Il dibattito pubblico sull’Iran, in Occidente, ruota intorno a due reazioni uguali e contrarie: da una parte la festa per la morte di Ali Khamenei, dall’altra la denuncia della violazione del diritto internazionale. Ma così si rischia di commettere un errore di prospettiva
Con il Medio Oriente letteralmente in fiamme, in Iran si festeggia nelle strade – non ovunque, non senza paura, non senza che l’ombra della repressione continui a incombere – per la morte di Ali Khamenei, il volto più riconoscibile di un sistema teocratico che ha governato attraverso la repressione più brutale, il controllo morale, il carcere e le esecuzioni sommarie.
Il dibattito in Occidente
Eppure in Occidente il discorso pubblico – almeno quello dei talk-show televisivi e dei social network – è tutto polarizzato su due posizioni: da un lato c’è chi brinda alla fine di un tiranno, plaudendo l’intervento muscolare di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu contro la Repubblica islamica; dall’altro chi denuncia la violazione del diritto internazionale e l’aggressione unilaterale come pericoloso precedente. L’attacco americano e israeliano viene letto da questi ultimi anzitutto come un colpo illegittimo inferto alla sovranità iraniana. E in parte lo è, naturalmente.
Una situazione complessa
Il problema, però, è che entrambe le reazioni risultano inadeguate di fronte alla complessità della situazione. Chi oggi saluta la morte della Guida Suprema come se fosse l’alba automatica della libertà compie un salto logico contro cui la storia recente dovrebbe aver vaccinato da tempo. I regimi non evaporano insieme ai loro vertici. Restano apparati, milizie, strutture di sicurezza, reti economiche, alleanze interne. Restano soprattutto dei vuoti. E i vuoti, in politica, raramente generano democrazie lineari.
PER APPROFONDIRE:
Cosa resta del regime
L’Iran non è una dittatura personale priva di profondità sociale. È un sistema complesso, con fazioni e interessi incrociati, e soprattutto con una classe dirigente intermedia che negli ultimi anni è stata in parte epurata, in parte radicalizzata. Non è affatto chiaro chi possa prendere il posto lasciato libero. Non è chiaro se esistano quadri medi pronti a traghettare il Paese verso un assetto pluralista. Né quale ruolo giocheranno i Pasdaran, quale equilibrio si stabilirà tra componente religiosa e apparato militare. Soprattutto, non esiste alcun progetto pubblico e credibile sul “dopo”.
LEGGI Dal falco Mohsen-Ejei al moderato Rouhani: ecco chi può guidare il regime
La mancanza di un’alternativa
L’intervento di Trump e Netanyahu, almeno per ora, appare privo di un disegno politico articolato. Non c’è nessuna roadmap istituzionale, nessun piano di transizione dichiarato, nessuna architettura condivisa con attori regionali o con l’opposizione interna. L’azione militare ha colpito il vertice; ma non ha previsto un’alternativa.
Il diritto internazionale
E tuttavia coloro che si rifugiano esclusivamente nel diritto internazionale rischiano un errore speculare. Invocare la sovranità iraniana come principio quasi sacrale, senza nominare l’orrenda natura del regime che quella sovranità custodiva, significa amputare il discorso della sua parte più concreta. Per quasi quarant’anni l’Iran ha conosciuto un potere fondato su repressione sistematica, persecuzione delle minoranze, controllo dei corpi femminili, carcere per il dissenso. Negli ultimi mesi il massacro delle proteste ha prodotto più di trentamila morti, una cifra impressionante che ridurre ad “affare interno” sarebbe semplicemente paradossale. Il diritto internazionale nasce come diritto tra Stati. Non garantisce, di per sé, la libertà dei cittadini, anche se, nella sua evoluzione, dopo il 1945 ha incorporato anche la tutela dei diritti umani.
La sovranità statale
La sua struttura resta costruita, infatti, intorno alla sovranità statale. Protegge formalmente gli individui, mentre nella pratica continua a dipendere dalla volontà e dalla cooperazione degli Stati che dovrebbero essere controllati. Se ci si limita a dire che l’attacco è illegale, dunque, senza ricordare che ciò che è stato colpito è un potere che ha incarcerato, torturato, giustiziato, si scivola in un formalismo che appare distante dalle vittime. Non si tratta in questo caso di approvare la legge del più forte, ma di evitare che la difesa astratta dell’ordine multilaterale diventi una rimozione della sostanza politica del regime.
L’errore da non commettere
Un’analisi che ignori il carattere teocratico e repressivo dello Stato iraniano finisce per essere poco realista almeno quanto quella che celebra l’intervento americano e israeliano come soluzione definitiva. Anche accusare Trump di essere intervenuto per cinico interesse personale, per ragioni elettorali o per calcolo strategico, strumentalizzando le proteste degli studenti iraniani, sconfina nell’ingenuità. Quante volte le decisioni di politica estera sono nate da una combinazione di opportunismo e volontà di forza? Ma qualunque siano le motivazioni soggettive di Trump, queste non esauriscono la portata oggettiva dell’evento. Se un regime si indebolisce o crolla, le conseguenze non si misurano soltanto nelle intenzioni di chi ha deciso l’intervento.
Una transizione opaca
La verità è che siamo davanti a una transizione opaca e la questione non si esaurisce nella scelta tra diritto internazionale e libertà. L’intervento è uno strappo alle regole condivise, certo, ma il regime colpito è stato uno strappo permanente ai diritti fondamentali. In mezzo c’è una società che ha pagato un prezzo altissimo e che oggi intravede, forse, un varco. Scambiare la forza per soluzione, senza un progetto sul dopo, oppure la norma per giustizia, senza memoria delle vittime, significa compiere un medesimo errore di prospettiva. È qui, in questa doppia semplificazione, che si gioca la responsabilità del giudizio. E forse la sola posizione onesta, oggi, è tenere insieme le due verità scomode: la caduta di un regime teocratico può aprire uno spazio di respiro, così come l’azione unilaterale, priva di un disegno politico, può richiuderlo nel giro di pochi mesi.























