Dalla crescita di Raphaël Glucksmann in Francia ai nuovi equilibri nei sondaggi italiani, le forze moderate del centro cercano uno spazio nel bipolarismo per opporsi all’onda del populismo.
Il centro? Risicato, diviso, frammentato. In una parola: inutile. Fino ad oggi, nel bipolarismo muscolare italiano, per il centro, luogo delle politiche moderate e riformiste, non sembra esserci spazio. È proprio così? Dalla Francia arriva un segnale nuovo. Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique, dopo aver vinto le primarie socialdemocratiche dell’11 ottobre, guadagna visibilità e consensi. Il primo sondaggio successivo alla sua investitura lo colloca fra l’11,5% e il 16%, a seconda dei candidati all’Eliseo presenti sulla scheda.
Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise che cerca di soffiare sul fuoco delle proteste giovanili, resta davanti nei sondaggi, ma è bloccato al 16-17%. Una soglia che non sembra irraggiungibile da parte di un potenziale candidato centrista. Marine Le Pen, la leader del Rassemblement National, resta saldamente in testa con il 32–36%. Ma abbiamo già visto nelle passate elezioni che, nel ballottaggio, un candidato centrista potrebbe batterla.
Ovvio, la partita non è semplice. Ma se le forze centriste e riformiste riuscissero a coalizzarsi a sostegno di un candidato credibile, l’ipotesi di un confronto polarizzato tra un populista di sinistra e una populista di destra potrebbe essere scongiurato: l’Eliseo potrebbe tornare contendibile.
Qualcosa si muove anche in Italia. Le rilevazioni degli ultimi giorni smentiscono due convinzioni diffuse fino a poche settimane fa: che Futuro Nazionale fosse destinato a crescere senza ostacoli e che Forza Italia fosse esposta a un progressivo svuotamento da parte di Vannacci. La Supermedia Youtrend/Agi del 15 ottobre registra il sorpasso di Forza Italia (al 7,4%) su Futuro Nazionale (inchiodata al 7,2%). Per gli analisti, Vannacci ha ormai raggiunto l’apice della visibilità e il tetto di elettori potenziali del generale potrebbe essere stato raggiunto.
La legge elettorale spinge verso il bipolarismo
In più, il nuovo sistema elettorale gioca in direzione “centripeta”. Il Melonellum è stato concepito, infatti, in una logica maggioritaria: premio di maggioranza e indicazione del premier spingono i partiti a coalizzarsi in una logica bipolare che gli italiani hanno dimostrato di gradire da più di trent’anni. Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini finora hanno escluso un’alleanza con Vannacci. C’è almeno una ragione comune: escludere il generale dalla coalizione significa attirare il voto utile di quanti, pur simpatizzando per l’estremismo di FN, non gradirebbero la vittoria del centrosinistra.
E in una democrazia bipolare, specie se si tagliano le ali estreme, il centro torna a essere decisivo. Lo sa bene Tajani che, ormai da settimane, presenta Forza Italia come l’«unico centro», la casa naturale dei moderati, dei liberali, degli europeisti e dei garantisti. Una casa che ha le porte aperte per accogliere anche i riformisti provenienti da altri lidi.
Proprio ieri, in un’intervista al Foglio, il segretario del Partito liberaldemocratico Luigi Marattin ha lasciato aperta la possibilità di un’intesa con il centrodestra: «Se son rose fioriranno». E ha indicato una compatibilità programmatica su scuola, nucleare, riduzione della spesa pubblica e riforma fiscale. L’1,4% attribuito ai liberaldemocratici di Marattin sembra poca roba ma in una competizione in cui tutto serve per superare la soglia del 42% può diventare decisivo. È ovvio che la condizione politica di Marattin sia l’esclusione di Vannacci dalla coalizione. Ma la direzione politica presa da Meloni è proprio questa.
Meloni cerca alleati: l’intesa con Cateno De Luca
Lo dimostra l’accordo praticamente chiuso con Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord. La settimana scorsa De Luca ha confermato l’intesa: il suo progetto autonomista e civico in Sicilia continuerà a mantenere «una propria autonomia», evidentemente però nel centrodestra può esercitare meglio il suo potere contrattuale. Per Meloni queste sono “stampelle” decisive per sgonfiare la bolla populista di Vannacci.
Viceversa, il campo largo di Elly Schlein ogni giorno sembra voler restringere il suo perimetro. Matteo Renzi fatica come un matto per farsi accettare dagli altri leader. E Giuseppe Conte è in prima linea per impedirgli di svolgere un ruolo decisivo. Ma questa fuga dal centro non pare remunerativa sul piano dei consensi né per il Pd né per il M5s.
I due ‘centrini’ di Alessandro Onorato e della coppia Ruffini-Gabrielli sono solo dei surrogati: creature artificiali di un campo largo che costruisce in laboratorio il centro ancillare di cui ha bisogno, ma senza smentire la sua torsione populista. E, infatti, per questi replicanti, non c’è traccia di consensi.






























