24 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Mar, 2026

Meloni sconfitta: il No la indebolisce e apre la crisi nella maggioranza

La premier Giorgia Meloni

Il No al referendum indebolisce Meloni e apre tensioni nella maggioranza: crepe tra alleati, nodo legge elettorale e primi segnali di crisi nel governo


Ha cercato il voto politico e “il popolo” – così definito– le ha detto no. Giorgia Meloni e la maggioranza che ha investito nella riforma costituzionale della giustizia hanno dissipato in due mesi un vantaggio di circa 18 punti percentuale, questa era la fotografia delle intenzioni di voto a fine gennaio. Nelle ultime due settimane, più o meno in coincidenza con l’inizio della guerra in Iran, la premier ha deciso di mettere la sua faccia sul Sì, lasciando i panni della Presidente del consiglio e indossando in tv, interviste e social quelli della front woman. Ha scommesso sul suo magic touch che però non è bastato.

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Anzi, per la prima volta l’ha tradita. «La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza –ha spiegato nella clip inviata via social a scrutinio ancora aperto ma quando ormai la vittoria del No era consolidata – il governo ha fatto quello che aveva promesso, resta il rammarico per una occasione persa ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della nazione».

Domani parte per l’Algeria – il nostro principale partner energetico – poi si tufferà sulla amata, ma adesso anche questa improvvisamente scomoda, politica estera.

Meloni aveva messo le mani avanti: «Nessuna conseguenza sul governo sia che vinca il No o il Sì, non mi chiamo Matteo Renzi» ma è chiaro che le conseguenze sul governo ci saranno. Eccome. La premier è da ieri un po’ più debole e ne è consapevole. E non è tutta colpa o merito del variegato fronte del No.

Il voto tradito dentro la maggioranza

Analizzando i dati con i fedelissimi del partito, emerge in modo chiaro un nemico interno: il 19% di elettori di Forza Italia, il partito della “riforma in nome e per conto di Silvio Berlusconi” ha votato No, è andato contro l’ordine di scuderia. Stupisce meno ma anche il 15 per cento della Lega ha votato No. Meloni, Fazzolari, lo stesso Mantovano si stanno interrogando su questo dato. La risposta non piace ma è una sola. E la spiega un big della Lega: «Se avesse vinto ci avrebbe schiacciato, dalle scelte politiche alle nomine, one woman show. Da domani comincia la campagna elettorale per le politiche e dovevamo darle un segnale». Bocche cucite dalle parti di Forza Italia dove la sconfitta è ancora più amara avendo avuto la riforma in tasca per mesi e avendola vista evaporare anche per colpa della politicizzazione impressa da Meloni.

La legge elettorale torna nel cassetto

La nuova legge elettorale diventa da oggi il principale argomento di discussione parlamentare ma non avrà vita facile. Quel testo con voto proporzionale, listini bloccati e soglia al 3% che Fratelli d’Italia aveva fatto ingoiare a Lega e Forza Italia è destinato a restare ancora un po’ nel cassetto. Salvini e Tajani l’hanno subìto, loro avrebbero voluto il sistema di voto attuale con i collegi uninominali che garantisce a entrambi i partiti un numero sicuro di eletti. Il Sì avrebbe tolto loro ogni argomento, il No dà loro almeno un po’ di tempo. Non è poco.

Malumori e conti aperti nella coalizione

Dalle parti di Forza Italia – Montecitorio ieri pomeriggio era deserta – si allude a qualche «aggiustamento da fare in via Arenula». Annuiscono quando ricordano che il ministro Nordio e le gesta della sua capo di gabinetto Giusy Bartolozzi «non hanno certo aiutato il Sì». Per non parlare del sottosegretario Delmastro: «Ma che manina e manina, se la notizia era nota da più di un mese, su una storia del genere il governo doveva agire subito». E invece silenzio. Un effetto della vittoria del No è che certamente qualcosa dovrà cambiare nel sistema di pesi (molti) e contrappesi (pochi) in maggioranza. Qualche testa dovrà essere messa sul vassoio visto che quella della premier non può essere disponibile.

Arrivano i nodi veri: economia e sicurezza

I primi esami per la tenuta della maggioranza che ora non avrà più alibi per non occuparsi dei problemi veri – tasse, inflazione, stipendi, costo energia, conflitti, sicurezza – arriveranno con il decreto sicurezza e il decreto energia. Neppure la politica estera potrà più essere un luogo-rifugio come lo è stato almeno fino a qualche settimana fa.

La pressione esterna e il caso Trump

Qui all’esito del referendum si aggiunge l’amicizia ormai considerata tossica con Donald Trump. I titoli dei siti e dei giornali internazionali ieri erano abbastanza a senso unico: «Un duro colpo», «Una grave sconfitta», «La storia d’amore con gli elettori è giunta al termine» i commenti a caldo della stampa straniera. «Ha escluso le dimissioni, ma la sconfitta al referendum rende Giorgia Meloni più vulnerabile politicamente» scrivono gli analisti della Reuters e del Guardian. «Gli italiani – aggiungono – nutrono anche una chiara avversione per il suo alleato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e temono che la guerra di Usa e Israele all’Iran possa far aumentare i già elevati prezzi dell’energia». Ieri sera c’erano bandiere e cori fuori da palazzo Chigi, gridavano «dimissioni», «Giorgia Meloni vattene». Così all’improvviso. O forse no.

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