6 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Apr, 2026

Hormuz, la civiltà del comfort scopre la propria fragilità

Hormuz

Per anni l’occidente ha pensato che l’economia potesse dominare la politica: la crisi di Hormuz mette in discussione questa narrazione e l’Europa come civiltà del comfort si trova senza punti di riferimento


Per anni l’Occidente ha coltivato l’illusione che il commercio avrebbe educato il mondo. Che la circolazione delle merci, la dipendenza reciproca, il calcolo degli interessi avrebbero lentamente disarmato la brutalità della politica. Era, in fondo, la grande speranza della modernità borghese: gli uomini forse non sarebbero diventati migliori o più giusti, però sarebbero diventati più prudenti, meno inclini a incendiare ciò da cui dipendono anch’essi.

L’economista Albert O. Hirschman, già mezzo secolo fa, nel suo saggio “Le passioni e gli interessi”, aveva ricostruito con precisione la genealogia di questa convinzione, mostrandone la lunga storia e anche la forza persuasiva: l’idea che gli interessi economici potessero raffreddare le passioni di potenza, contenere la violenza, sostituire l’impulso distruttivo con la razionalità del tornaconto. Hormuz è il luogo in cui questa fiducia mostra la sua crepa. Perché ciò che vediamo in quello stretto non è soltanto una crisi regionale, né l’ennesima emergenza energetica, ma è soprattutto il rovesciamento di quella promessa implicita.

La fragile costruzione del mercato

Gli interessi non hanno domato le passioni di potenza; anzi, sono le passioni di potenza che hanno imparato a servirsi degli interessi. Le interdipendenze invece di pacificare il mondo lo hanno reso più esposto al ricatto. Attraverso Hormuz passa una quota decisiva del petrolio e del gas mondiale; da lì transitano traffici che incidono sui fertilizzanti, sull’energia, sul costo della vita, sulla tenuta stessa di economie già stanche.

Eppure il punto più importante è un altro: in quelle poche miglia d’acqua si concentra la verità che l’Occidente preferiva non vedere. La prosperità delle società aperte dipende da una continuità materiale – la luce che si accende, il carburante che arriva, le navi che passano, i prezzi che salgono ma non troppo, l’inflazione sotto controllo, gli scaffali che si riempiono – che abbiamo finito per scambiare per un dato naturale. Chiamiamo questa continuità mercato, logistica, filiera, governance. In realtà è una costruzione politica fragilissima.

Il potere sull’ansia

Da una parte, allora, ci siamo noi: la civiltà del comfort. Dall’altra, chi ha imparato a praticare una forma di sovranità predatoria. Essa consiste nella presa di coscienza che, in una realtà come la nostra, il potere non risiede soltanto nel possesso, ma nella capacità di fermare, rallentare, filtrare, intimidire. Nella globalizzazione delle reti, delle rotte e dei nodi logistici, il potere si misura sempre più nella facoltà di trasformare la connessione altrui in dipendenza e la dipendenza in ansia. Uno stretto marittimo, un cavo sottomarino, un hub energetico, un collo di bottiglia commerciale, perfino una piattaforma digitale, possono diventare leve.

Chi sa perturbare il flusso governa il tempo degli altri, il costo e la paura degli altri. La sovranità più aggressiva non distrugge necessariamente l’ordine liberale dall’esterno; ne scopre e ne sfrutta le dipendenze. Basta rendere credibile il rischio, far schizzare i premi assicurativi, insinuare nei mercati il sospetto che il flusso non sia più garantito. In un sistema iperconnesso, la gestione dell’ansia è già una forma di potenza.

L’equilibrio precario del nostro benessere

Per questo Hormuz ci riguarda così da vicino. Perché l’Europa è il continente che più di ogni altro ha identificato la civiltà con la continuità del benessere. Ed era quasi inevitabile: la sua grandezza storica, dopo il suicidio del Novecento, è stata proprio quella di legare pace, commercio, diritto, cooperazione e prosperità. Era una conquista straordinaria. Però ogni conquista, se smette di pensarsi criticamente, degenera in sonnambulismo. E il sonnambulismo europeo è consistito nel credere che la razionalità economica fosse ormai un ambiente permanente. Come se il mondo avesse imparato la lezione del mercato. Come se la convenienza bastasse a moderare ogni attore. Non è così. Ci sono regimi, potenze regionali, leadership ideologiche per cui il danno economico è un costo sopportabile, purché il disordine venga convertito in pressione strategica.

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Il vero nodo di Hormuz, allora, non è soltanto che lì si rischi una crisi energetica. È la facilità con cui il nostro benessere torna a rivelarsi per quello che è: un equilibrio precario che esige protezione, deterrenza, alleanze, capacità di risposta, diplomazia credibile, poiché basta una strozzatura lontana, qualche missile, qualche drone, la minaccia di pedaggi arbitrari, e la civiltà del comfort scopre improvvisamente di avere fondamenta di argilla. Forse è questo, alla fine, il vero nome della crisi di Hormuz.

Non una semplice crisi del petrolio, ma la collisione fra due modelli: quello delle democrazie del comfort, che hanno dimenticato il costo strategico della propria apertura, e quello delle potenze predatorie, che hanno imparato a usare quell’apertura come un’arma contro di loro. In mezzo c’è l’Europa, un continente che vorrebbe continuare a pensarsi come spazio del diritto e del benessere, e che invece si scopre ogni volta dipendente da ciò che non controlla abbastanza.
Naturalmente non si tratta, qui, di rinnegare la civiltà del comfort. Il comfort, quando significa riduzione della sofferenza, dignità materiale, protezione della vita quotidiana, è un bene democratico altissimo.

Hormuz è un problema europeo

Ma proprio per questo va difeso con lucidità. Una civiltà degna del proprio nome sa che, quando gli interessi diventano ostaggio delle passioni di potenza, bisogna saper scegliere e assumersi il peso della realtà. Hormuz non è un problema americano con ricadute europee. È un problema europeo per eccellenza, perché tocca insieme il diritto di passaggio, l’energia, il commercio, il costo della vita. Ed è precisamente qui che l’Europa è chiamata a scegliere.

Questo significa, certo, rafforzare una presenza marittima comune in quell’area, difendere senza ambiguità il principio che uno stretto internazionale non può diventare un pedaggio geopolitico, preparare sul piano interno una protezione economica reale, con scorte, coordinamento energetico, capacità di assorbire gli shock senza lasciare che siano i cittadini a pagare per intero il prezzo della paralisi strategica. Ma prima ancora di tutto questo – e più in profondità – significa riconoscere che la civiltà del comfort, se vuole restare una conquista democratica, deve sapere da che cosa dipende e che cosa la minaccia. Per anni l’Europa ha pensato che bastasse abitare il mercato. Hormuz le ricorda che il mercato esiste perché qualcuno custodisce le condizioni che lo rendono possibile.

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