Da paese debole che richiede protezione, in questi anni di guerra l’Ucraina è diventata un modello e un investimento la difesa europea
C’è una notizia su cui varrebbe la pena riflettere, mentre ieri, nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa, i leader dell’Ue hanno fatto visita a Kiev per ribadire il sostegno politico e materiale all’Ucraina (con la significativa e sintomatica eccezione dell’Ungheria, che ha posto il veto all’erogazione di un prestito di 90 miliardi di euro).
La notizia è la seguente: in questi giorni l’Ucraina ha raggiunto un nuovo traguardo nell’utilizzo dei droni, tanto che quasi un terzo degli attacchi aerei russi intercettati viene neutralizzato proprio da piccoli velivoli senza pilota prodotti e gestiti da Kiev. Che cosa vuol dire? È un dato che cambia la percezione del conflitto, un segnale chiaro di come la guerra abbia catalizzato innovazione militare e adattamento tattico nel cuore dell’Europa. Per quattro anni abbiamo raccontato la resistenza dell’Ucraina come una prova morale per l’Europa. È stata anche questo, certo.
L’allontanamento americano
Ma ridurla a un test etico significa non aver compreso la sua vera portata. Questa guerra, infatti, ha dissolto un presupposto filosofico su cui l’Unione aveva costruito sé stessa: l’idea che la storia potesse essere disinnescata dall’interdipendenza economica. Una fede quasi hegeliana nella razionalità progressiva delle relazioni tra Stati.
L’invasione russa ha interrotto quella narrazione, riportando nel continente ciò che l’Europa credeva di aver confinato ai margini: la violenza e la forza come sostituti del diritto. In questo scenario l’Ucraina non è soltanto il Paese aggredito, ma è – ancor di più – il luogo in cui l’Europa ha visto riflessa la propria fragilità teorica. Per decenni abbiamo, infatti, immaginato la sicurezza come un’esternalizzazione: la Nato, la deterrenza americana, la stabilità garantita dall’ombrello atlantico.
La guerra ha mostrato la verità strutturale di questa dipendenza. Non c’è alcun dubbio che senza Washington il sistema europeo sarebbe stato drammaticamente più esposto. Eppure sarebbe un errore fermarsi qui, perché mentre l’Unione si confrontava con la propria eteronomia strategica, l’Ucraina stava producendo una mutazione radicale del modo di condurre un conflitto in Europa.
Non ha ottenuto tutto ciò che chiedeva dagli Usa in termini di jet o sistemi d’arma pesanti, pertanto ha compensato con droni, artiglieria mobile, fortificazioni, mine, trasformando la carenza in invenzione. Ha prodotto, cioè, una forma di guerra adattiva, reticolare, tecnologicamente fluida.
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La ridefinizione della sicurezza europea
Clausewitz scriveva che la guerra è il regno dell’incertezza. Ebbene, l’Ucraina ha fatto di quell’incertezza un sistema. Ma c’è un passaggio ancora più decisivo da considerare. Per trent’anni l’Europa ha coltivato una cultura della proiezione normativa basata su diritti, regole e soft power. La sicurezza era pensata come capacità di influenzare l’esterno, di esportare stabilità, di estendere la propria sfera di regole oltre i confini. L’Ucraina ha imposto un cambio di prospettiva. Lo scenario fondamentale, oggi, non è più la missione esterna, l’export di stabilità; è la difesa del confine contro l’aggressione di un vicino. È un ritorno pragmatico alla territorialità minacciata. In questo senso l’Ucraina è un laboratorio della ridefinizione della sicurezza europea.
Ha oggi la seconda forza armata permanente del continente, ha sviluppato il settore più dinamico di start-up nella difesa tecnologica, acquisendo un’expertise nella guerra dei droni che molti eserciti europei non possiedono. Non a caso Berlino ha firmato un accordo per far addestrare soldati tedeschi dai veterani ucraini sull’uso dei droni. Il risultato è qualcosa su cui quattro anni fa nessuno avrebbe scommesso: il Paese che chiedeva protezione è diventato formatore tattico-militare. Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato anche in primo piano un altro aspetto bellico inedito, che è la “zona grigia”: sabotaggi, attacchi infrastrutturali, guerra informativa, operazioni ibride. Tutti aspetti su cui l’Europa appare quasi disarmata culturalmente e di cui l’Ucraina è diventata esperta, poiché ha dovuto imparare a vivere dentro un conflitto permanente che precede e supera il campo di battaglia.
L’Ucraina è un investimento per l’Ue
Kiev, dunque, non è solo un alleato da proteggere, ma un investimento nel futuro della difesa europea. Resta però il nodo politico, nel momento in cui gli Stati Uniti arretrano e si pone il problema di una leadership. L’Unione Europea ha costruito un sistema sofisticato di norme, ma fatica a produrre un centro decisionale nei momenti estremi. Questo è ciò che rende la questione determinante: l’Ucraina ha dimostrato che la sovranità è la capacità di decidere sotto pressione estrema ed è per questo che non si potrà prescindere da Kiev.
Non si tratta di romanticizzare il conflitto, né tanto meno di esaltare una militarizzazione assoluta, naturalmente, ma di confrontarci con una lezione che non possiamo permetterci di ignorare: la sicurezza europea non sarà costruita solo nei palazzi di Bruxelles, ma nei territori che hanno sperimentato la guerra moderna nella sua forma più brutale e tecnologicamente avanzata.
Chi immagina un’Europa che possa «chiudere il dossier ucraino» dopo un eventuale cessate il fuoco non ha compreso il punto. C’è un rovesciamento da compiere: non l’Ucraina che chiede di entrare in Europa, ma l’Europa che deve comprendere di non poter fare a meno dell’Ucraina. L’Unione è pronta a riconoscere che il proprio futuro passa da questa consapevolezza?


















