9 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Apr, 2026

Sequi: «Hormuz? Crisi è solo congelata, il rischio resta altissimo»

L'ambasciatore Ettore Sequi

L’ambasciatore Ettore Sequi commenta con l’Altravoce l’accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Iran e Stati Uniti e il ruolo centrale di Hormuz non solo nella guerra, ma anche a livello geopolitico


La situazione in Medio Oriente rimane grave. A poche dall’annuncio del raggiunto cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l’intesa sembra apparentemente già collassata tra le accuse reciproche di violazione. Per cercare di sbrogliare questa complicata matassa, ne parliamo con Ettore Francesco Sequi, ex segretario generale del ministero degli Affari Esteri e attualmente presidente di Sorgenia.

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Signor ambasciatore, l’intesa raggiunta la scorsa notte vacilla, qual è il suo giudizio su di essa?

«Mi pare che Trump abbia portato la crisi fino al suo limite massimo e poi abbia sterzato. Perché c’è stata la convergenza di due interessi. Da un lato, la fretta strategica di Trump di trovare una via di uscita dal conflitto prima che diventasse troppo costoso. Dall’altro, lo stesso interesse iraniano a evitare questa specie di “armageddon” minacciato dallo stesso Trump. Perché in un paese economicamente già molto provato e in buona parte distrutto un’azione di questo tipo avrebbe messo in dubbio anche la sopravvivenza del regime.

Hanno quindi preso atto di due aspetti concomitanti. Il primo era l’ampliamento orizzontale della guerra, che colpiva in primis i paesi del Golfo ma praticamente l’intero sistema globale. Il secondo era il suo allargamento verticale, col passaggio da quelli che sono gli obiettivi sostanzialmente militari a quelli invece civili. Dopodiché resta da vedere se le due parti riusciranno anche a far combaciare questa convergenza in campo negoziale.

Trump ha capito che se vuole presentare il fatto che la guerra valeva la pena di essere fatta al pubblico statunitense deve necessariamente riaprire Hormuz, perché andarsene senza riaprire lo stretto sarebbe davvero catastrofico. Al di là del tema del nucleare possiamo quindi dire che Hormuz sia il centro di gravità strategico della crisi, un vero e proprio cappio attorno ai traffici navali. E infatti la riapertura dello stretto è l’unico punto della lista presentata da Teheran che possa essere realmente accettato così com’è dagli americani.

Vedremo ora se si tradurrà in un’intesa strutturata ma, attenzione, il rischio non è scomparso. La crisi è solo congelata, il rischio continua a esistere nella misura in cui se il negoziato fallisce non si torna a una crisi gestibile ma, direi, a un equilibrio molto instabile per cui un Iran aggressivo sarà più incentivato a usare strumenti asimmetrici».

Molti osservatori parlano di un “momento Suez”. Un momento in cui gli Stati Uniti sono costretti a venire a patti con la realtà a causa dei costi economici e diplomatici che combattere comporterebbe. Come accaduto a inglesi e francesi a Suez nel 1956. Lei vede in questa crisi un rovescio strategico per gli Stati Uniti?

«Qui il tema non è tanto quello del blocco ma piuttosto direi quello del controllo e della regolazione dello stretto cioè della sua governance nel dopoguerra. La cosa interessante è questa che anche in questa fase, per così dire, transitoria gli iraniani accettano il principio di riaprire Hormuz ma solo sotto il proprio controllo. Questo è però un tema importantissimo, non solo politico ma che riguarda come noi vediamo il diritto internazionale.

Mi spiego: teoricamente sappiamo che ai sensi delle convenzioni vigenti sul diritto del mare quello dovrebbe essere un passaggio libero. Gli iraniani però asseriscono che, non riconoscendo questa convenzione, secondo la loro interpretazione la situazione bellica permette loro di ottenere il pieno controllo su Hormuz. Controllo che evidentemente non vogliono cedere nemmeno durante i negoziati.

Il che però solleva una questione dirimente, che sarà necessariamente trattata al tavolo delle trattative ma di cui credo non si parli abbastanza, vale a dire che stiamo dando senza accorgercene agli americani una delega su come negoziare in merito a questa eccezione a una convenzione multilaterale. Senza oltretutto sapere quanto siano affidabili gli americani su questo punto»

Lo stesso Trump ha ribadito il desiderio che anche gli Stati Uniti possano avere la possibilità di imporre un “balzello di passaggio” a Hormuz. Eventualmente anche assieme agli iraniani.

«Certo, ma questa idea è la negazione del diritto internazionale. Il paradosso è che nessuno dice nulla. Ma è ovvio che sarebbe, per così dire, l’emendamento bilaterale al diritto internazionale. In pratica, questi due attori negozierebbero fra loro una modifica a una convenzione internazionale che però avrebbe un impatto su tutti. Questo è un nodo che, al di là del balzello o meno, investe tutta la comunità internazionale. E che non viene sciolto nemmeno in queste promesse di negoziato»

Uno degli attori più interessati al traffico di Hormuz è la Cina e ha suscitato molto interesse l’apparente ruolo che Pechino avrebbe avuto dietro le quinte per convincere l’Iran a una apertura negoziale. Sulla scorta anche della sua esperienza come ambasciatore proprio in Cina, come vede questo ruolo di Pechino nella crisi in corso?

«Dunque, noi sappiamo che tra un mese Trump andrà in Cina e sappiamo anche che questa tregua teoricamente durerà le canoniche due settimane quindi in astratto è possibile che Trump si rechi a Pechino nel mezzo del putiferio di una guerra ricominciata. Però è anche plausibile che le trattative finiscano per prolungarsi e che la stessa visita finisca per avere un impatto sui negoziati. Partiamo dal ruolo del Pakistan come mediatore: come sappiamo, Islamabad ha un rapporto molto stretto con la Cina per un insieme di motivi, ma ha un rapporto stretto anche con l’Iran perché i due paesi concordano sulla necessità di controllare le proprie instabili regioni di confine.

Non solo, ma il Pakistan ha un accordo anche militare con l’Arabia Saudita, da cui inoltre Islamabad importa una parte importante delle sue forniture energetiche. Infine, il Pakistan è stato a lungo corteggiato dagli Stati Uniti, al punto che l’anno scorso Trump sposò in qualche modo la linea pakistana durante il breve scontro militare con l’India, facendo imbufalire Nuova Delhi. Dunque, ciò premesso, il ruolo del Pakistan come mediatore segnala una sorta di “orientalizzazione” del negoziato.

La Cina  importa anch’essa elevate forniture energetiche dal Medio Oriente. Quasi il 15% del suo fabbisogno è coperto dal petrolio iraniano, ma con quello del Golfo saliamo a quasi il 40%. Anche se Pechino ha attutito questo rischio facendo scorte in maniera previdente. Poi c’è il solito principio che in ogni crisi si annida l’opportunità. E’ ovvio che da un punto di vista tattico la Cina è colpita dal problema dell’aumento dei prezzi del petrolio. Però è anche vero che strategicamente questa crisi ha tre effetti: primo, tiene gli americani lontano dal Pacifico;

secondo, provoca un depauperamento delle risorse militari americane; terzo, fa apparire gli Stati Uniti come una potenza imprevedibile e paradossalmente revisionista, laddove la Cina vede rafforzata la sua narrativa di potenza responsabile e prevedibile, aumentando dunque il proprio soft power a danno di quello americano. Avendo incassato ormai questi vantaggi strategici, Pechino può assecondare la strada negoziale, anche in forza dei suoi interessi economici nel Golfo»

I paesi arabi in cui la Cina ha questi grandi interessi potrebbero anche porsi adesso domande sulle garanzie di sicurezza offerte fino ad oggi dagli Stati Uniti. Si sono rivelate un po’ lacunose contro la minaccia iraniana.

«Questo è un tema molto importante. Qual è l’obiettivo primario evidentemente dei paesi del Golfo? Quello di avere stabilità. Stabilità significa essere protetti dall’Iran. Originariamente ci furono gli attacchi contro i campi petroliferi sauditi, ad opera dei ribelli yemeniti Houthi.

Poi gli attacchi contro Dubai e Abu Dhabi, negli Emirati, sempre da parte degli Houthi. Anche allora gli americani non si mossero e in quel frangente si inserì la Cina, che favorì il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran. Adesso cosa succede? Che le basi americane sono diventate una liability e non una garanzia. Quindi questi paesi sono costretti a cercare delle contrassicurazioni di vario tipo.

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A cominciare, per esempio, da questo accordo tra Arabia Saudita e Pakistan che esprime un non detto e cioè la possibilità di ottenere il sostegno pakistano allo sviluppo di un programma nucleare civile saudita. Dal momento che ogni eventuale collaborazione in materia con gli Stati Uniti è stata subordinata alla firma degli Accordi di Abramo da parte di Riad. Per ora il Pakistan non ha offerto tale sostegno, ma il tema resta cruciale».

Pensa che l’Europa possa cogliere questa occasione per giocare un ruolo regionale più incisivo o ad approfittarne saranno altri attori, come Israele?

«Tutto sommato si è preso atto del fatto che in ogni caso la leva energetica è sempre una questione strategica e per tutti. Questa è una wake up call. Il paradosso è che c’è una situazione conflittuale o comunque di forte concorrenza tra vari soggetti globali, al tempo stesso una situazione di interdipendenza che complica evidentemente lo scenario attuale. Personalmente auspicherei un ruolo europeo. Se non altro perché c’è questa wake up call in Europa, mi sembrerebbe anche intuitivo, e lo stesso dicasi per i paesi del Golfo.

Come questo si possa poi tradurre all’atto pratico è tutto da vedere. Perché in generale questa tregua è in realtà una crisi congelata, senza esito ma piena di conseguenze geopolitiche notevoli. In primis, perché ha già cambiato il Medio Oriente: adesso l’Iran ha capito una cosa che non aveva mai osato fare prima, cioè usare Hormuz come leva strutturale non solo verso Washington ma verso l’universo mondo.

Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno promesso l’annientamento dell’Iran. Ma hanno dovuto fermarsi perché hanno realizzato che quello stesso annientamento poteva avere delle conseguenze globali piuttosto serie. 
Poi c’è Israele che evidentemente, malgrado tutto, non riesce a controllare l’esito finale di questa operazione militare e probabilmente neanche del negoziato.  Il Golfo ha capito che non è più al riparo dalla guerra e che qualche cosa deve fare per contrassicurarsi da questo rischio. Tutti gli altri hanno toccato con mano la dipendenza globale dall’energia mediorientale.

A questo punto, a mio modo di vedere, il rischio è quello di avere attese messianiche in questi negoziati, che saranno comunque molto complicati. Se non altro perché entrambe le parti stanno cantando vittoria nel tentativo di salvarsi la faccia. Ma mi faccia aggiungere un’altra cosa»

Prego

«Che in realtà questa tregua è importante anche per un altro motivo e cioè perché sposta la guerra dal piano militare a quello negoziale. Questo non significa che la tensione venga ridotta perché in queste settimane probabilmente saranno molto più pericolose di quello che possiamo pensare. Perché il rischio più grande evidentemente è di riporre delle attese messianiche sulle trattative che, se fossero deluse, il ritorno alla guerra potrebbe essere persino meno controllabile di quello che abbiamo visto finora».

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