L’arresto di Maduro e la questione del petrolio venezuelano rientrano nei piani della Casa Bianca per tentare di lasciare Pechino senza approvvigionamento energetico
C’è un filo rosso, anzi nero, che collega Caracas a Teheran ed è un filo che parla in mandarino. Negli Stati Uniti sembrano esserne convinti, Donald Trump in testa, al punto da impostarci la propria intera strategia. Dal raid che ha portato all’arresto di Nicolas Maduro all’assedio sanzionatorio contro l’Iran che ha fatto esplodere le proteste di piazza degli ultimi giorni, gli Usa si sono mossi per colpire importanti fornitori energetici di Pechino.
Una specie di nuova “Guerra per il petrolio”, stavolta non tanto per conquistarlo (Washington ha da tempo raggiunto l’indipendenza energetica) quanto per negarlo ai propri rivali.
LEGGI Iran, assalto all’ospedale di Ilam e nuove minacce militari
La Cina cambia i Paesi importatori
Secondo i dati riportati dal Dipartimento dell’Energia statunitense infatti, la Cina negli ultimi anni rediretto le proprie importazioni energetiche verso Paesi politicamente allineati. In primo luogo, la Russia. Mosca, infatti, è divenuta la prima venditrice di greggio alla Cina dopo l’interruzione delle esportazioni energetiche verso l’Europa a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina. Nel 2025 il Cremlino si è confermato saldamente in testa alla classifica, con circa2.1 milioni di barili di petrolio venduti a Pechino ogni giorno. Al secondo posto, l’Arabia Saudita, già famosa come uno dei maggiori esportatori mondiali di idrocarburi, che nel 2023 ha concluso un accordo con la Cina per poter aprire un canale di vendita privilegiato a favore del Dragone.
Al terzo posto, a breve distanza, la Malesia ha conosciuto un incredibile boom di acquisti, divenendo la seconda fonte delle importazioni di petrolio cinese. Un dato molto dubbio, dal momento che il piccolo Paese del Sud-est asiatico non dispone di rilevanti riserve petrolifere. Quasi certamente, infatti, Kuala Lampur svolge il ruolo di Paese intermediario all’interno di uno schema di triangolazione pensato per aggirare le sanzioni americane. Il vero fornitore sarebbe l’Iran, che negli ultimi anni è divenuto un elemento fondamentale della sicurezza energetica cinese.
Pechino rimpiazza Caracas con Teheran
Il petrolio iraniano rappresenta infatti un’alternativa molto interessante a causa del prezzo particolarmente basso provocato dal pesante regime sanzionatorio americano. Anche per questa ragione, l’industria petrolifera cinese sta puntando proprio su Teheran per rimpiazzare gli acquisti di greggio dal Venezuela, messi fuori gioco dall’intervento americano che sabato scorso ha prima rapito il presidente venezuelano Nicolas Maduro e poi costretto Caracas a vendere il proprio petrolio esclusivamente a compagnie americane. In precedenza, Pechino era il primo acquirente del greggio di Caracas, sebbene questo ricoprisse solo circa il 4% delle importazioni cinesi.
Eppure, in questo momento anche l’Iran traballa scosso da proteste figlie – anche – dalla pressione economica e dalle campagne di destabilizzazione condotte dagli Stati Uniti contro un regime uscito incattivito ma anche indebolito dallo scontro con Israele dello scorso giugno. Se anche gli ayatollah della Guida Suprema Alì Khamenei dovessero cadere, per Pechino la questione dell’approvvigionamento energetico si complicherebbe notevolmente. Una ricaduta che non dev’essere sfuggita alle alte sfere d’oltreoceano.
La Casa Bianca tenta di pianificare una strategia
L’amministrazione guidata da Donald Trump ha reso centrale, molto più dei suoi predecessori, lo scontro con la Repubblica popolare cinese, ma finora ha largamente fallito nel precisare una strategia chiara per contenere la minaccia posta da Pechino. L’anno scorso la Casa Bianca ha giocato la carta di una improvvisa guerra commerciale contro il Dragone, che però ha finito per ritorcersi contro gli Stati Uniti dopo che la Cina non solo ha imposto dazi analoghi. Ma anche sospeso l’esportazione di materiali strategici come le terre rare verso la Silicon Valley Usa. Costringendo infine Trump stesso a fare marcia indietro e a proclamare una tregua commerciale fino alla prossima primavera.
Ora, con l’irruenza iconoclasta del tycoon, gli Stati Uniti sembrano stare cercando di imbastire una nuova tattica: sottrarre lo spazio di manovra al rivale cinese. Rimuovendo i regimi a lui vicini per isolarlo diplomaticamente e tagliare le sue linee di approvvigionamento. Nella convinzione che l’affamata industria manifatturiera cinese – la “Fabbrica del mondo” – a corto di energia possa finire per deprimere l’economia di Pechino. Incrinando la sostenibilità del modello cinese e forzando il governo a rivolgere le proprie attenzioni al fronte domestico invece che alla sfida globale con gli Stati Uniti. La strategia si basa su un principio semplice: se non puoi stanare il Drago, brucia la foresta. Usare insomma la terra bruciata per costringere il nemico a ritirarsi o a restare a digiuno.
I problemi del piano Usa
L’idea – non molto originale, in realtà – presenta però tre problemi. Innanzitutto, Iran e Venezuela non rappresentano gli unici fornitori petroliferi della Cina. Le citate Russia e Arabia Saudita, l’Iraq e altri Paesi – in particolare, le altre petro-monarchie del Golfo Persico – potrebbero fornire grandi quantità di petrolio a Pechino, ma a un costo maggiore. In secondo luogo, l’economia cinese non è (più) un compartimento stagno rispetto a quella occidentale. Pechino produce ma acquista anche in massa prodotti occidentali.
Un calo della produttività non significherebbe solo meno prodotti cinesi sul mercato ma anche minori acquisti di prodotti occidentali. Con un conseguente danno di proporzioni indefinite per le aziende europee e americane. Infine, tale strategia ha dei precedenti non entusiasmanti: anche nel 1940 Washington cercò di indurre il proprio sfidante asiatico, cioè l’Impero del Giappone, a fare marcia indietro con un embargo petrolifero. Il risultato fu invece che Tokyo, piuttosto che cedere, lanciò un attacco a sorpresa contro Pearl Harbour. A furia di giocare con la benzina, insomma, gli americani farebbero bene a stare attenti ai ritorni di fiamma.


















