19 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Apr, 2026

Energia, Tabarelli: «Crisi drammatica, temo l’austerità»

Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, affronta il tema della crisi drammatica del settore energetico dovuta alla guerra in Iran


«Con la proroga del taglio delle accise fino al 1° maggio, ci sarà più debito per le casse pubbliche. E quando fai un regalo, poi i consumatori fanno fatica a rinunciare. Viceversa, bisogna dare segnali più duri: serve che i prezzi siano alti perché solo così si riduce la domanda. Nel mercato funziona così». A parlare è Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia. Che spiega: «La misura è positiva per i consumatori e l’inflazione, ma la crisi può diventare drammatica: a quel punto mancherà del prodotto, bisognerà razionare e ridurre la domanda».

Quali altre misure avrebbe potuto adottare il governo?

«Nel breve termine non c’è molto da fare: questo sistema energetico necessita di decenni per essere aggiustato. Le politiche energetiche si valutano su tre fattori: sicurezza, competitività e ambiente. Noi abbiamo fatto molto per l’ambiente, poco per la competitività e pochissimo per la sicurezza: ora bisogna raddrizzare la rotta, ma non si può fare in tre mesi. In Italia manca la capacità di raffinazione. Abbiamo un altisonante Piano Mattei per l’Africa: bisogna andarci velocemente. Specie in Libia, ma il paese si è disgregato. Intanto Russia e Turchia hanno fatto azioni molto più incisive della nostra».

Che cosa dovremmo fare?

«Dobbiamo prendere in considerazione l’opzione militare in Libia e alleggerire al dipendenza dal Medio Oriente. Si tratta di rivitalizzare una politica che l’Italia ha dai tempi di Enrico Mattei. Fu lui a concepire quel gasdotto Trans Med che collega Algeria e Italia. Oggi quello della Libia è quasi inutilizzato».

Gli impianti di gas naturale del Qatar sono stati colpiti. Quali conseguenze per l’Italia?

«Siamo il paese europeo più dipendente dal gas: lo abbiamo già pagato con il blocco delle forniture dalla Russia nel 2022. Ci siamo affidati al gas liquefatto che per il 10% dei nostri consumi veniva dal Qatar. Ora la posizione dell’Italia si aggrava: serviranno anni per riparare i danni».

Da chi ci possiamo rifornire in alternativa?

«Dalla Libia, se il paese si pacifica e se ci fanno fare il nostro mestiere. Qualcosa può venire dall’Algeria. Ci sono opportunità interessanti in Congo, Nigeria e Mozambico. Ma servono alternative. Dobbiamo sperare che l’Asia sia spinta verso l’utilizzo di quel carbone che noi europei odiamo. Ma così eviteremmo la corsa disperata al gnl del Qatar. Suggerisco l’uso del carbone anche per la Germania. L’elettricità, poi, si può fare con le rinnovabili: tanti progetti aspettano di essere sbloccati».

La commissione Ue prevede uno shock energetico di lunga durata per l’Europa. Dovremo razionare il carburante?

«Speriamo che ciò non si verifichi. Ma se succede dovremo scegliere chi deve lasciare senza carburante gli aeroporti. Il razionamento non sarà facile».

Teme il ritorno dell’austerity come negli anni 70?

«Sì, ma sarà declinata in maniera diversa. Allora avevamo un terzo delle macchine e del reddito attuali. Di sicuro non basteranno le targhe alterne. Il trasporto aereo pesa per due milioni di tonnellate di kerosene – allora era un decimo – con ripercussioni sul turismo e sulla distribuzione degli alimenti. Sembra che i mercati non vogliano accettare l’eventualità: una cosa surreale. È vero però che oggi l’economia dipende meno dal petrolio e che abbiamo più flessibilità: queste cose ci danno speranza».

Come si raggiunge l’autonomia energetica?

«Autonomia energetica è una parola grossa, una sorta di chimera: l’Europa non ha materie prime. Oggi conta avere accesso alle risorse naturali: ci vorrà del tempo. Intanto, abbiamo bisogno di petrolio, rinnovabili e nucleare».

Come si è mosso finora il governo sull’energia?

«Fa quello che può. Non si può fare molto di più in questo momento. Il governo segue la commissione europea con qualche misura di riduzione delle tasse e degli oneri di sistema. Grazie al Pnrr sono aumentate le fonti rinnovabili: la più forte crescita nella nostra storia. Ma gli aiuti aumentano il debito. Invece, l’abbandono del nucleare e della produzione di gas e di petrolio è grave. Difficile intervenire dopo i danni fatti dai governi precedenti».

A chi si riferisce?

«Soprattutto ai Cinquestelle: i loro governi hanno arrecato danni alla produzione nazionale. Hanno sottratto al ministero dell’industria tutta la competenza dell’energia per trasferirla alla transizione energetica sperando così di dimenticare i fossili. Poi si sono opposti al piano Pitesai e alle trivelle affossando la strategia sulle fonti fossili: adesso abbiamo accumulato un ritardo di dieci anni».

Come si risolve la crisi di Hormuz. Serve l’intervento dell’Europa?

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«Assolutamente sì. Gli europei devono intervenire, non possono più nascondersi dietro l’ipocrisia della pace. Oggi si prende in giro Trump, ma quando 30mila iraniani venivano trucidati nessuno diceva niente. Ora è già tardi, ma bisogna riaprire lo stretto altrimenti è una catastrofe. Servono azioni militari sia a Hormuz che in Libia».

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