20 Ott, 2026

Le proteste in Europa tra incertezza sul futuro e rischi per il continente

Dalle proteste nelle piazze d’Europa alle tensioni geopolitiche, il continente è chiamato a fronteggiare una doppia emergenza: la crisi delle aspettative sociali e le nuove minacce alla sicurezza. La rabbia delle giovani generazioni riflette la perdita di fiducia nella possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita. Per l’Europa, la sfida è tenere insieme difesa, istituzioni democratiche e protezione sociale.


Ci sono due immagini diverse della stessa Europa che in questi giorni stanno andando in scena. Una è quella dei leader che a Bruxelles hanno discusso della guerra in Ucraina, della difesa comune, della sicurezza energetica e delle prospettive economiche; l’altra è quella delle piazze invase dai manifestanti, per lo più giovani che protestano per una scuola migliore, per il diritto alla casa, per condizioni di vita più dignitose.

Sono due immagini accomunate dalla stessa paura: l’incertezza del futuro. Il movimento di protesta non è omogeneo, non è riconducibile a uno stesso orientamento politico né a una regia comune. Esistono in Francia e in Italia, in Spagna, in Portogallo e in Albania rivendicazioni differenti, con caratteristiche nazionali specifiche, che tuttavia sembrano alimentarsi reciprocamente. Questi giovani non vogliono fare la rivoluzione, cambiare il mondo o mandare l’immaginazione al potere. Sventolano dappertutto le bandiere palestinesi e chiedono la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Non sempre hanno interlocutori riconosciuti, si coordinano rapidamente attraverso le piattaforme digitali, che favoriscono la circolazione di simboli, parole d’ordine e modalità di protesta tra paesi differenti e passano da rivendicazioni particolari a contestazioni più generali. Sono confusi e arrabbiati, spesso con derive violente da guerriglia urbana che rendono arduo trasformare le richieste in proposte, negoziati e compromessi, tutte cose che implicano la presenza di un’intermediazione politica che è del tutto evaporata. Potremmo dire che queste proteste esprimono, nelle loro diverse forme, una crisi delle aspettative sociali.

Giovani europei, la protesta nasce dalla crisi delle aspettative

Ma l’aspetto più interessante è che una parte di tali mobilitazioni chiede esattamente il rafforzamento di quelle istituzioni sociali – scuola, welfare, servizi pubblici – sulle quali si fonda il modello democratico europeo. In un saggio di oltre vent’anni fa, Miguel Benasayag e Gérard Schmit descrivevano il passaggio da una cultura in cui il futuro era associato a una promessa di progresso a una nella quale viene percepito sempre più come minaccia. Il titolo del saggio, “L’epoca delle passioni tristi”, rimanda a Spinoza e descrive un sentimento di impotenza di fronte alla realtà, un malessere come difficoltà a immaginare di poter incidere sul proprio destino.

Dovremmo chiederci, allora, che cosa può significare per dei giovani crescere in un’Europa nella quale il futuro viene rappresentato sempre più frequentemente attraverso il linguaggio dell’emergenza, per una generazione che vive in una società molto più ricca e tecnologicamente avanzata rispetto a quella dei padri, senza poter considerare però garantito il progresso delle proprie condizioni.

La crisi non è soltanto economica, ma riguarda la fiducia nella possibilità che il domani sia diverso e migliore dell’oggi. Se le passioni tristi sono associate all’impotenza, la protesta collettiva può rappresentare anche il tentativo di superarla. Ma le scene di devastazioni e saccheggi a cui abbiamo assistito possono trasformare una rivendicazione collettiva in un conflitto distruttivo, incapace di elaborare soluzioni.

Comprendere le cause sociali della rabbia non comporta alcuna giustificazione della violenza e passare dalle passioni tristi alla collera indiscriminata può finire con l’oscurare le ragioni della protesta, spostando il confronto pubblico dalle politiche sociali alla sola questione dell’ordine pubblico. Chiunque minimizzi o strumentalizzi o addirittura appoggi irresponsabilmente questa violenza, e il brodo di coltura in cui cresce, invece di prenderne nettamente le distanze, non può non tener conto almeno di questo dato così elementare.

Europa tra guerra in Ucraina, difesa comune e sicurezza sociale

Poi c’è l’altra immagine dell’Europa, quella che si trova contemporaneamente a confrontarsi con la guerra russa contro l’Ucraina, la necessità di rafforzare la propria capacità militare, le minacce ibride di Putin, le conseguenze economiche dell’instabilità mediorientale e le incertezze del rapporto transatlantico, mentre l’ascesa cinese accentua la competizione tecnologica e industriale. L’ordine internazionale nel quale l’integrazione europea ha potuto consolidarsi era fondato su alcuni presupposti che oggi non ci sono più.

Per questa Europa la sicurezza esterna e quella sociale non possono essere due obiettivi separati. La tenuta dell’una dipende, almeno in parte, dalla credibilità dell’altra. Se non si riesce a far questo, se non si riesce a tenere insieme le due cose, i rischi più gravi sono quelli legati da un lato alla sfiducia nelle istituzioni e al conseguente venir meno della disponibilità dei cittadini al compromesso democratico, dall’altro alla polarizzazione progressiva del conflitto.

C’è un terzo rischio, infine, che deriva da quest’ultimo, da non sottovalutare, ed è l’esposizione alle operazioni di destabilizzazione esterna. Una società polarizzata può offrire, infatti, maggiori opportunità a campagne di disinformazione e interferenza, come quelle già documentate da diverse inchieste e rapporti (come quella dell’OCCRP) sui piani del Cremlino per alimentare le proteste antigovernative in Occidente.

L’Europa è chiamata, insomma, in questo difficile momento storico, a sostenere senza alcun compromesso l’Ucraina aggredita da Putin, e nel farlo, a difendere i propri confini dalle minacce esterne e, allo stesso tempo, le proprie istituzioni al suo interno. Per riuscirci non deve soltanto garantire con fermezza ciò che ha costruito, ma deve saper restituire alle nuove generazioni la fiducia nel proprio futuro, senza promettere un avvenire privo di rischi e senza cedere ai facili populismi, ma ricostruendo condizioni materiali e politiche che rendano credibile la possibilità di progettare il domani.

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