La premier sollecita la nomina di un inviato speciale che dialoghi con la Russia di Putin, ma continua a osteggiare quel nuovo modello di Unione che dovrebbe limitare il diritto di veto e trasformarsi finalmente in un autentico soggetto politico
Scaltra sulla Groenlandia, netta sul Venezuela, abile a valorizzare i risultati economici ottenuti e a fare professione di buona fede su quelli incompiuti, Giorgia Meloni giganteggia, stavolta senza eccedere e senza hybris, sul nanismo dell’opposizione. Ma il suo consueto pattinare sul crinale strettissimo della politica estera, inseguendo un punto di equilibrio sempre più dinamico tra Trump e l’Europa, mostra qualche contraddizione.
L’inviato speciale
Il ragionamento di partenza non è sbagliato. Emmanuel Macron – dice la premier – ha ragione quando sostiene che con la Russia bisogna tornare a parlare. Ha torto, però, quando pensa di poterlo fare da solo, o in nome di una presunta avanguardia franco-europea. Meloni coglie questo punto, e lo rivendica. Ma nel momento in cui individua la soluzione — la nomina di un «inviato speciale» europeo — mostra una quota di incompiutezza del suo europeismo o, se si preferisce, il residuo di un sovranismo immaturo.
Gli interrogativi
Perché chi mai dovrebbe parlare a nome dell’Europa? Davvero serve inventarsi una nuova figura, un nuovo mandato, un nuovo emissario, quando esiste già una presidente della Commissione? Ursula von der Leyen non ha forse il compito di rappresentare l’Unione sul piano politico? E se si ritiene che la sua legittimazione sia insufficiente — perché priva di una piena investitura politica — quale altra autorità potrebbe risultare più credibile e più autorevole al cospetto di Vladimir Putin, autocrate feroce e abilissimo nel dividere il campo avverso?
Il punto cieco
Qui sta il punto cieco della proposta di Meloni. L’idea dell’inviato speciale sembra una mossa sportiva, una soluzione elegante per prendere tempo, per non scegliere fino in fondo. Ma vela un’ingenuità di fondo e un azzardo. Perché l’unica voce che può parlare senza spaccare le cancellerie europee è l’Europa stessa. Non l’Europa compiutamente politica — che oggi resta un’utopia — ma piuttosto quella intergovernativa che accetti di decidere a maggioranza, di dirimere i conflitti interni, di assumersi la responsabilità di una sintesi.
La governance europea
È esattamente il modello di governance che Meloni ha osteggiato fin qui. Quello che limita il diritto di veto. Quello che impone scelte comuni anche quando non coincidono perfettamente con l’interesse nazionale immediato di un solo Paese. Invocare un inviato speciale senza accettare questa architettura significa aggirare il problema, non risolverlo. E soprattutto significa offrire a Mosca — e non solo a Mosca — l’immagine di un’Europa che continua a cercare scorciatoie perché non ha il coraggio di dotarsi di una voce politica riconoscibile.
Il pericolo
Il rischio non è teorico. In un mondo in cui il diritto internazionale va sfarinandosi dietro il protagonismo dei nuovi potenti del mondo, e in cui il principale alleato occidentale, Donald Trump, flirta apertamente con l’idea che le regole siano opzionali, l’ambiguità può diventare un boomerang. Parlare di negoziati con la Russia senza chiarire chi decide, chi rappresenta, chi risponde politicamente, significa pattinare ancora più vicino al burrone.
Il futuro dell’Ue
La chiarezza oggi non è una virtù accessoria. È una necessità strategica. O l’Europa accetta di essere soggetto politico trovando un punto di sintesi riconoscibile tra le leadership delle sue cancellerie, oppure continuerà a scoprire la propria debolezza. Sul ghiaccio sottile della geopolitica, queste acrobazie non salvano dall’impatto. Lo rendono solo più rovinoso.


















