Il discorso di fine anno del capo dello Stato non è tanto una lezione di storia quanto un progetto per il futuro. E richiama l’attenzione dei partiti sugli interventi che vanno realizzati. Qualche esempio? Giustizia, premierato e legge elettorale
C’è un modo promettente, e forse onesto, di leggere il discorso di fine anno di Sergio Mattarella: non fermarsi a ciò che dice, ma interrogare ciò che manca. I vuoti, in un discorso presidenziale così analiticamente ricostruttivo, non sono distrazioni, sono buchi dai quali si affacciano i problemi politici più rilevanti della prossima stagione repubblicana.
La stagione post-1992
Come ha osservato su questo giornale Percival Bartlebooth, nel racconto che il Capo dello Stato offre della storia del Paese manca la stagione post-1992. Non una parola, non una fotografia, non un accenno. La ricostruzione si arresta alla fine degli anni Ottanta, e poi salta direttamente all’oggi, come se i trenta e più anni che ci separano da Tangentopoli fossero un terreno minato da non attraversare. Abbastanza plausibile è interpretare questa assenza come una censura simbolica.
La Seconda Repubblica
La Seconda Repubblica, infatti, nacque e visse dentro un clima di radicale delegittimazione della politica, dei partiti, delle istituzioni. È la stagione del disconoscimento, della contrapposizione permanente, dell’antipolitica che non è più un discorso da autobus ma realtà. Una stagione che ha prodotto instabilità, frammentazione, declino del potere di decisione. Se Mattarella non la evoca, è perché non intende accreditarla come tradizione da continuare.
Il futuro
Ma il messaggio presidenziale deve essere letto anche in prospettiva, verso il futuro. Se la storia che vale la pena ricordare si ferma alla Prima Repubblica, allora la domanda implicita diventa: come facciamo la nuova Repubblica? Quello di Mattarella è l’appello di un uomo del Novecento a rifondare lo Stato recuperando ciò che c’era di buono nel secolo scorso: partiti, centralità delle istituzioni, autorità decisionale. È un monito sottotraccia che cade alla vigilia di alcuni passaggi chiave destinati a ridisegnare la fisionomia costituzionale del Paese.
La giustizia
Uno riguarda la giustizia. Ed è bene dirlo senza ambiguità: la riforma della giustizia è fondamentale, forse la più carica di significato. Nel crollo delegittimante della Prima Repubblica, infatti, l’unico potere pubblico che si salvò fu il giudiziario. L’Italia più accanita – cioè, quasi tutta – si gettò con entusiasmo nelle sue mani come se da quel focolaio dovesse generarsi una sorta di Stato robespierriano i cui principi ispiratori fossero l’integrità morale delle classi dirigenti e la rendicontazione delle spese. Per fortuna non è andata così. Ma sarebbe ingenuo negare che la magistratura abbia guidato, a suo modo, il transito ch’ebbe luogo allora. Ed è magari anche per questo che il racconto presidenziale ha preferito stendere un velo di pietà.
Una riforma indispensabile
Gli eccessi della magistratura non hanno avuto origine in un colpo di mano ma nel vuoto prodotto dal collasso della politica, nel discredito sistematicamente gettato sulla sua funzione principale: governare il conflitto per mezzo dei compromessi. La riforma della giustizia, dunque, non è un capitolo tecnico né una vendetta tardiva. È un prerequisito di normalizzazione: serve a ricondurre il potere giudiziario entro il suo perimetro costituzionale, riconsegnando alla politica la responsabilità delle decisioni e sottraendola a una supplenza permanente che non è prevista da nessuna architettura liberale.
Le altre questioni
Detto questo, sarebbe un errore pensare che il destino della nuova Repubblica si giochi solo lì. Questioni dirimenti restano la forma di governo e la legge elettorale. La vecchia Repubblica aveva nel sistema proporzionale con le preferenze un suo elemento portante: se non ha funzionato sempre, è perché mancava una vera verticalità del potere esecutivo. La Repubblica riformata, se vuole nascere, deve sciogliere questo nodo. Il premierato è una risposta razionale: favorisce la governabilità, chiarisce la catena della responsabilità, dà agli elettori la possibilità di scegliere la guida del Paese. Governare significa decidere, e chi decide è più efficace quando ha la legittimazione diretta di chi vota. Anche se una discussione seria in Italia è resa difficile dal riflesso pavloviano di quelli che abbaiano al “fascismo” ogni due minuti e, sul fronte opposto, dall’esistenza dei filocinesi che, in nome dell’ordine, sognano statalismo integrale e riconoscimento facciale ovunque.
Il ruolo del Parlamento
Ma il premierato, per funzionare davvero, deve sposarsi con un rafforzamento del Parlamento. Non sarebbe sbagliato tornare al sistema delle preferenze. Far sì che gli elettori scelgano, oltre al capo del governo, anche i parlamentari, significherebbe sottrarre il Parlamento alla logica dei nominati, dando una spolverata al principio della rappresentanza. Verticalità dell’esecutivo e qualità della rappresentanza non devono essere vissute come alternative inconciliabili, ma come termini di una stessa equazione democratica. Non sono poli opposti: sono i due lati di un equilibrio da costruire. La sfida che attende il governo Meloni e la maggioranza è di restituire alla democrazia una forza decisionale adeguata ai tempi che viviamo.
Un progetto
Letto così, il discorso di Mattarella funziona meno come una lezione di storia e più come un progetto. Le pagine bianche dell’album repubblicano non sono un esercizio di oblio, ma un invito a scrivere una storia diversa. La nuova Repubblica, se verrà, sarà nata anche da questi silenzi.


















