18 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Nov, 2025

Manovra, perché sull’Irpef Giorgetti fa un autogol

Non è vero che le memorie di Istat Upb e Banca d’Italia dicono che la manovra premia i ricchi

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Ma Giancarlo Giorgetti non ha abbastanza guai con la manovra di bilancio per andarsene a cercare altri che neppure esistono?

Quando il valoroso titolare del Mef afferma che «coloro che hanno il potere di farlo» lo hanno «massacrato», regala un assist immeritato agli avversari del governo, perché non è vero che Istat, Upb e Banca d’Italia abbiano criticato, come iniqua, la revisione dell’aliquota intermedia dell’Irpef dal 35 al 33% per i redditi lordi da 28mila a 50mila annui. A meno di pensare che dietro all’uso di certe parole vi sia stato un pizzico di malizia.

L’Istat infatti ha parlato del quintile più “ricco” (in realtà era il “meno povero”) quale beneficiario dell’operazione, mentre l’Upb ha addirittura fornito degli esempi dei titolari benefici (dal dirigente al pensionato) da cui è stato facile per dei tg, che non intendono complicarsi la vita, fare lo scoop all’insegna del “governo favorisce i ricchi” dando alle opposizioni l’opportunità di fare demagogia con l’avallo delle autorità finanziare della Repubblica. E che cosa c’era di più succoso di alcune critiche paludate alla manovra, soprattutto sul versante della redistribuzione?

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Se si leggono fino in fondo le memorie consegnate, in audizione, alle Commissioni Bilancio riunite, si vede che Istat, Upb e Banca d’Italia non erano arrivate al punto di stravolgere la realtà e avevano dato ragione a Giorgetti, riconoscendo al governo – come ha ammesso l’Ufficio parlamentare del bilancio – che dal 2021 il maggiore esborso dovuto al fiscal drag è stato più che compensato per redditi da lavoro tra 10.000 e 32.000 euro, mentre si è avuto un recupero parziale per pensionati e autonomi.

In sostanza, alle famiglie sono andati benefici netti per 18,6 miliardi nel triennio (esclusi gli interventi Irpef) a favore dei redditi più bassi, mentre i contribuenti con un reddito superiore ai 35 mila euro sono stati dichiarati “ricchi” per legge, esclusi da tutti i benefici e per di più gravati per intero del fiscal drag (la vera ragione del maggior gettito dalle imposte).

Per giunta questi contribuenti – secondo Itinerari previdenziali – sono poco più del 15% (meno di 4 milioni), ma versano al fisco il 62,4% del prelievo Irpef sul lavoro dipendente. Pertanto, scrive ancora l’Upb “per i lavoratori dipendenti, la riforma del ddl di bilancio opera in modo complementare riducendo il divario nelle fasce dove gli interventi precedenti avevano prodotto effetti più Contenuti”.

Chi beneficia del taglio

In sostanza, i diversi interventi sull’Irpef degli ultimi sei anni (su struttura delle aliquote, articolazione degli scaglioni di reddito, detrazioni per redditi da lavoro e quelle per oneri dei contribuenti con redditi più elevati), compresa la traslazione nell’Irpef delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti introdotte per far fronte alla crisi inflazionistica del biennio 2022-23, hanno accresciuto la progressività del prelievo e le differenze di trattamento tra categorie di contribuenti.

Di questi interventi degli scorsi anni hanno beneficiato in misura maggiore i redditi bassi e medi, soprattutto da lavoro dipendente, mentre la misura prevista nel ddl di bilancio avvantaggia principalmente le fasce medio-alte (in prevalenza 48mila euro).

L’Istat è più laconico; la Banca d’Italia, invece, riconosce che “l’intervento fa seguito ad altre misure di riduzione di imposte e contributi, prevalentemente a favore dei redditi più bassi, introdotte negli scorsi anni”. Al di là di questa manovra di bilancio – aggiunge l’Upb – si può stimare che gli interventi disposti nel periodo 2022-25 abbiano più che compensato, nel complesso, l’impatto negativo esercitato sui redditi delle famiglie dal drenaggio fiscale e dall’erosione dei trasferimenti stessi.

La crescita dei salari

Poi non è corretto prendere da una nota solo ciò che apparentemente conviene. Nella memoria dell’Istituto di via Nazionale vi è un’affermazione che sembra rivolta a Maurizio Landini e allo sciopero della Cgil del 12 dicembre. “È improprio – si sostiene – assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva -prosegue – la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)”.

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