25 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Feb, 2026

«Con me l’età dell’oro»: il populismo della golden age secondo Trump

Il presidente Usa Donald Trump

Nel discorso sullo Stato dell’Unione Trump rivendica una nuova “età dell’oro” già realizzata. Un’autonarrazione che sposta il baricentro dalle istituzioni alla figura del presidente e segna il cuore populista della golden age


Il discorso sullo stato dell’Unione è quello che il Presidente degli Stati Uniti rivolge al Congresso per informare sulle condizioni del Paese e indicare le priorità legislative future. Quello pronunciato ieri da Trump è il più lungo della storia. Centosette minuti di dichiarazioni trionfali, di cui è impossibile stilare anche solo un elenco completo.

Tra i punti toccati: le provvidenziali tariffe e i dazi, l’inflazione che va giù e i mercati che vanno su, l’immigrazione illegale bloccata e l’introduzione di pene sostanziose per i funzionari pubblici che ostacolano le deportazioni, la lotta alla droga, la sicurezza interna garantita, le minacce esterne azzerate, la promessa di tagli alle tasse, l’introduzione dei “Trump Accounts” per il risparmio dei bambini, la lotta alla transizione sessuale dei minorenni, l’attacco all’Obamacare, l’opposizione dei Democratici bollata come sempre e comunque “sbagliata”, la rivendicazione dei successi contro Iran e Venezuela, l’annuncio di avere messo fine a otto guerre e la promessa di chiudere presto anche la nona, quella in Ucraina.

Il succo è questo: ho ereditato un Paese in ginocchio e, in un anno, l’ho rimesso in piedi. Insomma, tutto e subito. L’espressione chiave del pistolotto è stata golden age, ripetuta due volte: grazie a me, Donald Trump, viviamo una nuova età dell’oro. È da qui che conviene ripartire, se si vuole capire meglio un fenomeno politico-antropologico che continua a sorprenderci.

L’età dell’oro secondo Mark Twain

Nel primo romanzo di Mark Twain, significativamente intitolato L’età dell’oro, c’è un certo Silas Hawkins, povero commerciante del Tennessee, che scopre di possedere 75.000 acri di terra improduttiva. La sua consolazione è immaginarli un giorno attraversati da strade e treni carichi di carbone, rame, ferro. Parla alla moglie come un profeta: le città fioriranno, la prosperità si diffonderà, l’America del futuro sarà dei figli e dei nipoti che andranno in giro in carrozza: “Nancy! Vivranno come dei veri signori!” Non oggi. Non il mese dopo. Quelli che verranno.

Twain sapeva che l’oro funziona come un motore formidabile solo se è proiettato in avanti. Una “età dell’oro” evocata al presente è ridicola per due ragioni. Primo: perché non esiste. Secondo: perché, se davvero esistesse, nessuno avrebbe più voglia di costruire nulla, preferendo godersi il frutto del proprio lavoro, magari alle Bahamas. Twain non era un socialista e non gli passava per la testa di criticare il desiderio di ricchezza in quanto tale. Criticava piuttosto la confusione tra desiderio e realtà. Faceva satira contro l’autoillusione a buon mercato, non contro l’ambizione. Ed è qui che il discorso di Trump diventa interessante. Dire che stiamo attraversando una nuova golden age non significa prospettare una crescita a venire, ma dichiarare la perfezione del presente. È una formula che non sprona i volonterosi ma appaga i gonzi.

La tradizione liberale e il limite del potere

La tradizione liberale americana ha sempre legato la prosperità alla competizione, all’iniziativa, alla responsabilità individuale. La ricchezza non è mai stata pensata come una benedizione calata dall’alto da un presidente di passaggio, ma come il risultato dello sforzo di ciascuno, di milioni di persone. Il presidente, nella lunga storia di quel Paese, ha incarnato per lo più la funzione di un coordinatore, talvolta una figura simbolica. Solo nei momenti di decadenza divenne il centro del sistema. Da questo punto di vista, la divisione tra Democratici e Repubblicani conta poco. Roosevelt è stato molto più accentratore e dirigista di Reagan. L’America non nasce come monarchia repubblicana, ma come diffidenza istituzionalizzata verso ogni concentrazione personale del potere.

Il rischio del papacentrismo politico

Qui un parallelismo è inevitabile. In un cattolicesimo autentico, il papa è garante dell’unità della Chiesa, non il fulcro della fede. Il papacentrismo e il vaticanocentrismo degli ultimi decenni sono una deriva televisiva e spettacolare che c’entra poco con la tradizione millenaria di quella religione. Con i personalismi tendenziosi e vanitosi, compagini come gli Stati Uniti e la Chiesa hanno solo da perderci. Un presidente che celebra se stesso in quanto artefice di trasformazioni epocali a raffica, inclina l’asse dall’ordine istituzionale, con il rischio concreto di scardinarlo. In questo modo, la golden age non è più l’esito futuro di regole stabili, mercati che funzionano e corpi intermedi che fanno il proprio mestiere, e diventa la menzogna di una volontà autocelebrativa senza contrappesi. Questo è il vero punto populista del discorso trumpiano. Non soltanto l’attacco agli avversari interni. Non solo la minaccia di punizioni o deportazioni. Ma la formula: prima di me il disastro, con me l’oro.

Un trono di cartapesta

Una destra liberale non può accettare questa grammatica. Va benissimo difendere la ricchezza, il mercato, la crescita. Ancora meglio criticare l’assistenzialismo e l’eccesso di burocrazia. Ma trasformare il presidente in un principio salvifico, oltre a essere pericoloso, è profondamente antiamericano. Visto che abbiamo tirato in ballo Mark Twain, vale la pena chiudere con un richiamo ancora più esplicito. Nel suo primo discorso inaugurale, George Washington parlò della carica presidenziale come di un compito che “suscita ansia e dubbio” in chi la assume: siamo agli antipodi di qualsiasi ideale di potere monolitico, e di fronte alla consapevolezza di un mandato difficile, gravoso e limitato, anzitutto dal Congresso e dal diritto istituzionale. Quando questa consapevolezza si perde, la presidenza smette di essere un ufficio e comincia a somigliare a un trono di cartapesta. La golden age è e deve restare un orizzonte. Non è un decreto. E soprattutto non è una persona.

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