“Dialoghi sull’ingiustizia” è l’ultimo libro di Vitaliano Esposito. Una miscellanea di dubbi morali, casi giudiziari, lutti e istituti
La giustizia umana è condannata a essere “ingiusta” per definizione, per la sua insuperabile, congenita insufficienza ad attingere in modo completo alla verità storica dei fatti oppure, sia pure per gradi, per approssimazioni, per convenzioni socialmente accettate e tollerata la giustizia degli uomini giunge comunque a un traguardo soddisfacente, in fondo appagante.
Questo, probabilmente, è il dilemma che attraversa le belle pagine di Dialoghi sull’ingiustizia (Editoriale Scientifica, 2025, pag. 552) il volume da poco consegnato alle stampe da Vitaliano Esposito, indimenticato e autorevole Procuratore generale della Cassazione. Il sottotitolo svela il fil rouge della discussione, per così dire, squaderna l’intenzione dell’autore: Antigone nel labirinto: tra aspirazione alla pace e propensione alle guerre.
Il tema di Antigone, come noto, è da sempre al centro delle riflessioni, delle analisi, finanche delle emozioni di filosofi, storici, giuristi e, di recente, un altrettanto splendido volume di Eva Cantarella (Contro Antigone, Einaudi, 2024), tra la miriade di pubblicazioni che si susseguono da secoli, ha riaperto polemiche, contraddizioni, inaugurato prospettive inedite sul valore e sul significato della mitica contrapposizione tra Creonte e la sorella di Polinice in attesa di una sepoltura in patria.
Il tema di Antigone, come noto, è da sempre al centro delle riflessioni, delle analisi, finanche delle emozioni di filosofi, storici, giuristi e, di recente, un altrettanto splendido volume di Eva Cantarella (Contro Antigone, Einaudi, 2024), tra la miriade di pubblicazioni che si susseguono da secoli, ha riaperto polemiche, contraddizioni, inaugurato prospettive inedite sul valore e sul significato della mitica contrapposizione tra Creonte e la sorella di Polinice in attesa di una sepoltura in patria.
Il libro

Tutti i 52 capitoli che costituiscono la principale scansione letteraria, quasi la metrica dell’opera scritta da Vitaliano Esposito sono costruiti sotto forma di dialoghi; cinquantuno “discorsi” che hanno a tema il diritto praticato nelle aule di giustizia dal magistrato nella sua lunga carriera giudiziaria.
Non è, né vuole essere la solita autobiografia, in cui a fari spenti e sotto la coltre della pensione, il giudice pretende di consegnare ai posteri istruzioni e raccomandazioni su come maneggiare la difficile arte del decidere.
È, piuttosto, un modo agevole e perspicace di dar seguito alla lezione di uno dei grandi maestri del realismo giuridico americano, O.W. Holmes, il quale coniò la celeberrima definizione secondo cui «il diritto è la profezia di ciò che i tribunali faranno»; da questo punto di vista i dialoghi, come quelli con Leucò di Cesare Pavese, sono il racconto di un’anima, di una vita spesa a rendere giustizia nella perfetta consapevolezza che l’ingiustizia è sempre dietro l’angolo, incombe come una minaccia, talvolta affascina come il lato oscuro di un impulso che si appella alla ragione della forza che sta in mano al giudice, piuttosto che alla forza della ragione che i cittadini si attendono.
Tra dubbi morali e ragioni processuali
Le pagine di Vitaliano Esposito, quindi, sono una sapiente miscellanea di esperienza di vita, di casi accaduti, di istituti giuridici, di crisi morali, di dubbi maceranti, di lutti annichilenti che, tutti insieme e mai da soli, sono il prodotto di quel che comunemente si definisce “giustizia”; certo quella penale, quella in cui gronda, trasuda e tracima la vita degli uomini, in cui le anime dei colpevoli affrontano i propri errori o gli innocenti scontano la loro disperata solitudine.
L’autore riversa nei dialoghi che compongono il libro tutte le riflessioni sulla necessità di assicurare una tutela tempestiva ed efficace a presidio dei diritti fondamentali dell’uomo, diritti che costituiscono il frutto di secoli di elaborazioni prima filosofiche e poi politiche; e nel farlo deve prendere a punto di riferimento anche le vite spezzate: l’uccisione di magistrati come Girolamo Tartaglione e Luigi Daga (dialogo XXXI) e i giorni oscuri delle stragi mafiose del ’92 e del ’93, le posture investigative di processi tanto scomodi, quanto inconcludenti, l’affaire Palamara. Perché da tutto questo, come in controluce, emerge come l’affermazione del diritto possa condurre all’ingiustizia per il sovrapporsi incontrollato di pulsioni ideologiche, precomprensioni, pregiudizi, default logici, azzardi argomentativi, illazioni.
Le ragioni di Creonte
In un bel saggio apparso nel 2005 sulla rivista «Behemoth» (fasc. 3-4 pag. 39), T. Klitsche de la Grange, scrutò con finezza “Le ragioni di Creonte”, analizzando la contrapposizione che la tragedia di Sofocle rappresentava magistralmente tra “diritto positivo” e “diritto naturale”, nella consapevolezza – che anche Eva Cantarella dipana – che ove mai il re avesse violato i precetti di Tebe sul divieto di sepoltura per i traditori della patria, come Polinice, la polis sarebbe crollata. Per cui all’afflato umano, spirituale, ma sostanzialmente individualista e apolitico, di Antigone, occorreva per forza farne seguire la condanna a morte al fine di restaurare l’ordine violato.
Il grande impegno, e quindi il grande merito, del procuratore Esposito è stato quello di riannodare vicende pubbliche e conoscenze private, mutamenti giurisprudenziali e contributi individuali all’interno di un unico, grande affresco storico, giuridico e sociale che procede dall’Italia del dopoguerra, con i tanti problemi di una società arretrata e per lo più agricola, soprattutto a Sud, chiamata all’impatto con un gesto rivoluzionario e moderno come la Costituzione del 1948 (J. Molina Cano, La Costituzione come colpo di stato). Da questo punto di vista le tante “croci”, le tante vittime che costellano la storia della Repubblica evocano il gesto del re spagnolo Pedro IV di Aragona, soprannominato el del pugnal perché, dopo aver fatto modificare la Costituzione del regno dopo lunghe trattative e mediazioni, si ferì la mano dicendo che ogni cambiamento radicale della Carta fondamentale pretende sempre il suo tributo di sangue.
Il modello dell’Apologia platonica
La straordinaria esperienza internazionale, l’era delle Corti sovranazionali e delle Carte dei diritti inviolabili ha agevolato l’opera di ricomposizione della storia, della politica e della giurisdizione degli ultimi 80 anni che Vitaliano Esposito ha posto a fondamento e meta della sua fatica; sono dialoghi, perché resta salda nella convinzione dell’autore la convinzione che, socraticamente, solo il dialogo costituisca il metodo più audace e sincero per giungere a una verità condivisa. Potrebbe dire tranquillamente di sé il Procuratore Esposito, quel che di sé diceva il grande filosofo ateniese «Io non sono stato maestro mai di nessuno; soltanto, se c’è persona che quando parlo, desidera ascoltarmi, sia giovane sia vecchio, non mi sono mai rifiutato; […] io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi, chiunque mi interroghi e abbia voglia di stare a sentire quello ch’io gli rispondo» (Platone, Apologia).





















