Dopo la vittoria del No al referendum, nel centrosinistra si apre la partita delle primarie: Renzi attacca Meloni e rilancia la sfida per il 2027
La prima vittoria dopo tre anni e mezzo di traversata nel deserto con una premier salda al comando e nei consensi può giustificare la gioia e la frenesia con cui ieri pomeriggio il fronte del No si è ritrovato nelle strade di Roma allungandosi fino a piazza del Popolo. Ma sarebbe un grave errore confondere il composito e variegato fronte del No, un voto politico e d’opinione contro Giorgia Meloni che ha riportato alle urne decine di migliaia di astenuti, con una coalizione politica pronta ad affrontare le urne. Il fronte del No non è un’offerta politica chiara. La campagna elettorale per le politiche della primavera 2027 è cominciata ieri sera ma la strada è ancora lunga e affatto semplice.
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La festa del No e la piazza
Giusto, però, concedersi la festa per qualche ora. “Abbiamo vinto”. Alle 17 e 30 bastano due parole a Elly Schlein per intestare al centrosinistra l’esito del voto referendario. Maurizio Landini ha convocato la piazza (del Popolo, la stessa del comizio finale) ad urne ancora aperte. Alle 19 un corteo improvvisato si mette in marcia per le strade del centro di Roma, piazza Barberini, via Sistina, piazza di Spagna, piazza del Popolo. Uno spezzone devia e arriva davanti a palazzo Chigi e a Montecitorio dove intona cori e ritornelli, “dimissioni-dimissioni”, “Giorgia Meloni te ne devi andare”. A quell’ora i leader hanno già parlato.
I numeri del voto e l’entusiasmo del centrosinistra
La segretaria del Pd parla di “risultato oltre le aspettative”. I conti li fa subito Goffredo Bettini: “Il no supera in voti quelli ottenuti dalle liste del centrosinistra nelle precedenti elezioni europee e politiche”. Sono 14 milioni per il No, due milioni di scarto sul fronte del sì. Secondo una prima analisi di Youtrend tantissimi giovani sotto i 35 anni (il 57%) hanno votato No. Come il 60% fra i 30 e i 50 anni. Altro dato interessante: la maggioranza delle donne (il 55%) ha votato No. L’euforia è tanta. E il centrosinistra avvia la campagna elettorale. Ed è subito tempo di primarie.
La corsa alle primarie e la sfida per la leadership
Il più lesto è Matteo Renzi: “Una sconfitta sonora per Meloni. Io mi sono dimesso, lei da cosa si dimette? Da oggi la premier è un’anatra zoppa, per lei inizia un anno di via crucis”. Stesso entusiasmo in casa Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli non hanno dubbi: “Cambia il vento, si comincia a guardare alle elezioni con altro spirito”. Il primo a parlare di primarie è Matteo Renzi: “Il centrosinistra vada rapidamente alle primarie, è in condizione di vincere le elezioni politiche”, in autunno al massimo. Giuseppe Conte raccoglie l’assist e rilancia: “Si apre una nuova stagione, una nuova primavera politica, i cittadini vogliono voltare pagina, segnalano la richiesta di un’altra politica, più attenta ai bisogni delle persone e il M5s ha tutto il diritto, con le altre forze progressiste, di interpretare questa nuova primavera”.
Un fronte ancora senza vera coalizione
Si parla di “avviso di sfratto al governo”, di voto “spartiacque” perché è una forte battuta di arresto per il governo e, in generale, per il progetto progressista. Conte le immagina “veramente aperte per individuare il candidato, la candidata che possa essere più competitivo”. Schlein lascia agli altri leader una prima ribalta ed è l’ultima a presentarsi alla stampa per una valutazione del voto: “Abbiamo vinto. Abbiamo fermato una riforma sbagliata ed è una vittoria ancora più bella perché partivamo da sconfitta annunciata”. Ringrazia i giovani perché “hanno fatto la differenza”. Il Pd, inoltre, ha avuto l’elettorato più compatto “perché hanno votato Sì il 90% dei nostri elettori”.
Le tensioni interne e il nodo del Sì
Non sembra esserci aria – sarebbe un gravissimo errore – di regolamento di conti con quella parte più progressista che ha coltivato le ragioni del Sì e che magari se avesse vinto il Sì avrebbe chiesto la sua testa. Schlein si limita a dire: “Anche la giustizia si può migliorare, ma non così”.
Il cantiere dell’alternativa
La segretaria dem è consapevole del fatto che la costruzione di una vera coalizione in grado di battere la destra è solo all’inizio. Le serve tempo. E non chiede le dimissioni della premier (come il 54% di chi ha votato No): “Il messaggio politico è chiaro: la premier ascolti adesso il Paese e le sue priorità. Noi la batteremo alle elezioni”. Poi parla ai suoi, a tutti, ed è un appello alla responsabilità: “Il Paese ci chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla intorno ad un programma e sulle modalità per la guida della coalizione”. In caso di primarie, conferma, “io ci sono”. Ma forse l’idea non la fa impazzire.
La giornata di ieri racconta un paese diviso e polarizzato. Serve un sarto, o una sarta, sapiente, paziente e creativo.






















