La fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia apre un vuoto che rilancia la competizione nucleare
«Questo è un nuovo momento, una nuova realtà. Siamo pronti per questo». Il «nuovo momento» a cui ha fatto riferimento ieri il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov durante una visita a Pechino è quello che si prospetta all’orizzonte in caso di mancato rinnovo dell’accordo sul nucleare noto come “New START”. Un accordo siglato nel 2010 dagli allora capi di Stato Obama e Medvedev e che prevede forti limitazioni per gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti.
Un accordo che, qualora non venisse rinnovato all’ultimo minuto, scadrà domani, liberando entrambe le potenze da qualsiasi vincolo sulla struttura e l’ampiezza delle rispettive dotazioni di testate nucleari, aprendo di fatto all’ipotesi di una nuova corsa all’atomica. Senza l’accordo, infatti, tanto Mosca quanto Washington potrebbero pensare di riarmarsi e di ampliare i rispettivi depositi. Forse persino fino a riportarli ai livelli della Guerra Fredda, quando le due superpotenze schieravano decine di migliaia di testate.
I limiti imposti dal New START
Con l’arrivo del New START, però, entrambe le potenze concordarono di limitare il numero complessivo di testate schierabili a non più di 1.550, oltre a fissare il numero preciso dei lanciatori di missili balistici intercontinentali (ICBM) schierati e non schierati. Assieme ai lanciatori di missili balistici dei sottomarini (SLBM) e ai bombardieri pesanti equipaggiati per armamenti nucleari il numero complessivo di lanciatori non può infatti superare quota 800. Né il totale di vettori può superare le 700 unità.
Il rinnovo mancato e il ruolo della diplomazia
Per mesi, il discorso del rinnovo del New START è rimasto ai margini dell’attenzione internazionale ma al centro del lavoro della diplomazia russa e americana. Nel settembre scorso, per esempio, persino il presidente Putin si è espresso sull’argomento, proponendo per lo meno un’estensione di un anno sulla durata dell’accordo. Una proposta che, però, è caduta inascoltata vista l’aperta e dichiarata ostilità del presidente americano Donald Trump verso questo trattato, considerato dal tycoon un vincolo innecessario alla potenza atomica statunitense.
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Il presidente, fanno sapere dalla Casa Bianca, «deciderà il percorso da seguire per il controllo degli armamenti nucleari, che chiarirà nei suoi tempi». Lasciando dunque intendere che il problema, per Trump, non sia il controllo degli arsenali ma l’accordo in sé. Politicamente, infatti, prolungare il New START, al tempo una grande vittoria diplomatica di Obama, sarebbe per il tycoon una sorta di endorsement all’operato del suo predecessore.
La strategia di Trump e l’ipotesi di un nuovo accordo
Molto meglio, nell’ottica di Trump, lasciar svanire il New START di Obama nelle pieghe del tempo e negoziare un nuovo grande accordo da rivendicare come importante conseguimento politico della sua amministrazione. Un accordo che magari tenga dentro non solo la Russia, ma anche la Cina, finora esclusa dalle limitazioni.
Una strategia che, però, comporta un rischio evidente. L’assenza di qualsiasi limitazione, anche temporanea, sugli arsenali di Mosca e Washington potrebbe infatti trasformare il periodo di transizione in una pericolosa zona grigia. Nella quale la deterrenza torna a dipendere esclusivamente dalla forza e non dalle regole.
Il vuoto normativo e l’illusione del negoziato allargato
Ma per Trump questo aspetto sembra, almeno al momento e stando a quanto fatto trapelare alla stampa, del tutto secondario. L’importante per il presidente è poter rivendicare un grande accordo sul nucleare con Pechino. Poco importa che la necessità stessa di un nuovo accordo, che richiederà lunghissimi negoziati, sia stata creata proprio dalla scelta di non rinnovare il precedente. Magari invitando a parteciparvi anche Pechino. O Parigi e Londra venendo incontro alle richieste dei russi.
Il problema di un nuovo accordo più ampio, ovvero che coinvolga nuovi attori sul controllo degli armamenti nucleari, è che presupporrebbe una convergenza strategica che oggi non esiste. La Cina, che dispone di un arsenale nettamente inferiore rispetto a quello di Stati Uniti e Russia, non ha del resto alcun interesse immediato e concreto a sottoporsi a limiti pensati per due superpotenze nucleari paritarie. Né ha incentivi diplomatici o strategici a farlo.
Rinunciare al New START per tentare di negoziare qualcosa di così irrealistico come un accordo trilaterale che limiti gli armamenti nucleari di Cina, Russia e Stati Uniti rischia dunque di lasciare il mondo senza particolari vincoli per le principali potenze del pianeta per un periodo di tempo indefinito. In buona sostanza, la fine del New START più che aprire a una nuova era di accordi sul nucleare tra potenze atomiche spalanca la porta a un vuoto normativo destinato a durare.
Un nuovo momento di incertezza globale
Il «nuovo momento» evocato da Ryabkov si prospetta dunque come un periodo di estrema incertezza e pericolo. Basato non sulla condivisa comprensione del pericolo rappresentato dalle armi atomiche ma sulla buona volontà dei singoli attori. E su quella, vista l’instabilità globale registrata negli ultimi anni, non si può fare molto affidamento.



















