16 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Gen, 2026

Starmer in Cina da Xi, il segnale all’America: l’Europa guarda a Est

Il premier britannico Keir Starmer e il presidente cinese Xi Jinping

Il viaggio di Keir Starmer a Pechino segna la riapertura dei rapporti tra Londra e la Cina e riflette la ricerca di un’autonomia strategica rispetto a Washington da parte degli alleati europei degli Usa


«Dialogare sui temi della sicurezza e della prosperità è un vantaggio sia per la Cina sia per il Regno Unito». Così il premier britannico Keir Starmer liofilizza a Pechino il senso della sua missione in Cina, dove ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping per riavviare rapporti bilaterali rimasti a lungo congelati.

La mossa di Londra segue quella già compiuta da Emmanuel Macron, che nel dicembre dello scorso anno si è recato a Pechino per un vertice di alto livello con Xi. In quell’occasione, il presidente francese aveva respinto l’idea di un’Europa costretta a scegliere tra Washington e Pechino, rivendicando la necessità di mantenere canali aperti con entrambe le potenze — schermato, per l’occasione, dietro accattivanti occhiali a goccia.

Starmer in Cina riapre il dialogo con Pechino

A ruota è arrivato Starmer. Tra vertice formale e colazione di lavoro con Xi Jinping, i colloqui sono stati incentrati su sicurezza globale, guerra russo-ucraina, diritti umani. Sul piano economico, l’inquilino di Downing Street ha presentato un piano di investimenti da 15 miliardi di dollari di AstraZeneca per lo sviluppo di nuovi farmaci. A questo si affiancano obiettivi più immediati. La riduzione dei dazi sul whisky britannico è uno di questi. Così come un accordo che consentirebbe ai cittadini del Regno Unito di entrare in Cina senza visto per soggiorni inferiori ai 30 giorni. Un cambio di passo rispetto agli anni successivi alla crisi di Hong Kong, alle tensioni sulla sicurezza e al progressivo raffreddamento dei rapporti tra Londra e Pechino.

La Cina vista dall’Europa

Nel corso degli incontri, Starmer ha ripreso una metafora evocata dallo stesso Xi Jinping: quella dei ciechi messi di fronte a un elefante, ciascuno convinto di descriverlo correttamente pur cogliendone solo una parte. «Troppo spesso», ha osservato il premier britannico, «è così che guardiamo alla Cina». Da qui la convinzione che solo un coinvolgimento più ampio e profondo permetta di vedere l’intero quadro e costruire una relazione adatta alla fase attuale.

Macron, Starmer e il riavvicinamento europeo

Prima Macron, poi Starmer: il trend di orientalista non si ferma qui. Negli ultimi mesi diversi leader europei hanno ridotto la distanza diplomatica dalla Cina. Un movimento repentino, quasi obbligato, alla luce della tempesta che va profilandosi nei rapporti con Washington.

Ottawa e la nuova distanza dagli Stati Uniti

Il caso canadese è indicativo. Il primo ministro Mark Carney lo ha detto senza mezzi termini: «Il mondo è cambiato. Washington è cambiata. Negli Stati Uniti oggi quasi nulla può essere considerato normale». Parole pronunciate al vertice economico di Davos e poi ribadite anche dopo i primi contatti con l’amministrazione americana. Carney ha chiarito di non aver ritrattato nulla e di aver compreso prima di altri la portata della svolta nella politica commerciale statunitense.

Divisione e influenza

Una svolta a stelle e strisce che prevede l’utilizzo di tattiche viste in altri contesti, più familiari ai manuali della Guerra fredda in America centrale che ai rapporti tra alleati nordamericani: dividere gli Stati per aumentare l’influenza. Fantapolitica?
Secondo quanto riportato dal Financial Times, funzionari del Dipartimento di Stato statunitense hanno incontrato a Washington, in più occasioni e a partire dalla scorsa primavera, esponenti dell’Alberta Prosperity Project. Vale a dire un gruppo di estrema destra che promuove l’indipendenza dell’Alberta, la provincia che rappresenta il cuore energetico del Canada.

Il nodo dell’Alberta

Gli attivisti indipendentisti avrebbero discusso con interlocutori americani della possibilità di ottenere una linea di credito fino a 500 miliardi di dollari nel caso di un futuro referendum secessionista. Il movimento resta marginale nel panorama politico canadese e non gode di un consenso significativo a livello federale.
Per quanto improbabile, gli incontri informali hanno avuto effettivamente luogo e arrivano dopo che Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, aveva pubblicamente evocato l’ipotesi di una separazione dell’Alberta dal Canada.

Afghanistan e memoria degli alleati

La patina comunicativa che rende visibile la frattura di fondo passa dall’Afghanistan. Dal tentativo americano di riscrivere la narrazione di quella guerra e il sacrificio degli alleati.

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A Davos, Donald Trump ha liquidato il capitolo afghano come un fallimento imputabile ad altri, ridimensionando il contributo dei partner e presentando l’intervento come un peso sostenuto quasi esclusivamente dagli Stati Uniti.

Il caso danese

Pochi giorni dopo, a Copenaghen, l’ambasciata degli Stati Uniti ha rimosso le bandiere danesi collocate davanti all’edificio in memoria dei 44 soldati uccisi durante la missione afghana. L’Associazione dei Veterani Danesi ha definito il gesto «non necessario e insensibile». Washington ha parlato di una procedura standard, non coordinata, priva di intenzioni politiche. Il primo mese del 2026 segna così una fase in cui gli alleati storici degli Stati Uniti tentano di ricavarsi maggiore autonomia. Il viaggio di Starmer in Cina diventa il simbolo di questo passaggio: Londra riapre a Pechino, Ottawa si prepara a una relazione più ostile con Washington, mentre in Europa cresce l’attenzione verso interlocutori alternativi.

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