La destra ha sostituito la promessa del libero mercato con quella della protezione. La sinistra, perso il suo tradizionale riferimento nel mondo del lavoro, trova nell’opposizione il principale collante. Due strategie diverse, un problema comune: la mancanza di visione del futuro
La destra sta vincendo quasi ovunque. Ma lo sta facendo avendo cambiato pelle. Vince perché è diventata l’esatto contrario di quella destra liberale che per decenni ha predicato mercati aperti, più concorrenza, meno Stato, meno vincoli e più libertà economica.
La nuova destra, quella che oggi chiamiamo populista, ha scoperto una parola molto più potente del mercato: protezione. Proteggere il negozio sotto casa dalla grande distribuzione, il taxi da Uber, il balneare dalla gara, l’operaio dalla globalizzazione, il confine dall’immigrazione.
È una destra che non promette di aprire le porte. Casomai di chiuderle al momento giusto. Il futuro raccontato come un ritorno al passato: quello del piccolo mondo antico, possibilmente con il negoziante conosciuto per nome, il posto di lavoro vicino a casa, la frontiera al suo posto.
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La protezione vende meglio della libertà
È una destra che ha scoperto che, in tempi di incertezza, la protezione vende meglio della libertà. La democrazia è un lusso come dimostra la desertificazione delle urne. Non necessariamente perché la gente abbia nostalgia del passato, ma perché il presente è confuso e il futuro fa paura.
Il mercato è efficiente, ma non sempre rassicurante. La globalizzazione ha evocato demoni. Le promesse erano diverse: più benessere per tutti. Nella realtà fette importanti di ricchezza e lavoro si sono spostate da occidente a oriente e non torneranno mai più indietro.
I capitali internazionali condizionano le scelte della politica. E quando il futuro sembra una stanza buia il vecchio divano di casa diventa molto confortevole.
Qui sta il successo del populismo: offre risposte semplici a problemi complicati. Non sempre risolve, ma almeno promette di mettere ordine.
La sinistra ha perso il suo mondo
La sinistra ha un problema diverso. Ha perso gran parte del mondo sociale sul quale aveva costruito la propria forza. La grande fabbrica è diventata più piccola, il lavoro più frammentato, gli operai più specializzati, i servizi più numerosi e dispersi.
Il vecchio popolo organizzato attorno alla fabbrica, al sindacato e al contratto nazionale non è scomparso, ma non è più quello di una volta. E così la sinistra ha cercato nuovi terreni: diritti civili, ambiente, inclusione, identità di genere aperte, frontiere spalancate. Battaglie spesso importanti e, in molti casi, sacrosante. Ma non sempre capaci di parlare alla stessa platea che un tempo si riconosceva nella parola «lavoro».
Dice niente il fatto che ormai gran parte degli iscritti ai sindacati siano pensionati? Tessere ottenute non tanto per convinzione ma come “fee” da pagare per ottenere un po’ di servizi.
Dall’antiberlusconismo all’antimelonismo
Quando manca un grande progetto capace di tenere insieme interessi diversi, resta la tentazione del nemico comune. Per tenere insieme le tante anime che, storicamente, hanno animato il popolo di sinistra non si lavora “per” ma “anti”.
Non si costruisce. Si demonizza. L’unico collante rimasto. L’antiberlusconismo ha avuto la sua stagione, oggi c’è l’antimelonismo; altrove funzionano l’antitrumpismo, l’antilepenismo, l’antimacronismo.
La politica del contro è facile da organizzare. Quella del pro è molto più complicata. Bisogna trovare ricette che superino i personalismi e allarghino il consenso. I cartelli che innalzano le bandiere della purezza hanno bisogno di un avversario contro cui mobilitarsi.
Poi, però, la propaganda deve misurarsi con la realtà.
Ed è probabilmente qui che si trova la vera debolezza della sinistra, più che nei suoi programmi sui diritti civili. Non avere ancora trovato una nuova grande idea capace di sostituire quella vecchia: il lavoro come identità, protezione e ascensore sociale.
Il salotto di casa e la paura degli estranei
La destra, invece, un’idea l’ha trovata: non promette di cambiare il mondo. Esattamente il contrario: promette di difendere il proprio pezzo di mondo.
Il salotto di casa si protegge innanzitutto impedendo agli estranei di entrare soprattutto quando sono immigrati. Il salotto di casa si difende demonizzando tutte le grandi organizzazioni internazionali che puntano all’integrazione fra le nazioni: l’Unione europea e l’Onu innanzitutto.
La diversità è una macchia che può sporcare il divano. Meglio tenerla a distanza.
È una strategia potente, soprattutto quando fuori tira vento. Ma ha un limite evidente: non si può proteggere tutto da tutti, per sempre.
Prima o poi bisogna scegliere, aprire qualche porta e spiegare dove si vuole andare.
Ed è forse questa la vera sfida che accomuna destra e sinistra: non continuare a vivere di nostalgia o di opposizione, ma riuscire finalmente a raccontare un futuro nel quale qualcuno abbia ancora voglia di abitare.































