La caduta di François Bayrou ha aperto una nuova fase di incertezza politica in Francia, con Emmanuel Macron costretto a un complesso gioco di equilibrismo per trovare il settimo premier del suo mandato. Dopo che ieri il leader del Movimento democratico ha rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente dell’Eliseo, al termine di un colloquio durato circa un’ora e mezza, la capitale francese è attraversata da rumores e retroscena su chi possa succedergli. E pare che abbia già scelto un nome: Sébastien Lecornu, attuale ministro della Difesa e fedelissimo di Macron sin dal 2017. Xavier Bertrand, deputato dei Républicains il cui nome era circolato nelle ultime ore, ha escluso categoricamente la sua nomina durante una riunione dei dirigenti del suo partito, affermando che «Lecornu è impegnato ora nella composizione del suo governo».
Lecornu, 39 anni, è considerato il favorito per succedere a Bayrou. Laureato in legge all’Università Panthéon-Assas, ha iniziato la carriera politica a 19 anni come assistente parlamentare nel 2005, diventando il più giovane dell’Assemblea nazionale. È membro della riserva operativa della Gendarmeria nazionale con il grado di tenente, poi promosso colonnello specialista di riserva nel 2017. Dal 2017 ha ricoperto vari incarichi ministeriali: segretario di Stato all’Ambiente, ministro delle Collettività territoriali e ministro d’Oltremare, prima della nomina a ministro della Difesa nel maggio 2022.
Il governo di Bayrou è caduto per un voto di fiducia richiesto volontariamente dal premier stesso l’8 settembre, ottenendo solo 194 voti favorevoli contro 364 contrari. Si tratta di un caso unico: Bayrou è diventato il primo capo di governo della Quinta Repubblica a cadere in seguito a un voto di fiducia che non era obbligato a richiedere. La manovra era legata al progetto di legge finanziaria per il 2026 che prevedeva tagli per 44 miliardi di euro, inclusa la cancellazione di due giorni festivi e il congelamento della spesa sociale. Prima della caduta definitiva, Bayrou era già sopravvissuto a diverse mozioni di censure. A gennaio 2025, una mozione presentata da La France Insoumise aveva raccolto solo 131 voti su 288 necessari, fallendo per il mancato sostegno del Partito Socialista e del Rassemblement National. A giugno 2025, un’altra presentata da Lfi e Verdi aveva ottenuto appena 116 voti su 289 necessari, sempre respinta per l’assenza di sostegno di PS e RN.
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La fretta di Macron nel nominare un successore è dettata da molteplici pressioni. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha dichiarato che il Paese «ha bisogno molto rapidamente di un primo ministro» di fronte «al rischio di disordini» nelle manifestazioni previste a settembre. Il riferimento è al movimento «Blocchiamo tutto» in programma per il 10 settembre, che ha spinto Retailleau ad avvertire: «È urgente la nomina di un premier poiché non ci deve essere un potere vacante alla vigilia di manifestazione e di fronte a un mese di settembre propizio ad ogni tipo di disordine».
Parimenti urgente è la questione finanziaria. Venerdì 13 settembre l’agenzia Fitch dovrà pronunciarsi sulla nota sovrana della Francia, con una possibile degradazione da AA- ad A+. I mercati hanno già reagito negativamente: per la prima volta in quindici anni, la Francia si trova a dover pagare tassi d’interesse sui titoli decennali simili a quelli dell’Italia.
Se Lecornu non dovesse accettare l’incarico o il parlamento non dovesse concedergli la fiducia, l’area di ricerca del nuovo premier resterebbe comunque quella del «centro macroniano e della destra moderata», dato che i tentativi di allargamento ai socialisti non hanno ancora dato frutti. Oltre a Lecornu, circolano i nomi del ministro del Lavoro e della Sanità Catherine Vautrin, già favorita nel 2022 prima della nomina di Elisabeth Borne, e del presidente dell’Assemblée nationale, Yaël Braun-Pivet, che si è detta disponibile per «œuvrer dans l’intérêt du Pays», cioè a dire «agire negli interessi del Paese».
Il leader del Rassemblement national Marine Le Pen ha tuttavia già avvertito che la dissoluzione dell’Assemblea non è più «un’opzione, ma un obbligo». «O c’è un primo ministro capace di trovare una via per non venire sfiduciato quando presenterà la manovra finanziaria o questo primo ministro è incapace di trovare una via. In questo caso, rimetteremo ovviamente sul tavolo la questione dello scioglimento», ha minacciato la leader dell’estrema destra.
Uno scenario che continua a profilarsi è quello di una forma di coabitazione con i socialisti. Il Parti Socialiste, pur rifiutando di dire se sarebbe disposto a trattare con un premier uscito dalla coalizione uscente, ha avanzato richieste precise: la tassa sui «super ricchi» con almeno il 2% sui patrimoni di oltre 100 milioni di euro e concessioni significative in materia sociale.
Gabriel Attal, ex Premier e capo del partito macroniano Renaissance, ha proposto una soluzione alternativa: nominare un «negoziatore» per avviare trattative in vista della finanziaria del 2026, prima ancora della designazione di un nuovo capo del governo. Il nome che circola per questo ruolo è quello del centrista Charles de Courson, relatore generale del bilancio all’Assemblée nationale.
Bruno Retailleau ha ribadito che per i Républicains è «inconcepibile» avere un primo ministro socialista. «Il progetto socialista non corrisponde a quello che vuole la maggioranza dei francesi, che sono piuttosto a destra», ha dichiarato il presidente dei LR, aggiungendo che il suo partito è disponibile ad andare al governo «ma non a qualsiasi condizione, che sia per una politica della maggioranza nazionale».
La situazione si complica ulteriormente per le scadenze internazionali: Macron dovrebbe partire il 22 settembre per New York, dove riconoscerà all’Onu lo stato di Palestina. Una nomina entro la fine della settimana permetterebbe di avere un governo al completo prima della trasferta americana del presidente.
Con Bayrou, durato appena 270 giorni all’Hôtel de Matignon, residenza ufficiale del primo ministro del governo francese, Macron sta per nominare il settimo premier della sua presidenza, eguagliando il record di François Mitterrand per numero di capi di governo nominati sotto la Quinta Repubblica.
L’instabilità politica, iniziata con la dissoluzione dell’Assemblée nationale nel giugno 2024, ha trasformato la Francia da modello di stabilità istituzionale in laboratorio di crisi parlamentare permanente. Marine Le Pen ha definito «un’assoluta sciocchezza» la proposta di Attal sul negoziatore: «Non siamo in una cellula di sostegno psicologico».


















