26 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Feb, 2026

Iran-Usa, negoziati sul nucleare. Le proposte sul tavolo a Ginevra

Steve Witkoff a Ginevra

Nuovo round di colloqui tra Teheran e Washington sul programma nucleare. L’Iran valuta una sospensione temporanea dell’arricchimento in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Gli Stati Uniti mantengono alta la pressione militare. Ginevra diventa il crocevia tra diplomazia ed escalation


Iran e Stati Uniti hanno avviato a Ginevra un nuovo e delicatissimo round di negoziati sul nucleare. L’esito dei colloqui potrebbe determinare se le due potenze imboccheranno la strada dell’accordo o quella del conflitto armato. È il terzo giro di colloqui indiretti, mediati dall’Oman. Il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi ha parlato di una “apertura senza precedenti a idee e soluzioni nuove e creative”, dopo l’incontro con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.

In un messaggio pubblicato su X, Albusaidi ha spiegato che i negoziatori hanno scambiato “idee creative e positive” prima di prendersi una pausa, con la speranza di fare ulteriori progressi nelle ore successive. Il clima viene descritto come meno rigido rispetto ai round precedenti.

Teheran, tuttavia, chiede “serietà” da parte americana. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sottolineato che senza un approccio realistico da parte di Washington sarà difficile raggiungere un’intesa stabile.

Ai colloqui partecipa il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi (a sinistra nella foto), con ruolo di osservatore tecnico. La sua presenza è considerata cruciale per garantire precisione e verificabilità su eventuali impegni futuri. I negoziati, secondo fonti diplomatiche, restano concentrati esclusivamente sulla questione nucleare, lasciando fuori per ora il programma missilistico iraniano e le dinamiche regionali.

Il nodo: diplomazia o guerra

Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha ribadito di preferire una soluzione diplomatica allo stallo con Teheran, ma ha aggiunto con fermezza: “Non permetterò mai che il principale sponsor del terrorismo al mondo abbia un’arma nucleare”.

Teheran ha chiarito di non voler rinunciare completamente all’arricchimento dell’uranio. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che l’Iran non svilupperà mai un’arma atomica, ma non abbandonerà il diritto a sfruttare la tecnologia nucleare a fini civili. La distanza tra le posizioni resta evidente.

La proposta iraniana

Secondo quattro funzionari iraniani citati dal New York Times, Teheran potrebbe proporre una sospensione dell’arricchimento per tre-cinque anni, con l’obiettivo di consentire a Trump di dichiarare un successo diplomatico.

Il piano includerebbe: congelamento temporaneo delle attività nucleari. Riduzione progressiva delle scorte di uranio altamente arricchito. Accesso pieno agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Successiva adesione a un consorzio nucleare regionale. Mantenimento di un livello minimo di arricchimento (1,5%) per scopi medici.

L’Iran sarebbe inoltre disposto a offrire incentivi economici, tra cui acquisti di beni americani, come aerei civili, e aperture a investimenti Usa nei settori energetico e minerario, incluso il litio.

Non rientrano però nei colloqui il programma missilistico iraniano né il sostegno di Teheran ai gruppi armati nella regione.

Il contesto: come si è arrivati fin qui

All’epoca l’Iran aveva accettato di limitare l’arricchimento al 3,5% e di trasferire all’estero le proprie scorte di uranio. Le agenzie internazionali avevano certificato la conformità iraniana.

Dopo l’uscita americana dall’accordo e l’introduzione di nuove sanzioni economiche, l’Iran ha progressivamente aumentato l’arricchimento fino al 60%, avvicinandosi alla soglia del 90% necessaria per un’arma nucleare.

La situazione è ulteriormente degenerata con la guerra di dodici giorni scatenata da un attacco israeliano e culminata nel bombardamento statunitense di tre siti nucleari iraniani.

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Il più grande dispiegamento militare dal 2003

Nelle ultime settimane Washington ha rafforzato massicciamente la presenza militare in Medio Oriente. Portaerei, sistemi di difesa e basi potenziate circondano l’Iran.

Secondo fonti americane, Trump starebbe valutando diverse opzioni nel caso di fallimento dei negoziati: attacchi mirati contro obiettivi militari, operazioni estese contro infrastrutture nucleari e missilistiche, pressione per un cambio di regime.

Teheran ha promesso ritorsioni immediate contro tutte le basi americane nella regione e contro Israele, minacciando persino di colpire navi da guerra statunitensi. Diversi analisti, tra cui l’ex generale David Petraeus, hanno avvertito che un conflitto potrebbe essere lungo, devastante e costoso per entrambe le parti.

La partita decisiva

Gli osservatori considerano questo round di Ginevra decisivo. “Se l’Iran non mostrerà abbastanza disponibilità al compromesso e gli Stati Uniti non offriranno un alleggerimento credibile delle sanzioni, la situazione esploderà”, ha dichiarato al Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente di Chatham House. Il confine tra accordo e guerra non è mai stato così sottile.

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