8 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Apr, 2026

L’attacco a Istanbul e una guerra globale che può arrivare anche qui

Il fallito attacco terroristico al consolato israeliano a Istanbul dimostra quanto la guerra in Medio Oriente sia ormai un conflitto senza confini e senza quartiere


È la guerra che invade le nostre strade, quella che è andata in scena ieri con il fallito attacco terroristico contro il consolato israeliano a Istanbul. Tre uomini, in mimetica e con armi da fuoco in dotazione alle forze speciali, hanno tentato di fare irruzione nella sede della rappresentanza diplomatica dello Stato ebraico – in realtà vuota dopo l’evacuazione del personale per ragioni di sicurezza nelle scorse settimane – ma sono stati intercettati dalla polizia turca: due aggressori sono stati uccisi e un terzo è stato catturato, mentre due poliziotti turchi sono rimasti feriti nella sparatoria. Un episodio che segna un salto di qualità nel conflitto, portandolo fuori dal Medio Oriente.

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Le autorità di Ankara hanno per il momento rilanciato la pista del fanatismo religioso, parlando di possibili legami tra uno degli attentatori e gruppi riconducibili allo Stato islamico (Isis). Eppure, a un’analisi più attenta questa tesi non può che lasciare perplessi. A differenza del “lupo solitario”, il metodo terroristico prediletto dagli uomini di Daesh, gli aggressori di Istanbul si configuravano come una vera e propria cellula, un “kill team” entrato in azione con una preparazione militare e un piano preciso diretto contro una sede diplomatica. Un profilo operativo difficilmente compatibile con il terrorismo spontaneo.

Il sospetto sull’asse della resistenza

Difficile dunque allontanare il sospetto che l’attacco in verità non sia riconducibile a una delle molte realtà paramilitari collegate al governo dell’Iran – il cosiddetto “asse della resistenza” – o ai servizi stessi iraniani, come parte della lotta ormai senza quartiere tra Teheran e Tel Aviv in corso in Medio Oriente. Pur essendo da tempo additato come uno sponsor del terrorismo internazionale, l’Iran fino ad oggi si è largamente astenuta dal compiere azioni eclatanti fuori dalla regione. Un equilibrio che potrebbe ora rompersi.

Con qualche eccezione che conferma la capacità di farlo: l’attacco contro il centro ebraico di Buenos Aires, in Argentina, nel 1991, costato la vita a 85 persone e ricondotto all’Iran e ad Hezbollah, ha mostrato come la longa manus iraniana possa colpire anche a migliaia di chilometri di distanza. Tuttavia, a differenza del terrorismo jihadista sunnita, Teheran non ha mai promosso azioni su suolo europeo paragonabili a quelle della “War on Terror”. Un precedente che pesa nel valutare gli scenari futuri.

Una guerra ormai fuori controllo

Questo ora potrebbe cambiare. Come la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran sia sfuggita al controllo è sotto gli occhi di tutti. Come questa abbia travolto ogni linea rossa e ogni regola è altrettanto evidente. Dall’attacco a negoziati in corso fino alle aggressioni in acque internazionali, ogni forma di gestione concordata del conflitto appare essere saltata. Il conflitto ha perso ogni contenimento.

Nulla di più facile dunque che ora anche questo tabù venga infranto, inaugurando una stagione di attacchi armati contro rappresentanze consolari, istituzioni culturali, luoghi di culto e aziende ebraico-israeliane in tutto il mondo. Dal punto di vista dei Pasdaran sarebbe un atto ripugnante, ma non immotivato. La logica della ritorsione globale prende forma.

Da tempo infatti Israele bombarda le ambasciate iraniane all’estero e non si cura della distinzione tra obiettivi militari e civili. Predisposte proprio per questo scenario da ultima spiaggia, le cellule dei Pasdaran potrebbero essere attivate in qualunque momento. Non è una fantasia: le forze di polizia europee ritengono che Teheran sfrutti reti criminali per nascondere uomini e armi nel continente. Una minaccia latente già presente in Europa.

Perché l’Europa non è ancora coinvolta

Per il momento, il regime non ha compiuto passi in tal senso. Pesa la volontà di non trascinare il Vecchio Continente nel conflitto e il desiderio di tenere queste carte coperte in caso di invasione dell’Iran. Una strategia coerente con l’obiettivo di internazionalizzare il conflitto, trasformandolo in un problema globale. Una scelta tattica, non un limite strutturale.

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Il messaggio è semplice: la guerra non l’ha iniziata l’Iran; il conflitto comporta destabilizzazione globale; per fermarlo bisogna costringere Washington a sospendere le ostilità. Un ragionamento cinico, forse, ma razionale. Una strategia che punta sulla pressione internazionale.

Il rischio è che questa logica non trovi riscontro nella realtà, dove le parti sembrano intenzionate a combattere senza limiti e senza confini. Col rischio elevato, prima o poi, di trovarci anche noi con la guerra in casa. Un’ipotesi sempre meno remota.

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