8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Dic, 2025

Forza Italia, non si fanno idee nuove con parole vecchie

Le parole di Pier Silvio sul segretario del partito Tajani fanno riemergere il lato oscuro del berlusconismo

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«Non mi occupo di politica, il mio pensiero non cambia, ma è naturale che io e mia sorella Marina ci appassioniamo al destino di Forza Italia, è uno dei lasciti di mio padre. Ho gratitudine vera per Tajani, ha mantenuto in piedi il partito dopo la scomparsa di papà. Ma ritengo che siano necessarie facce e idee nuove».

In queste quattro righe si consuma il licenziamento del segretario di Forza Italia. Una decapitazione. Un atto di proprietà più che un giudizio politico. Pier Silvio Berlusconi lo esegue con nonchalance, come se parlasse del Grande Fratello e non della leadership di un partito.

Una fatwa estetica

La domanda, dunque, è inevitabile: a che titolo il figlio del Cavaliere interviene a gamba tesa sull’autonomia di Forza Italia, dopo aver precisato che non si occupa di politica?

E se davvero non se ne occupa, perché si sente autorizzato a dimissionare Tajani?

E se davvero non se ne occupa, perché si sente autorizzato a dimissionare Tajani? La malcelata brutalità sta qui: la censura non riguarda una scelta sbagliata, una strategia perdente, un posizionamento contestabile. Non c’è analisi, non c’è dissenso, non c’è politica, né morale. C’è una fatwa estetica: servono idee e volti nuovi, dice Pier Silvio. Che significa tutto e niente. Significa che al capo non piaci più. E che il capo, a giudicare da queste parole, sarebbe lui.

Un partito di proprietà

Ma Berlusconi junior è il capo di Forza Italia? Da ciò che dice sembrerebbe di sì. Il partito sarebbe un “lascito” del padre. Un lascito a chi? Forza Italia è un’azienda? Una villa in Sardegna? Un’auto o uno yacht di lusso? O è un partito? E se è un partito, in base a quale concezione proprietaria il figlio del leader scomparso dovrebbe disporre della sua guida, mentre contemporaneamente dichiara di non occuparsi di politica? Perché mette i soldi? O perché ha meriti speciali?

Il potere della tv

Se è questione di soldi, anche Berlusconi padre li metteva, e parecchi. Ma nessuno ha mai pensato che la sua leadership si fondasse sul denaro. Si fondava sul carisma, sul coraggio, sulla personalità politica. Sul magnetismo e non sul patrimonio. Se invece si tratta di meriti, quali? Il primato commerciale di un network che, grazie alla «Ruota della Fortuna» e a «Chi vuol essere milionario», ha superato una scalcagnatissima Rai? Che rapporto c’è tra il successo televisivo di un rampollo e la costruzione di un liberalismo moderno, che per Forza Italia è sempre stato l’orizzonte ideale e mai compiutamente raggiunto?

Il lato oscuro del berlusconismo

La verità è che i figli di Berlusconi incarnano da sempre l’anima più tecnica, più esecutiva, più prosaica di quel poliedro ricco e contraddittorio che era lo spirito del padre. La parte fragile. Meno liberale. Il lato oscuro del Berlusconismo. Quello che si manifestava in un’editoria che predicava libertà e praticava corporativismo, che invocava Stato di diritto e produceva un garantismo sartoriale, cucito sugli interessi della propria parte e sulla caccia al nemico, che parlava di legalità e alimentava riflessi razzisti. Non è un caso che le televisioni e i giornali di Berlusconi non abbiano mai fatto le fortune del Cavaliere, ma semmai quelle dei suoi alleati più a destra. Non è un caso che da quella stagione sia venuta fuori una generazione di giornalisti estremisti e populisti, che continua a imperversare, radicalizzando l’offerta e contribuendo a quella polarizzazione che, nel conflitto tra la faziosità de «La 7» e quella di Mediaset, crea un rumore di fondo dove le ragioni del liberalismo sono le prime a scomparire.

La deriva

Chi conosce la storia del Berlusconismo sa che questa deriva sfuggì di mano al Cavaliere proprio quando i figli presero il controllo dell’azienda. La televisione populista e l’editoria populista – passate poi dai Berlusconi agli Angelucci – continuano a ripetere lo stesso schema, con gli stessi bersagli, gli stessi toni, gli stessi accenti. Sono queste le idee nuove? Sono questi i volti nuovi che invoca Piersilvio? È questo il metodo con cui si dovrebbe uscire dal partito-azienda e dal partito familiare?

La figura di Tajani

Se queste sono le premesse, tanto vale tenersi stretto l’usato sicuro di Tajani. Non ha mai bucato lo schermo, e non lo buca neppure oggi mentre si moltiplica in decine di interviste. Ma non ha mai detto una cosa volgare o fuori misura negli ultimi dieci anni, e nel panorama nazionale questo vale quasi un trofeo. Non ha mai tradito i valori della libertà, della moderazione, del compromesso, dell’Europa. E questa, oggi, è una risorsa politica.

Occhiuto nel futuro

Circola una voce: Pier Silvio parlerebbe per agevolare un ricambio alla guida del partito, favorendo un ribaltone a vantaggio del brillante governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Più moderno, più efficace, più carismatico di Tajani. E soprattutto più giovane. Se pure fosse così, Occhiuto non avrebbe potuto scegliere una sponsorizzazione più inopportuna. Perché la novità delle idee non è un maquillage. È uno scatto sostanziale verso una democrazia partitica, l’ultimo miglio che Forza Italia non ha mai percorso e che, dopo la morte del Cavaliere, è diventato indispensabile. Arrivarci portato in taxi dal figlio del padrone non sarebbe per il governatore calabrese il miglior biglietto da visita.

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