15 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Gen, 2026

Teheran, il corpo contro il potere: l’immagine che apre il 2026

L'immagine tratta da un video. un uomo seduto, solo, circondato dai del regime

Un’immagine da Teheran apre il 2026 come una domanda sul limite morale del potere, tra repressione, libertà e crisi delle democrazie


C’è un’immagine, diventata virale, con cui il 2025 si congeda e che, più di molti discorsi, sembra già parlare il linguaggio del 2026. A Teheran, un uomo – giovane, solo – si siede sull’asfalto, al centro di una strada, immobile, disarmato. Davanti a lui ci sono i miliziani delle forze del regime in motocicletta. Non avanza nessuno, non succede quasi nulla, eppure in questa sospensione c’è già un’intera diagnosi del tempo che viene.

Da Tienanmen a Teheran

Non è una scena nuova. Cambiano i luoghi, cambiano i mezzi, ma non la sostanza. Anche a piazza Tienanmen, nella primavera del 1989, c’era un uomo solo davanti a una macchina di potere che si pretendeva inarrestabile. Anche lì la forza si presentava come un apparato impersonale, con i suoi carri armati. E anche lì la risposta non fu un contro-potere, ma un gesto minimo: un corpo umano che interrompe, che non si sposta.

Il corpo come interruzione del potere

È da qui che conviene partire per leggere l’anno che verrà. Da questa scena elementare, perché è su questo crinale che si giocherà sempre più spesso la partita decisiva: quella dell’umanità contro la disumanizzazione del potere. A Teheran siamo dentro una repressione totale, che chiede cieca obbedienza. Le motociclette sono lì per cancellare la possibilità stessa di una presenza che non sia autorizzata. Ma ciò che teme davvero il potere autoritario contemporaneo è proprio quello stop, quel corpo che dice: “Io non mi sposto da qui”.

La protesta iraniana oltre il carovita

A rendere ancora più emblematico il video di Teheran è il fatto che non si tratti più di un episodio isolato o simbolico. La crisi economica ha certamente agito da detonatore, ma la dinamica della protesta di questi giorni si è presto spostata su un piano apertamente politico. Gli slogan, le serrate, gli scioperi e la partecipazione trasversale di studenti e commercianti chiedono la fine di un regime che pretende di decidere chi si è, come si vive, come ci si veste, cosa si può dire, cosa si può desiderare.

Quando la legittimità si spezza

Il giovane seduto a Teheran sta sfidando quel regime costringendolo a mostrare pubblicamente il suo vero volto. È questo che fa perdere all’autorità ogni legittimità: il momento in cui, per mantenere l’ordine, deve superare la pratica del limite e negare apertamente l’umanità concreta di chi ha davanti. Per proseguire, quelle motociclette dovrebbero passare sopra un corpo umano visibile, riconoscibile, indifeso.

La violenza senza neutralità

È lo stesso nodo che rende ancora così simbolica l’immagine di Tienanmen, a decenni di distanza. Perché smaschera una verità che ogni tirannia cerca di occultare: la forza funziona meglio quando non deve guardare in faccia l’umano, quando l’altro è solo una massa, un numero. Quando invece diventa un corpo solo, la violenza perde la sua neutralità.

La risposta dei pasdaran, in queste ore, è stata immediata e brutale. In diverse città le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i manifestanti durante gli scontri. Nessun segnale di apertura, nessuna mediazione, solo la conferma che, quando la legittimità del potere vacilla, l’ordine diventa repressione. Ma le proteste iraniane dimostrano anche che la libertà non è una variabile culturale occidentale, ma una domanda che nasce dall’interno delle società.

Il passato come spazio simbolico

Non è un caso, in un tale contesto, che riemerga anche una memoria scomoda: il riferimento al passato monarchico, al pahlavismo, alla figura dello Shah. Non va letto come un desiderio lineare di restaurazione, ma come un fenomeno politico negativo, nato per sottrazione, quando il presente diventa invivibile.

Il 2026 si annuncia, dunque, come un avvertimento non solo per l’Iran, ma anche per le democrazie occidentali quando accettano che l’ordine e la forza possano sospendere i diritti. Autocrazie dichiarate e populismi nelle democrazie stanche condividono una crisi globale del limite, la difficoltà a riconoscere ciò che il potere non può fare senza pagare un prezzo morale irreversibile.

Ucraina come prova morale globale

Dentro questo quadro si colloca la resistenza dell’Ucraina, sempre più sola e sempre più simbolica. Difenderla significa difendere l’idea che un popolo non è una pedina sacrificabile nella partita imperiale di un’autorità che si ritiene al di sopra di ogni norma.

È per questo che la scena del ragazzo seduto sull’asfalto a Teheran tiene insieme Iran, Russia, jihadismo, Ucraina, populismi occidentali e derive autocratiche. Ci pone una domanda unitaria: quanto spazio resta oggi per l’individuo, quando il potere pretende di essere assoluto?

Il limite morale del nuovo anno

La sfida del nuovo anno non è una formula astratta, ma una domanda concreta: dove passa oggi il limite morale del potere? Il 2026 dovrà rispondere. Non promettendo un mondo migliore, ma misurando ciò che siamo ancora disposti a non oltrepassare.

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