Al Consiglio europeo si confrontano le posizioni sul prossimo bilancio pluriennale dell’Ue da 1.622 miliardi di euro. Germania e Svezia chiedono tagli, mentre Giorgia Meloni guida il fronte dei 17 Paesi che difendono le risorse per agricoltura e coesione. L’obiettivo è raggiungere un’intesa entro fine anno, ma le elezioni in arrivo rischiano di complicare i negoziati.
Com’era nelle attese, nessun passo in avanti dal Consiglio europeo sul bilancio dell’Ue. La riunione serve soltanto per mettere in chiaro le posizioni, in verità già note, dei capi di governo europei e per concedere un primo giro di tavolo. I più duri sono i leader dei paesi “frugali” contrari alla proposta della presidenza irlandese per il bilancio pluriennale da 1.622 miliardi di euro, proposta che già contiene una riduzione di 140 miliardi rispetto alla proposta della Commissione europea. «È decisamente troppo cospicuo, troppo costoso. Comporterebbe un aumento del contributo netto della Svezia di quasi il 60%. È una cosa assolutamente inaccettabile», dice ai giornalisti il primo ministro svedese Ulf Kristersson. La Svezia è uno dei circa dieci Paesi che versano al bilancio dell’Ue più di quanto ne ricevano sotto forma di fondi o sovvenzioni.
Del resto, il Qfp è finanziato principalmente dai Paesi membri in proporzione alle dimensioni delle loro economie. E i contributori netti coprono quasi la metà dell’importo totale. Sulla stessa lunghezza d’onda della Svezia è il cancelliere tedesco Friedrich Merz, arrivato a Bruxelles con il coltello tra i denti. «Dobbiamo ridurre significativamente il bilancio comune rispetto alle proposte. Nessuno Stato membro può permettersi di versare contributi di questa entità», dice il leader tedesco.
«Ringrazio la presidenza irlandese del Consiglio per la proposta negoziale – aggiunge – ma è ancora molto lontana da dove dobbiamo arrivare. Mi auguro un accordo sul quadro finanziario pluriennale entro fine anno, ma per ora le posizioni all’interno dell’Ue sono molto distanti». Merz, che aveva già previsto negoziati «molto, molto difficili», aveva espresso scetticismo sulla possibilità di «giungere a una conclusione in questi giorni, nel corso di questo fine settimana».
Giorgia Meloni guida gli Amici della coesione
Dall’altra parte c’è una vera e propria truppa di 17 paesi che si definiscono cordialmente “Amici della coesione”. Sono quelli che difendono con le unghie e con i denti le risorse stanziate da Bruxelles per agricoltura e politiche sociali. Alla testa di questo gruppo c’è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri ha messo il cappello sull’iniziativa con un post su X. «Insieme a Nicusor Dan, ho riunito i Capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista del Consiglio europeo.
Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio Ue attorno a quattro priorità: Risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni. Salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento. Contribuzioni eque da parte degli Stati membri. No agli sconti sui contributi nazionali», scrive Meloni. E poi conclude: «Continueremo a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale!».
Le quattro priorità dei 17 Paesi sul bilancio europeo
I 17 “amici” alla fine producono perfino una piattaforma comune proprio prima del Vertice Ue. La dichiarazione congiunta elencati i quattro punti considerati imprescindibili dal gruppo. Il primo: «Preservare la capacità del bilancio dell’Ue di produrre risultati. Dopo due riduzioni consecutive, l’entità del bilancio proposto si è ridotta all’1,02% del reddito nazionale lordo dell’Ue, esclusi i rimborsi del Next Generation». Pertanto l’accordo finale dovrebbe «garantire che il bilancio dell’Ue possa affrontare le priorità esistenti ed emergenti, preservando al contempo le politiche chiave».
Il secondo: «Tutelare le dotazioni dei programmi nazionali di recupero, compresi quelli relativi alla coesione e all’agricoltura, sia in termini di finanziamento che di attuazione». Il terzo punto chiede equità tra i paesi membri: «Siamo pronti a impegnarci in modo costruttivo sul fronte delle entrate, comprese le nuove risorse proprie, ma i parametri sia delle risorse proprie esistenti che di quelle nuove devono garantire una distribuzione equa ed equilibrata dell’onere finanziario tra gli Stati membri e affrontare la regressività nell’intero lato delle entrate».
Quarto e ultimo punto: «No ai rebates. Le correzioni preferenziali basate sul reddito nazionale lordo non hanno posto in un bilancio dell’Ue modernizzato ed equo». Traduzione: gli “Amici della coesione” chiedono di ridurre gli sconti e i correttivi (rebates) sui contributi che alcuni Stati membri versano alle casse della Ue. Nell’ultimo bilancio hanno beneficiato di questi correttivi Germania, Olanda, Svezia, Austria e Danimarca. Insomma, a Bruxelles ognuno cerca di portare acqua al suo mulino.
Agricoltura, coesione e difesa: la coperta è corta
Come al solito, però, la coperta è corta. A meno che non si riescano a reperire fondi altrove, bisognerà scegliere se ridurre la spesa per l’agricoltura e la coesione oppure ridimensionare le ambizioni dell’Europa in materia di difesa, competitività e altre priorità. Il tempo però stringe, prima o poi bisognerà decidere. «Dobbiamo arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno», assicura il presidente del Consiglio europeo António Costa che subentrerà all’Irlanda nel tentativo di guidare i leader verso un’intesa.
Ma, per rubare la metafora al ministro Giorgetti, anche sull’Europa si attendono “nuvoloni”. Con le elezioni in Spagna di novembre comincia una serie di elezioni politiche che nel 2027 vedrà impegnate, tra gli altri paesi, Francia, Italia e Polonia. Difficile fare previsioni, ma non si può escludere che gli eventuali nuovi governi possano tentare di rimettere in discussione il pacchetto di spesa europeo.































