La Cassazione conferma le sanzioni nei confronti dell’ex pm e della gup protagonisti del caso Esposito, impedendo però di divulgarne i dati identificativi: così la magistratura appare come una casta in un sistema giustizia che resta da riformare
Chi ha sfogliato i giornali nei giorni scorsi sarà rimasto piuttosto colpito. Ai lettori più attenti, infatti, non sarà certo sfuggita la notizia del provvedimento con cui la Corte di Cassazione ha confermato le sanzioni disciplinari disposte dal Csm nei confronti di un ex sostituto procuratore e di una giudice dell’udienza preliminare di Torino. Si tratta di due magistrati protagonisti della vicenda giudiziaria che ha coinvolto Stefano Esposito, ex parlamentare del Partito democratico. Ma che cosa hanno fatto di tanto grave le due toghe?
Le contestazioni
L’ex pm indicò come fonti di prova a carico di Esposito intercettazioni telefoniche di cui non si sarebbe potuto avvelere, visto che lo stesso Esposito era all’epoca dei fatti senatore e, come tale, non poteva essere “ascoltato” senza l’autorizzazione da parte di Palazzo Madama. La giudice dell’udienza preliminare dispose il rinvio a giudizio dello stesso Esposito, pur essendo nella condizione di comprendere il carattere illegale delle intercettazioni. Il tutto nell’ambito di una vicenda giudiziaria durata ben sette anni e al termine della quale Esposito è stato completamente scagionato. A proposito dell’ex pm la Cassazione parla di «grave violazione di legge determinata da negligenza o ignoranza inescusabile». Mentre alla gup sarebbe bastato «un sommario esame del fascicolo» per “bocciare” quelle intercettazioni.
Le sanzioni lievi
Ora, davanti a giudizi così netti, ci si aspetterebbe una sanzione pesante. Invece no: per l’ex pm sono scattati la perdita di un anno di anzianità e il trasferimento ad altra sede con la funzione di giudice civile, per la gup la censura. Provvedimenti risibili, se si pensa che la vicenda ha stravolto la vita personale e di fatto troncato la carriera politica di Esposito. Già questo elemento sarebbe sufficiente per far sobbalzare un lettore mediamente sensibile a certi temi.
L’omissione dei dati identificativi
Ma c’è di più. Nello stesso provvedimento con cui afferma la gravità della loro condotta e li sanziona, la Cassazione dispone l’omissione dei dati identificativi dei due magistrati. Una scelta che, di fatto, vieta di divulgare i nomi dell’ex pm e della gup accordando loro una forma di tutela. Nel frattempo, però, giornali, siti d’informazione e televisioni pullulano non solo di nomi, ma anche di fotografie e video di comuni cittadini finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’autorità giudiziaria ma non ancora condannati in via definitiva. Anzi, nemmeno condannati in primo grado o in appello. Anzi, spesso nemmeno rinviati a giudizio. Basti pensare al caso Equalize: mentre i nomi dell’ex pm e della gup torinesi venivano “protetti” per espressa volontà della Cassazione, quelli di 81 persone venivano dati in pasto agli organi di stampa insieme con l’avviso di conclusione delle indagini notificato loro poche ore prima.
La disparità
Il doppio standard è evidente: la reputazione dei magistrati viene salvaguardata anche quando essi incorrono in errori gravi, accertati in via definitiva e conseguentemente puniti, mentre il comune cittadino può “tranquillamente” finire nel tritacarne mediatico-giudiziario, con tutto ciò che una simile esperienza può comportare. Rilevare questa evidente disparità di trattamento non è fare del populismo a buon mercato, ma difendere i principi fondamentali sui quali una democrazia liberale dovrebbe fondarsi.
La casta
Il primo effetto del provvedimento adottato dalla Cassazione nei confronti del pm e della gup coinvolti nel caso Esposito, infatti, è quello di accreditare l’immagine di una magistratura come corpo chiuso e autoreferenziale che non esita a proteggere i propri membri anche quando ne accerta condotte illecite. Eppure l’uguaglianza dei cittadini tra loro e davanti alla legge è uno dei principi che distinguono i regimi dagli ordinamenti democratici.
La necessità delle riforme
L’esito del caso Esposito dimostra anche un altro aspetto e cioè la necessità di riformare profondamente la giustizia. Sì, la separazione delle carriere tra pm e giudice sarebbe stata indispensabile per garantire il giusto processo e il sorteggio dei membri del Csm sarebbe stato il “male necessario” per liberare l’organo di autogoverno della magistratura dal giogo delle correnti. Ma al referendum la maggioranza degli italiani abbia dimostrato di pensarla diversamente. E, non più tardi di ieri, l’Associazione nazionale magistrati è tornata a manifestare la consueta ostilità alle riforme con riferimento all’attuazione della norma sul gip collegiale. «Gli uffici giudiziari si paralizzeranno», ha ammonito il sindacato delle toghe a proposito di una legge che rafforzerebbe le garanzie per gli indagati e la necessaria funzione di filtro che il gip e il gup dovrebbero svolgere nei confronti dell’azione del pm e che, in casi come quello di Esposito, finisce invece per saltare.
Il rafforzamento del giudicante
In altre parole, proprio l’esito del procedimento disciplinare nei confronti dell’ex pm e della gup torinesi ci ricorda che qualsiasi riforma della giustizia non può prescindere da un rafforzamento della funzione del magistrato giudicante rispetto a quella requirente, per evitare che il rapporto one to one tra pm e giudice si risolva puntualmente a favore del primo. Allo stesso modo non si può prescindere da una seria revisione dei meccanismi di valutazione dei magistrati e dall’introduzione di forme definite di responsabilità.
I principi
Non si tratta di riaprire lo scontro che ha dilaniato il Paese durante la recente campagna elettorale, ma di allineare la magistratura ai principi che regolano qualsiasi categoria, a maggior ragione la pubblica amministrazione: non solo uguaglianza, ma anche trasparenza e responsabilità. A meno che non si voglia fare di pm e giudici una casta di sacerdoti al di sopra degli altri cittadini, oltre che della stessa legge.


















