21 Ott, 2026

Adinolfi: «Le proteste degli studenti? Hanno il fiato corto, non è un nuovo ’68»

Il filosofo Massimo Adinolfi dialoga con l’Altravoce e dice la sua sulle proteste giovanili protagoniste in Francia e in Italia


Spagna, Francia, Italia. Un’ondata di proteste giovanili agita l’Europa. I manifestanti esprimono la loro frustrazione per il peggioramento delle condizioni di vita, per lo stato dei servizi pubblici a partire dall’istruzione, per il costo della vita che tocca anche la casa. Il distacco di chi protesta dalle leadership politiche nazionali appare profondo. Che cosa ci raccontano queste manifestazioni? E dove conducono? Avranno la forza di segnare questa fase storica come altre proteste giovanili del passato? Ne abbiamo parlato con Massimo Adinolfi, docente ordinario di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, editorialista e attento osservatore della società italiana.

«Se questa stagione segnerà la storia europea mi sembra prematuro dirlo ora. Per la verità non sono convinto che queste proteste abbiano il respiro di quelle del passato. Il ’68 e il ’77 avevano un respiro politico e prospettive temporali molto più ampi. Qui non vedo una “grande narrazione” né la stessa ambizione. Mi pare che abbiano il fiato più corto».

Esiste un filo conduttore comune alle proteste nei diversi paesi?

«Se intendiamo un’insoddisfazione per le condizioni di vita, per la crisi di potere d’acquisto dei salari, forse sì. Pur tenendo conto che le situazioni sono molto diverse: la questione della casa in Spagna e quella della scuola in Francia presentano differenze. La vera caratteristica comune è la rappresentazione di sé che si danno i giovani e non mi pare sia raccolta dal palazzo. Il fattore di crisi vero è lo scollamento tra le forme di rappresentazione di sé e i luoghi dove questa va riportata, ma non mi pare che ci sia una volontà di affrontarla. Detto che chi protesta per il diritto allo studio è molto diverso dai teppisti, mi pare tuttavia che non ci sia una richiesta di essere ascoltati, ma quasi una “diserzione”».

Che cosa intende dire?

«Nelle rivolte del passato c’era l’obiettivo di scalzare il padre. Ma questo già significa riconoscere quella funzione. Adesso mi pare che una parte rilevante di questi giovani vogliano proprio andare “altrove”, che si siano allontanati definitivamente dagli spazi dove si svolge il discorso pubblico».

C’è il rischio di una deriva nichilista?

«Sarei prudente. Tra non andare da nessuna parte e andare da un’altra parte c’è una bella differenza. Prima di dire che queste forme di protesta sono autodistruttive aspetterei. Il senso di distacco non necessariamente diventa nichilismo. La verità è che i sistemi politici di Francia, Spagna e Italia sono in affanno. Gli ultimi 15 anni della Francia sono una storia di crisi. Lo stesso vale per gli altri. Le forze di sistema vedono ridurre il proprio spazio e la credibilità complessiva delle istituzioni democratiche è in crisi. La scollatura può provocare una crisi di sistema e risposte di tipo securitario. Tuttavia non vedo nelle proteste un disegno, né diretto né eterodiretto. Certo, ci sono delle strumentalizzazioni. Aleksandr Dugin fa il tifo per il caos, ma non vuol dire che lo orchestri».

I giovani oggi sono pochi e “circondati” da anziani. Quanto pesa il crollo demografico e l’invecchiamento della società?

«È un fattore importante. Il ’68 era un movimento “ottimista” nelle forme di protesta e negli slogan. La protesta in corso non ha questo tratto. I giovani si chiedono: “Noi che ci stiamo a fare?”. C’è un tono esistenziale più cupo. Non è più “vogliamo tutto”, ma “non sappiamo bene cosa volere in questo spazio”. I numeri contano: una cosa è essere il cuore della società, un’altra è essere una specie protetta. E un giovane non può chiedere protezione. Come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio: “Lasciategli fare almeno i giovani, non dite loro cosa fare, poi si vedrà”».

Queste proteste a suo avviso riescono a diventare piattaforma? O restano puro populismo?

«Può anche succedere che il campo largo faccia salire su un palco il leader degli studenti, ma immaginare una piattaforma generale ispirata da questo ciclo di manifestazioni mi pare prematuro dirlo. Abbiamo capito che la Schlein vuole guidare questo movimento che si occupa di diritto allo studio e residenze universitarie, ma non abbiamo ancora capito con quale programma».

In Francia hanno cominciato gli studenti, poi sono arrivati i sindacati, quindi sono tornati i gilet gialli. Le proteste potrebbero diventare un blocco comune?

«Mi pare difficile che possa funzionare, ma la Francia vive su un crinale sottile. Lì si gioca una partita decisiva, molto più che da noi. In Italia se vince il centrodestra o il centrosinistra cambia poco: al di là della propaganda, non mi aspetto rivoluzioni. In Francia le prossime elezioni potrebbero cambiare il volto del Paese e dell’Europa. Non è strano che Mélenchon sia andato in piazza: la posta in gioco è molto più alta. In Francia c’è poi una tradizione rivoluzionaria e ribellistica più accentuata: difficile fare una previsione».

In Francia c’è anche un affidamento eccessivo nel ruolo dello Stato e nelle capacità della spesa pubblica? I giovani hanno protestato contro la riforma delle pensioni che era pensata proprio per tutelarli…

«Questa cosa dell’età pensionabile non riesci a farla capire: si percepisce solo che dovrai lavorare di più. Sì, c’è una tradizione centralista tipica della Francia. Non a caso reggono ancora le scuole di élite per la formazione della classe dirigente dello Stato. Una cosa che in Italia non c’è. Sia in Francia come in Italia l’intermediazione pubblica del Pil è ancora significativa, ma il perimetro dello Stato rispetto a certi servizi essenziali si è ridotto. Tuttavia, non si sono ridotte le aspettative emergenti: si chiede ciò che lo Stato non può più dare. A questo si aggiunge però un altro problema».

Quale?

«Se Churchill si poteva permettere di promettere lacrime e sangue, la classe politica non è in grado di fare un discorso realistico perché non ha più l’autorevolezza e la legittimità per farlo. Alla base c’è una crisi di fiducia. Senza quella legittimità non puoi affrontare queste fasi di passaggio. Secondo Cacciari le democrazie hanno bisogno di welfare: certo, è vero, ma è vero anche per i regimi autoritari. Solo che Putin può supplire con l’autoritarismo. Le democrazie no, per fortuna, ma devono mettere in campo la credibilità delle classi dirigenti. Invece, dire che i soldi per le armi servirebbero per scuole e ospedali o dire che con i soldi per i magistrati si potrebbero accontentare gli autotrasportatori sono argomenti imbarazzanti. Se questo è il punto allora dovresti, per esempio, sciogliere l’esercito e chiudere le caserme».

Queste proteste si saldano spesso con il populismo di sinistra e con il “palestinismo”. Perché?

«Sul punto la penso come Massimo Recalcati. Almeno da trenta anni a questa parte, dai tempi della Pantera, ho sempre visto i ragazzi indossare la kefiah palestinese. La mobilitazione ProPal è un tratto identitario di un certo mondo, un significante vuoto che colora le manifestazioni, siano esse per la casa o il diritto allo studio. È un fenomeno che va molto al di là del merito e alimenta una forma di irresponsabilità. I disordini di Milano sono una forma di violenza teppistica che non ha nulla a che vedere con il merito: è solo uno sfogo».

Il problema della violenza. Come si spiega? Coazione a ripetere? Infiltrati estremisti? Infiltrati della polizia? Lei che posizione ha?

«Abbiamo pochi elementi per giudicare. In generale, ci vuole responsabilità nell’uso delle parole. Chi cita Francesco Cossiga e dice che “ci vuole un bel morto” è un irresponsabile: sono discorsi molto lontani dalla realtà attuale. Ma sbaglia anche chi vuole relativizzare. L’espressione francese tout comprendre, c’est tout pardonner (“capire tutto significa perdonare tutto”, ndr) non è accettabile. La violenza non può essere ammessa: punto e basta. È la base per tutelare la libertà di manifestazione del pensiero».

Tutto ciò può tradursi in un vantaggio elettorale per la sinistra? O potrebbe crescere un desiderio di ordine che può premiare la destra?

«Un dividendo politico ci sarà sicuramente. È difficile dire però chi se ne può avvantaggiare. Se questi episodi si concludono nel breve periodo è difficile immaginare che siano decisivi. Se la coloritura sociale dovesse prevalere il centrosinistra potrebbe avvantaggiarsene perché avrebbe un terreno sul quale incalzare il governo. Finora non è stato in grado di farlo: su questo terreno è più facile fare propaganda e trovare una posizione unitaria. Più difficile che possa avvantaggiarsene il centrodestra: del resto, al di là di quanto ha detto Donald Trump, non mi pare che l’immigrazione sia il tratto fondamentale di queste proteste».

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