14 Ott, 2026

Schlein e Conte, scontro sulle armi all’Ucraina: il campo largo rischia di spaccarsi

La segretaria del Pd Schlein cerca una mediazione sul sostegno militare all’Ucraina, ma il leader del M5s Conte non arretra e rivendica il no emerso dalla consultazione Nova. Sullo sfondo, le tensioni sulle primarie e il tentativo di allargare la coalizione di centrosinistra verso il centro, con il nodo Renzi ancora aperto.


Le armi all’Ucraina continuano a dividere Elly Schlein da Giuseppe Conte, ma mentre la segretaria del Pd apre al compromesso e propone: «Stiamo chiusi a discutere anche una notte intera, l’importante è uscire uniti», il leader del M5s non arretra di un centimetro. Il suo è un niet categorico, suffragato dai risultati di Nova, la consultazione online con gli iscritti da cui è emerso che il 91,7% dei partecipanti ha votato contro la prosecuzione dell’invio di armi a Kiev. «Non puoi essere l’interprete di una svolta continuando a inviare armi come sempre» ribadisce Conte. E mentre i pontieri del Pd lavorano ai suoi fianchi cercando di convincerlo a trovare un modo per inserire nel programma unitario un accordo sull’Ucraina, la questione di Kiev può fare saltare il banco del campo largo.

Ucraina, lo scontro può far saltare il campo largo

È una spaccatura che potrebbe allargarsi già oggi subito dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni di stamattina al Senato e nel pomeriggio alla Camera, in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, quando si svolgerà il voto sulle risoluzioni. Schlein ha ribadito più volte che il sostegno militare all’Ucraina rimane una posizione irrinunciabile per il Pd. È qui che il campo largo potrebbe essere costretto a misurarsi nuovamente con le proprie differenze, a cui non si è ancora trovata una mediazione possibile. Del resto, il leader dei 5s potrebbe essere convinto che soltanto il suo no radicale alle armi gli possa permettere di ribaltare a suo favore quella che sarà presumibilmente la sfida per le primarie contro Schlein nei gazebo. È perciò un suo vantaggio tattico mantenere ferma la sua posizione, se vogliamo spiegarlo politicamente.

I pontieri del Pd cercano un accordo con Conte

Trai nomi dei pontieri del Pd che non demordono nei confronti di Conte ci sono quelli di Alessandro Alfieri, della segreteria di Schlein e responsabile Riforme, e di Peppe Provenzano, responsabile Esteri. Alfieri ha indicato un possibile terreno comune: rafforzare l’iniziativa diplomatica europea e impedire che i negoziati sulla fine della guerra russoucraina siano lasciati soltanto a Washington, Pechino e Mosca. Il Pd è disponibile a confrontarsi sulla strategia europea, ma non intende accettare che nel frattempo venga negato alla popolazione ucraina il diritto di potersi difendere dall’aggressore russo. Anche per Provenzano la continuità degli aiuti militari è da intendersi a difesa dei civili e per preservare dagli attacchi scuole e ospedali.

La difficoltà consiste nel convincere Conte che il distinguo rappresenti un cambiamento reale e non soltanto una diversa formulazione delle politiche seguite dal governo. Conte ha infatti chiarito che la questione non è negoziabile nei termini proposti dal Pd e avverte: «Il M5s non sottoscriverà un programma unitario che continui a dare armi a gogò all’Ucraina». Il nodo è emerso nuovamente quando il leader del M5s ha commentato la proposta di mediazione avanzata dal dem Goffredo Bettini, che proponeva un percorso per arrivare a una tregua con una fascia smilitarizzata garantita da Onu e Ue, senza escludere un sostegno militare difensivo all’Ucraina durante le trattative. Conte ha riconosciuto a Bettini il merito di avere proposto un’idea ragionevole, ma ha respinto la possibilità che una simile formula lasciasse inalterata la politica degli invii di armi.

Avs condivide il no agli invii militari, ma respinge le accuse di filoputinismo

Anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni chiedono una svolta nella strategia europea. I due leader di Avs condividono con Conte la contrarietà alla prosecuzione degli invii militari, ma respingono l’idea che questa posizione possa essere interpretata come una vicinanza politica a Mosca. Fratoianni dichiara che «non ci sono filoputiniani tra noi». Mentre si cerca una mediazione sull’Ucraina, Schlein deve affrontare un’altra partita: l’allargamento del campo largo verso il centro. In questo scenario si inserisce il nome di Silvia Salis, l’attuale sindaca di Genova, indicata in un retroscena del Foglio come possibile federatrice di una quarta gamba centrista nella coalizione di centrosinistra.

Secondo questa ricostruzione, la segretaria dem avrebbe chiesto a Salis di lavorare alla costruzione di una federazione che potrebbe diventare un interlocutore per i centristi e per le realtà civiche che non si riconoscono pienamente nelle principali forze dell’opposizione. Ma la sindaca di Genova smentisce e frena pubblicamente le voci di un suo coinvolgimento.

Salis frena sulle primarie: «Potrebbero trasformarsi in una guerra civile»

Nel suo libro “È già domani” Salis scrive che «una coalizione di centrosinistra è forte proprio perché contiene una pluralità che deve produrre una direzione, non una rissa» e riferendosi alle primarie aggiunge: «Per il centrosinistra sono state uno strumento formidabile. Hanno prodotto leader nuovi e spinto le persone della società civile a sentirsi parte di una scelta. Ma nessuno strumento va bene per tutte le stagioni. In questa fase le primarie potrebbero trasformarsi in una guerra civile nei gazebo».

Quindi lei non si candiderà alle primarie, ma potrà forse fare qualcosa per coagulare i cosiddetti centrini, anche perché la galassia centrista s’intreccia con la Casa Riformista di Matteo Renzi, che Conte continua a guardare storto, visto che l’ex rottamatore, ritirando il sostegno di Italia Viva, nel 2021 provocò la caduta del governo Conte II in piena pandemia. «Mai più Renzi, nemmeno come ministro» tuona il leader dei 5s, mettendo alle strette il Pd: «Se il Nazareno dice che deve esserci, si prenda la responsabilità di chiedere a Renzi garanzie politiche che nessun suo comportamento possa mettere in difficoltà un futuro esecutivo».

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