23 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Mar, 2026

Referendum, oltre il voto resta lo scontro: il Paese sempre più diviso

Landini all'inizio della campagna per il No al referendum

Referendum sulla giustizia, oltre il risultato emerge uno scontro politico sempre più acceso. Il voto conferma un Paese diviso e un clima di confronto permanente


Dunque ha vinto il No, senza incertezze. Nel chiedere di non manomettere la Costituzione gli italiani hanno fatto segnare il record assoluto di affluenza mai registrato per i referendum costituzionali e questo rappresenta una salutare inversione di tendenza che ha qualificato il voto con una forte caratura politica. Non è andato troppo lontano, infatti, dal 63 e rotti per cento delle elezioni parlamentari del ‘22. Sembrerebbe, inoltre, secondo alcuni sondaggi, che ci sia stata una partecipazione importante da parte delle giovani generazioni. E anche questo ci apre il cuore. Ma le cose buone si fermano qui.

Il referendum come scontro politico

Perché, a ben vedere, la prevalenza del No non rappresenta l’esito politicamente più rilevante. Come accade sempre nei referendum costituzionali, infatti, il merito è un dettaglio quasi trascurabile. Il conflitto politico usa lo strumento di democrazia diretta come plebiscito pro o contro il governo in carica. Soprattutto quando il quesito è portatore di una sua complessità. Non dimentichiamo che, nel caso di specie, la parte più consistente dei sostenitori oggi dell’unità delle carriere magistratuali è stata sostenitrice ieri della separazione. E viceversa nell’altra sponda della destra ex giustizialista. Legittimo cambiare opinione, ci mancherebbe, ma in questo caso il conflitto politico ha oscurato tutto il resto.

La fine della luna di miele di Meloni

Peraltro ciò avviene nella pericolosa stagione in cui l’algoritmo bipolare che sostiene lo scontro si rende particolarmente congeniale allo strumento del referendum. Avremo tutti modo nei prossimi giorni di elaborare analisi più complete alla luce di una lettura meno emotiva dei risultati. Per comprenderne meglio sociologie, intenti, dislocazioni territoriali. Ma alcune cose sono già visibili ad occhio nudo.

La prima: il referendum mette fine alla lunga luna di miele della Premier con gli italiani, riconfermando, però, che il traino della destra è lei. Diciamo che la Meloni in questa campagna ha studiato il Renzi del 2016, quando da destinatario di un consenso mai accordato dal popolo ad un leader della sinistra trovò col referendum l’inciampo che lo portò a perdere tutto con la “grande riforma costituzionale”.

La maledizione del faraone

Una specie di maledizione di Tutankhamon, perché la stessa sorte era toccata a Berlusconi con la sua grande riforma al cospetto del voto popolare. La leader di FdI ha provato a tenersi lontana dal malaugurio del faraone ma, alla fine, ci è caduta. Sovrapponendo la sua faccia alla campagna referendaria che andava avanti un po’ claudicante. Forse non ne esce sconfitta ma sicuramente abbastanza scalfita. Avrà da riflettere sulla scomodità del consacrarsi sola al comando, circondata da fedeli della prim’ora per sentirsi più sicura. Quanto ci avrà rimesso per il suo essere tetragona al ricambio di ministre e sottosegretari al sotto di ogni imbarazzo? E, soprattutto, sul non aver compreso che la sua condiscendenza a Trump non piace neanche agli italiani di destra.

Una sinistra senza centro e i rischi futuri

Ma, e qui veniamo alla seconda considerazione. Anche la vittoria della Sinistra senza centro (né Renzi né Calenda hanno contrastato il sì), sostenitrice del No, al di là dell’indubbio valore psicologico, rischia di riservare alla distanza qualche sorpresa. Posto che, a differenza di Renzi, Meloni non si dimetterà e dunque resterà in carica fino al 2027 (o anche prima se si sentirà più pronta alle elezioni), questa sinistra, che non può vantare la stessa compattezza della destra, offre di sé una percezione che non recupera il consenso centrista e riformista, necessario per vincere le competizioni elettorali. Pertanto questo risultato, cristallizzando le politiche delle leadership alleate, potrebbe avere l’effetto di un pericoloso trompe-l’œil se lo si intende come anticipo del prossimo anno. Perché alla coalizione sfidante manca un pezzo. Che è quello del centro, piccolo o grande che possa essere, per convincere gli elettori che servono a vincere. Ed anche per evitare il crash in un sistema politico in permanente conflitto.

Un Paese diviso e la deriva populista

Perché, al netto della vittoria del No, ciò che si rileva da questo referendum è l’alacre coltivazione da parte della politica della divisione in due di un Paese costretto a convivere con un rumoroso digrignare di denti. E questo, assai congeniale alla pratica populista che da qualche lustro ha contaminato col suo virus letale le leadership politiche di tutti e due gli emisferi, toglie spazio alla dialettica ispirata al minimo sindacale di civiltà trasformando ogni giorno in una battaglia senza quartiere. Direi che è proprio questo ciò di cui non abbiamo bisogno.

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