Il giurista Sabino Cassese, ex ministro della funzione pubblica e già giudice della corte costituzionale, commenta il discorso di Mattarella e l’anno che ci aspetta in politica tra riforme e le elezioni in vista
Lo scorso 18 novembre il presidente Mattarella era seduto nella prima fila della Chiesa di San Francesco a Lucca. L’occasione era il conferimento del dottorato honoris causa in Cultural Systems a Sabino Cassese. Tra i più illustri giuristi italiani, professore emerito dell’università di Pisa, già ministro della funzione pubblica nel governo Ciampi all’inizio degli anni ’90 Giudice della corte costituzionale dal 2004 al 2015.
Il titolo della lectio magistralis tenuta in quell’occasione era L’Italia repubblicana: il patrimonio della sua storia. Con vista sugli ottant’anni della Repubblica, Cassese forniva un bilancio dello sviluppo del Paese nella vita economica e in quella culturale, nel mondo industriale e nel riformismo politico.
All’illustrazione di una linea vettoriale di progresso faceva da contraltare l’indicazione delle sfide e delle inquietudini che affliggono coloro che di quel progresso traggono oggi i benefici. Tanto il bilancio complessivo degli ottant’anni di Repubblica quanto il riferimento alle inquietudini del presente sono tornati nel discorso di fine anno del Capo dello Stato.
Professor Cassese, alla luce delle parole di Mattarella qual è lo stato di salute della nostra Repubblica?
«L’analisi del presidente Mattarella è servita innanzitutto a fare un bilancio dei successi del trascorso ottantennio. È apparso principalmente il risultato positivo nell’attuazione del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, quello che stabilisce il principio di eguaglianza sostanziale. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Questi limitando la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Ciò è stato ottenuto attraverso un processo di “demercificazione” di alcuni servizi essenziali. L’istruzione, la sanità, in parte il lavoro. Ad esempio, se la sanità è fornita a tutti in maniera gratuita, i cittadini sono messi sullo stesso piano e non vi sono trattamenti diversi a seconda della ricchezza. Da questo punto di vista, lo stato di salute della nostra Repubblica è buono. Basterebbe fare una comparazione tra l’Italia e gli Stati Uniti, dove per curarsi occorre usare la carta di credito. E accedere alle migliori università è consentito soltanto a chi abbia i mezzi per pagare l’istruzione».
Molti commenti si sono concentrati sull’uso del termine “ripugnante” per definire chi fa prevalere il diritto della forza, con un riferimento alla politica di Putin. Era un tentativo di posizionare l’Italia da una parte precisa?
«In quale altro modo potrebbe essere definita la politica di uno Stato che ha pretese territoriali nei confronti di uno Stato vicino? E come si può accettare oggi, dopo l’esperienza di secoli di conflitti bellici provocati da pretese territoriali, l’occupazione “manu militari” del territorio o di una parte di un territorio di un altro Paese?».
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A febbraio saranno quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina. Lo stato delle trattative è incerto, si alternano passi in avanti a clamorose frenate. È ottimista sull’esito dei negoziati?
«Non sono ottimista perché la Russia ha perseguito sempre una politica imperiale. Ha la maggiore estensione territoriale al mondo, ma pretende di occupare il territorio di un paese vicino, che rappresenta lo 0,31 del territorio russo. È un paese la cui estensione maggiore è in Asia, ma che è sempre stato tentato di occupare maggiori spazi in Europa. Le ricordo che nel corso dell’Ottocento, quando la Germania era ancora divisa in centinaia di staterelli, la Francia appoggiò l’unità tedesca perché questa poteva rappresentare una barriera nei confronti delle pretese territoriali degli zar, che a quell’epoca comandavano in Ucraina ed occupavano la Polonia. Aggiunga quello che rappresentano la Crimea e il Dombass per la storia russa, in particolare durante il Regno di Caterina II e le conquiste territoriali del generale Potemkin».
Reputa sufficiente l’impegno dell’Italia sul tema della difesa?
«In materia di difesa la politica deve necessariamente svolgersi in due direzioni, che possono apparire tra di loro contraddittorie. Sul breve periodo, bisogna investire nel settore rafforzando la capacità di difesa del territorio nazionale. Sul lungo periodo, bisogna battersi perché la difesa diventi parte del competenze dell’Unione europea, com’era d’altra parte previsto dal famoso trattato istitutivo della Comunità europea di difesa-Ced. Tenga presente che l’uno e l’altro passo non possono essere fatti solo sotto il profilo militare, ma anche sotto il profilo produttivo. In altre parole, dietro una struttura di difesa vi deve essere anche un’industria militare perché solo con un complesso militare-industriale si può realizzare ciascuno dei due obiettivi».
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La politica italiana sta facendo abbastanza per le nuove generazioni?
«Quell’appello tocca un problema particolarmente sensibile, perché i dati di cui abbiamo la disponibilità, sulla partecipazione politica delle nuove generazioni, sono molto preoccupanti. Le forze politiche sembrano non attrarre i cittadini. Il numero degli iscritti ai partiti è diminuito tra 4 e 5 volte rispetto agli iscritti della prima fase della storia repubblicana. I giovani che vogliono impegnarsi in politica non conoscono i programmi dei partiti, perché non ci sono. Le ramificazioni territoriali dei partiti, le sezioni locali, che erano una volta decine di migliaia, non esistono. La politica non riesce a coinvolgere i giovani perché l’offerta politica è sostanzialmente inesistente e consiste solo in slogan o dichiarazioni».
Il 2026 sarà l’anno del referendum sulla giustizia. Lei si è espresso a favore del Sì. Se dovesse evocare un paio di argomenti per evidenziare la necessità di questa riforma, quali userebbe?
«Una giustizia giusta non può essere che tripolare: ciò comporta che accusa, difesa, giudizio siano svolti da strutture tra di loro indipendenti, purché sia assicurata la stessa autonomia ed indipendenza sia all’accusa sia al giudizio. In secondo luogo, il Consiglio superiore della magistratura non è un organo di autogoverno ma uno scudo per assicurare l’indipendenza e l’autonomia nella carriera dei magistrati. Questo perché non si possa esercitare una pressione sulla giustizia, agendo su coloro che la gestiscono. Quindi il Consiglio superiore della magistratura non può essere organizzato in correnti. Infine, una giustizia domestica, come quella disciplinare, è necessariamente parziale. Occorre assicurare un organo indipendente di giustizia, composto in modo non diverso dalla Corte costituzionale».
Cosa replicherebbe a chi dice che la riforma non mette mano ai veri problemi della giustizia, come quello dei tempi dei processi?
«Io direi che è un’osservazione giusta. Ma aggiungerei che non è lo scopo della separazione delle carriere. Accelerare i tempi della giustizia ed eliminare un arretrato di circa quattro milioni di cause oggi esistenti non è tra gli scopi della separazione dei poteri: la separazione dei poteri ha altri scopi, come quelli che ho prima indicato».
La maggioranza punta a un proporzionale con premio di maggioranza al 55% per chi conquista almeno il 42%, con soglia di sbarramento al due o tre per cento. È una buona soluzione?
«Ci troviamo in una situazione contraddittoria. Da un lato, come è stato detto più volte, la formula elettorale, che consiste nel modo di tradurre i voti in seggi, non dovrebbe essere cambiata troppo frequentemente: la forza di una buona formula elettorale è di essere longeva, duratura. Dall’altro, c’è effettivamente il pericolo che nelle prossime elezioni si possa verificare una situazione di “impasse” e cioè che non vi sia nessun vincitore. La Corte costituzionale è stata molto chiara nello stabilire che la formula elettorale deve assicurare rappresentatività e governabilità. Quindi, un sistema proporzionale con premio di maggioranza e soglia di sbarramento può essere accettabile, a patto che vi sia però una norma di chiusura, e cioè la previsione che si ritorni al corpo elettorale per decidere, qualora la soglia di sbarramento non sia raggiunta».
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Alcuni suggeriscono di reintrodurre le preferenze come metodo per riconnettere la politica ai territori.
«Nonostante il cattivo uso che è stato fatto dalle preferenze in passato, il distacco tra elettorato e politica è così forte che reintrodurre le preferenze forse oggi è utile. Purché non ci si fermi a questo. I partiti debbono fare un’offerta politica, non possono limitarsi a slogan. Sono strumento di democrazia, ma non sono democratici al loro interno: quindi, occorre che vi siano ramificazioni territoriali, congressi provinciali e nazionali, dibattito interno, senza dei quali la politica rimane senza le politiche».
Le altre due grandi riforme annunciate dal governo erano il premierato e l’autonomia differenziata. Si tratta di priorità per il paese? Sono realizzabili?
«Le premesse per realizzare l’uno e l’altro obiettivo ci sono. Per il premierato, c’è una proposta ed è pronta anche la subordinata, secondo la quale non è necessario passare per la riforma costituzionale, basta agire sulla legge elettorale, con una limitata riforma della Costituzione. Per l’autonomia differenziata è stata posta la premessa, con gli studi per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, elemento prodromico all’autonomia differenziata. Purché si ricordi che autonomia vuol dire innanzitutto differenziazione, altrimenti non si capisce perché vi sia autonomia, ed è bene ritornare allo Stato napoleonico».
Un suo cavallo di battaglia è la riforma della burocrazia in Italia. Ci spiega di cosa ci sarebbe bisogno per migliorare l’efficienza dell’apparato burocratico?
«Occorre agire contemporaneamente su tutti i fattori dell’organismo pubblico. Innanzitutto, sui modelli organizzativi, che sono in larga parte obsoleti. In secondo luogo, sulle modalità di azione e sulle procedure, che vanno snellite. In terzo luogo, sul sistema di premi e sanzioni per la produttività. In quarti luogo sul meccanismo comparativo, la concorrenza sulla carta, per misurare il rendimento delle istituzioni. Infine, l’idea di base che le pubbliche amministrazioni non servono a dare occupazione, ma a fornire servizi alla collettività. Purtroppo, la conoscenza della complessità del disegno di riforma sfugge a coloro che dovrebbero provvedere».
Il sindaco di Napoli Manfredi si è detto disponibile al dialogo e al lavoro comune con esponenti del centrodestra come Foti e Fitto. È possibile che si apra uno spazio riformista e liberale al centro, sottratto alla polarizzazione?
«Non solo è possibile, ma è anche molto auspicabile che le forze politiche trovino una zona di azione comune sulla quale convergere, ed un’altra, invece, di conflitto, sulla quale competere».
Abbiamo assistito a un’aspra diatriba a destra tra Marcello Veneziani e il ministro Giuli. È il sintomo di eredità e sensibilità politico-culturali inconciliabili?
«Per un verso è un problema di persone; per altro un problema di sviluppo di una cultura che non ha fatto sentire la propria voce e che dovrebbe invece contribuire alla vita del civile del Paese con la sua presenza nello spazio pubblico. La cultura non si esprime con una voce sola ed è bene che non sia schierata, per non riprodurre nell’analisi dei dati e con le ideologie gli schieramenti di tipo partitico».


















