In Iran gli Usa oscillano tra ritiro e nuova offensiva, ma dietro le mosse di un Trump apparentemente senza via d’uscita si intravede soprattutto l’assenza di una strategia chiara
Tre giorni, massimo cinque. È il termine che – secondo il quotidiano americano Axios – la Casa Bianca avrebbe offerto dietro le quinte quale proroga del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti, scaduto alle prime ore di ieri mattina ma prolungato unilateralmente da Washington a data da definirsi. Una mossa assurda (se non altro perché i cessate il fuoco sono bilaterali e l’altra parte deve concordare con la sospensione delle ostilità), che ha riacceso il dibattito sulla strategia dietro il tycoon e la sua squadra.
Tra osservatori e analisti, sono due le tesi che si può dire vadano per la maggiore. Nel primo caso, Trump avrebbe realizzato di aver perso la mano e starebbe semplicemente cercando di lasciare la partita pagando il meno possibile. Il suo schema ideale sarebbe chiudere le ostilità e ritirarsi semplicemente, lasciando l’Iran a leccarsi le ferite e Israele e i Paesi arabi a pagare per la propria ricostruzione.
Era lo scenario che si era immaginato quando lo scorso febbraio decise di entrare in guerra contro Teheran: la scommessa fu che il regime, già indebolito dalla guerra dei dodici giorni dello scorso giugno e dalle rivolte di gennaio, avrebbe potuto ricevere la spallata finale e collassare ma, se così non fosse stato, agli Stati Uniti sarebbe bastato dichiarare la fine delle ostilità per cavarsi d’impaccio, come fatto durante il precedente scontro con la Repubblica Islamica.
Il nodo strategico dello stretto di Hormuz
Invece, i Pasdaran hanno reagito scatenando – come promesso – tutto il proprio arsenale missilistico e occupando de facto lo stretto di Hormuz. Una mossa ardita che però ha ribaltato completamente la natura del conflitto: gli Stati Uniti ora devono combattere per riconquistare la vitale via d’acqua usurpata da Teheran o chiudere il conflitto in perdita. Tradurre questo fallimento di intelligence nel contesto attuale rende però il quadro incerto.
Trump non può né vuole lasciare Hormuz agli iraniani ma non può nemmeno imbarcarsi in una campagna militare per riprenderselo, esponendo ancor più le proprie forze alle armi di Teheran e prolungando la lista dei danni e delle vittime.
Come in Ucraina, questa ipotesi di strategia quindi non riesce a discostarsi dallo stallo strategico ma vede Washington alternare minacce a proroghe di tregue in attesa di riconciliazioni che puntualmente non arrivano. Strategia che – a differenza del processo simile portato avanti in Ucraina – Trump però può portare avanti solo fino a un certo punto perché, pur stabilizzando gradualmente la regione, lascia Hormuz di fatto in mano iraniana.
Il sospetto di un attacco imminente
L’altra opzione, di cui i Pasdaran sembrano essere convinti, è che la politica del cessate il fuoco sia semplicemente un trucco per guadagnare tempo in vista di un nuovo, più massiccio assalto all’Iran. A molti osservatori non è sfuggito come la finestra temporale offerta per eventuali trattative coincida con l’arrivo in Medio Oriente della portaerei USS George H.W. Bush, che al momento sta circumnavigando l’Africa per evitare il Mar Rosso dove gli Houthi potrebbero entrare in guerra da un momento all’altro (ennesimo sintomo della debolezza della posizione americana).
Con la USS Gerald Ford e la USS Abraham Lincoln già schierate, la marina americana avrà a quel punto mobilitato contro l’Iran quasi la metà delle portaerei disponibili nel mondo nonché verosimilmente il massimo numero consentito senza scoprire completamente l’Oceano Pacifico e quello Atlantico. Washington ha anche fatto affluire decine di migliaia di soldati negli ultimi giorni e rafforzato il ponte aerei che porta veicoli e munizioni alle proprie forze in Medio Oriente.
Una volta completato, questo massiccio schieramento potrebbe essere impiegato per attaccare l’Iran un’altra volta, nella speranza stavolta di spezzare la resistenza persiana e costringere Teheran a capitolare sul controllo dello stretto e sulle proprie dotazioni nucleari e militari convenzionali. Sempre che sia questa la strategia.
Una strategia che forse non esiste
La risposta più semplice è che probabilmente nemmeno nello Studio Ovale sappiano quale sia il piano e che si muovano a tentoni, sperando prima o poi di imbroccare al buio la porta giusta. Politicamente la situazione non è ancora così seria da costringere Trump ad accettare l’idea di pagare un prezzo personale, riconoscendo di aver sbagliato e incassando la sconfitta con un accordo che umilierebbe l’impero americano. Dunque il tycoon può tranquillamente seguitare a improvvisare nella speranza che prima o poi, per cause esogene, la situazione cambi.
Ma è difficile immaginare che qualcuno decida di levare a Trump le castagne dal fuoco alle sue condizioni, solo per fargli un favore. Soprattutto perché sua è stata la decisione avventata di iniziare il conflitto e suo continua a essere l’altrettanto avventato comportamento con cui pretende di portarlo avanti. All’inquilino della Casa Bianca, che recentemente ha dimostrato tanta solerzia (invero piuttosto sacrilega) nel volersi accostare al sacro, farebbe bene ricordarsi che il diavolo fa le pentole ma mai i coperchi.


















