capacità elettrica in due giorni».
La finanza appoggia The Donald
Dalla finanza The Donald incassa il sostegno di Jamie Dimon, ceo di JPMorgan: «Da 47 anni gli Ayatollah stuprano, uccidono e assassinano. Avremmo dovuto andare anni fa alla testa del serpente».
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi risponde pronto alle provocazioni americane. Lo fa su X, allegando i dati in tempo reale dei Treasury americani in rialzo — decennale a 4,55%, trentennale a 5,096%, biennale a 4,065% — e scrive: «Agli americani viene detto che devono assorbire i costi alle stelle di una guerra di scelta contro l’Iran. Lasciando da parte il rincaro del carburante e la bolla di borsa: il vero dolore inizia quando i tassi sul debito americano e i mutui cominciano a salire. Le insolvenze sui prestiti auto sono già ai massimi da oltre trent’anni. Era tutto evitabile».
Il presidente iraniano al Papa: fermare Usa e Israele
Teheran non si ferma qui e rilancia su più fronti. Il presidente Masoud Pezeshkian ha scritto a papa Leone XIV – secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa iraniana Mehr – chiedendo al Pontefice di opporsi alle azioni di Stati Uniti e Israele. Nella lettera cita passi coranici e biblici, elogia le «posizioni morali, logiche e giuste» del Papa, e accusa: «L’aggressione israelo-americana ha provocato l’assassinio dell’Ayatollah Khamenei, di importanti figure politiche e militari e di 3.468 cittadini, con ingenti danni a scuole, università, ospedali, luoghi di culto e infrastrutture. Si tratta di chiari crimini di guerra». E ancora: «L’intento dichiarato del presidente degli Stati Uniti di «distruggere la civiltà storica dell’Iran” ha rivelato un’illusione di potere assoluto». Pezeshkian riafferma il percorso diplomatico mediato dal Pakistan e difende la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz come atto di legittima difesa — non senza ironia: mentre Trump e Xi a Pechino discutevano di libertà di navigazione nello Stretto, Teheran definiva nuovi protocolli di transito riservati alle navi cinesi
Attacco hacker alle stazioni di carburante Usa
Dopo la diplomazia, l’attacco cibernetico: secondo la CNN, hacker hanno violato i monitor del carburante di stazioni di servizio americane sfruttando una falla elementare – nessuna password – riuscendo a falsificare le letture, ma senza toccare i livelli reali. Nel frattempo il presidente americano gioca le sue carte su più tavoli. La Casa Bianca ieri ha annunciato l’eliminazione di Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell’ISIS a livello globale, in un’operazione congiunta con la Nigeria – un’azione che qualcuno, prima che diventasse notizia, aveva anticipato con un commento sui social: «Scalda i motori». Continua anche la saga dell’insider trading targato Trump e soci: secondo quanto riporta la CNBC, il presidente avrebbe acquistato azioni di Palantir Technologies – tra 247.000 e 630.000 dollari – settimane prima di promuoverle su Truth Social durante un crollo del settore tech.Trump dunque è tornato. Ha incontrato Xi, ha lasciato Taiwan in sospeso, ha minacciato Teheran, operato in Nigeria e comprato azioni di una società di intelligenza artificiale. Il turbinio di un’azione politica incessante che avvolge il mondo accelerando gli eventi.


















